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Il miraggio dei fondi russi si infrange sui conti reali: l’UE prepara oltre 40 miliardi di nuovo debito comune per Kiev, e il conto passa ai contribuenti
Gli interessi sui beni russi congelati fruttano solo pochi miliardi l’anno: per coprire il nuovo buco di bilancio di Kiev da 46 miliardi, Bruxelles prepara oltre 40 miliardi di nuovo debito comune europeo e spunta l’ipotesi di nuove tasse UE.

La promessa che il sostegno finanziario a Kiev si sarebbe ripagato da solo grazie ai beni congelati a Mosca si sta scontrando con l’aritmetica. Con un nuovo fabbisogno ucraino stimato in 70 miliardi di euro, Bruxelles valuta una maxi-tranche da 46 miliardi, ma le cedole degli asset russi coprono appena le briciole e l’Unione Europea si prepara a superare la soglia psicologica dei 200 miliardi di euro di debito comune per l’Ucraina.
Mentre Donald Trump dialoga con l’inviato del Cremlino, Kirill Dmitriev, prospettando un possibile “grande accordo” tra Washington e Mosca, le cancellerie europee restano con il cerino finanziario in mano.
La matematica non è un’opinione: il divario sui rendimenti russi
Per mesi ai cittadini europei è stato raccontato che gli interessi maturati sui patrimoni della Banca centrale russa bloccati in Europa — circa 210 miliardi di euro immobilizzati in gran parte presso la camera di compensazione Euroclear — avrebbero coperto il sostegno a Kiev senza pesare sulle tasche dei contribuenti.
I dati della Commissione europea, ripresi da Welt am Sonntag, mostrano tutt’altro scenario.
Negli ultimi due anni, i rendimenti straordinari girati a Kiev hanno generato circa 8 miliardi di euro complessivi, suddivisi in cinque versamenti molto contenuti:
Luglio 2024: 1,5 miliardi di euro
Aprile 2025: 2,1 miliardi di euro
Agosto 2025: 1,6 miliardi di euro
Aprile 2026: 1,4 miliardi di euro
Agosto 2026: 1,4 miliardi di euro
Questi flussi valgono pochi miliardi l’anno, una frazione minima rispetto ai 46 miliardi che Bruxelles intende stanziare a breve. Intaccare direttamente il capitale russo resta un tabù giuridico: una confisca esporrebbe l’eurozona a cause legali miliardarie e metterebbe in fuga gli investitori internazionali dai titoli di Stato europei.
Colpa dei rendimenti bassi o di una spesa fuori scala?
Qui sorge spontanea la domanda cruciale: siamo di fronte a un imprevisto calo dei rendimenti finanziari, oppure si sono semplicemente promessi e inviati troppi soldi rispetto alle reali capacità di copertura?
La risposta risiede nei numeri della finanza elementare. Anche con tassi d’interesse favorevoli, un capitale immobilizzato di circa 200 miliardi non può fisicamente generare 40 o 50 miliardi di cedole all’anno: servirebbe un rendimento annuo superiore al 20%, inesistente sui mercati obbligazionari sicuri. Per dare un esempio: l’Egitto ha un renditomento reale dei propri titoli decennali al 10% (23,3% nominale), ma non è esattamente un paese super sicuro. Solo “Junk bond” ad altissima rischiosità può dare il 20%.
Non sono dunque i rendimenti a essere “bassi”, ma è l’entità degli impegni presi da Bruxelles ad aver superato ogni realismo contabile. Finora l’UE ha già erogato 166 miliardi di euro in prestiti comuni; aggiungendo gli oltre 40 miliardi ora in discussione, l’esposizione complessiva sfonderà il muro dei 200 miliardi.
| Voce finanziaria | Importo (Miliardi di €) | Copertura / Natura del fondo |
| Prestiti UE già erogati a Kiev | 166,0 | Debito comune europeo |
| Nuovo fabbisogno annunciato da Zelensky | 70,0 | Richiesta complessiva |
| Nuova tranche UE allo studio | 46,0 | Oltre 40 mld in nuovo debito UE |
| Interessi da asset russi (in 2 anni) | ~8,0 | Rendimenti straordinari (5 tranche) |
L’economia ucraina in contrazione e il paradosso delle tasse europee
Il quadro è aggravato dalle condizioni interne di Kiev. I raid russi contro le infrastrutture energetiche e logistiche hanno piegato l’economia reale: la Banca Nazionale Ucraina ha dovuto rivedere le stime, annunciando una contrazione del PIL invece della crescita dell’1,8% prevista in precedenza.
Oggi il bilancio statale ucraino dipende per circa la metà dagli aiuti europei.
Per tappare questa falla strutturale senza toccare il capitale russo, l’unica via rimasta a Bruxelles è emettere nuovo debito comune, ricalcando lo schema inaugurato nel 2020 durante la pandemia. Con una differenza sostanziale: quando i Paesi membri chiedono flessibilità per finanziare sanità, pensioni o politiche industriali interne, i guardiani del rigore alzano il muro dei parametri di bilancio, ma per coprire il deficit estero il rubinetto del debito si apre con sorprendente rapidità.
Il malcontento politico cresce in tutta Europa. In Francia, dove a maggio si voterà per le presidenziali, la favorita Marine Le Pen propone di tagliare i contributi francesi al 20% del livello attuale. In Germania, Dietmar Bartsch (Die Linke) avverte che gli aiuti non devono tradursi in tagli alla spesa sociale interna, mentre l’economista Marcel Fratzscher (direttore del DIW) invoca esplicitamente nuove “obbligazioni europee comuni” ripagate a lungo termine tramite imposte comuni europee. L’Italia? Tace, e segue.
In sintesi, la finzione contabile è finita: il sostegno a oltranza non si finanzia con i soldi di Mosca, ma con nuovo debito e future tasse a carico dei cittadini e delle imprese europee.







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