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Il patto miliardario tra Trump e Putin sulle materie prime: la svolta che taglia fuori l’Europa (ora in cerca di un negoziatore)
Washington e Mosca trattano in gran segreto su petrolio, terre rare e data center nucleari, anche senza un cessate il fuoco in Ucraina. L’Unione europea rischia il tracollo industriale e corre ai ripari cercando un negoziatore per parlare con Putin, ma i diplomatici attuali non hanno più alcuna credibilità.

Mentre le cancellerie del Vecchio Continente continuano a dibattere in modo frammentato sul futuro del conflitto in Ucraina, Washington e Mosca stanno già ridisegnando la mappa economica globale. Gli Stati Uniti di Donald Trump e la Russia di Vladimir Putin trattano dietro le quinte una gigantesca partnership incentrata sulle risorse naturali e sulle infrastrutture strategiche, rischiando di lasciare l’Unione europea con il cerino in mano e un’industria fuori mercato.
A confermare che non si tratta di semplici indiscrezioni accademiche è stato Yury Ushakov, primo consigliere del Cremlino, subito dopo l’ultimo incontro a San Pietroburgo tra Putin e l’inviato speciale americano Steve Witkoff. Ushakov ha dichiarato apertamente che sono stati discussi in dettaglio progetti economici congiunti su larga scala, aggiungendo un particolare decisivo: alcuni di questi dossier sono ormai prossimi alla fase di implementazione.
Non è un fulmine a ciel sereno. Già all’inizio del 2025 Putin aveva corteggiato il ritorno dei capitali statunitensi nel settore estrattivo russo, mentre Kirill Dmitriev (a capo del fondo sovrano russo) ha recentemente confermato l’esistenza di colloqui avanzati per la realizzazione di data center alimentati a energia nucleare.
La strategia americana: affari prima del cessate il fuoco
Secondo una recente analisi di Andrew Korybko pubblicata su Substack, Trump fa terribilmente sul serio nel voler chiudere accordi con Mosca. L’obiettivo strategico della Casa Bianca è cristallino: costruire un’alleanza sulle risorse con la Russia per spostare in modo irreversibile gli equilibri della rivalità sistemica tra Stati Uniti e Cina a favore di Washington.
In questo schema, Putin potrebbe accettare alcuni compromessi sul fronte ucraino come contropartita (quid pro quo) per sbloccare questi affari. Tuttavia, sottolinea Korybko, un accordo sul campo non è nemmeno una condizione indispensabile: le intese economiche possono essere chiuse comunque, a patto che Trump abbia la volontà politica di sospendere ulteriori sanzioni prima ancora di raggiungere un cessate il fuoco formale.
I cinque pilastri del “Deal of the Century”
Le opportunità sul tavolo riguardano cinque settori chiave, capaci di generare un’integrazione verticale impressionante tra tecnologia e capitali americani da un lato, e immensi giacimenti e spazi russi dall’altro:
- Petrolio e gas: L’ingresso di partecipazioni statunitensi nelle infrastrutture energetiche russe creerebbe un enorme incentivo finanziario per spingere l’Ue a scongelare gli asset russi (attraverso meccanismi di cessione incrociata delle quote). Inoltre, la presenza di asset partecipati direttamente dagli Usa fungerebbe da garanzia di sicurezza contro gli attacchi ucraini: Kiev rischierebbe il taglio immediato dei fondi americani se colpisse impianti con dentro capitali a stelle e strisce. Una massiccia iniezione di liquidità statunitense ridisegnerebbe il mercato globale, riducendo la dipendenza dal Golfo Persico.
- Minerali critici: La Russia possiede giacimenti immensi e ancora in gran parte sottoutilizzati. Con i capitali americani, queste miniere possono entrare a regime rapidamente, permettendo a Washington di sganciarsi dal quasi-monopolio della Cina sulle terre rare. C’è anche un vantaggio pratico non indifferente: la Siberia e l’Estremo Oriente russo, regioni a bassissima densità abitativa, possono ospitare gli impianti di raffinazione più inquinanti lontano dai centri urbani e dalle aree agricole.
- Data center nucleari: I minerali estratti e raffinati in loco verrebbero immediatamente impiegati per costruire enormi centri di calcolo per l’intelligenza artificiale, abbattendo i costi della catena di fornitura. L’alimentazione tramite centrali nucleari russe garantirebbe costi operativi minimi e costanti, gettando le basi per un’alleanza tecnologica globale.
- Centrali elettriche e dighe: Oltre al nucleare, i nuovi poli industriali e digitali verrebbero alimentati da grandi dighe idroelettriche. Gli Usa potrebbero acquisire quote nell’intera filiera — impianti di raffinazione, data center, dighe e centrali — utilizzando come leva proprio la restituzione dei fondi russi congelati in Europa. Il surplus di elettricità prodotto verrebbe poi esportato verso i paesi vicini, sia in Asia sia in Europa.
- Logistica internazionale e Artico: I minerali su cui gli Usa hanno recentemente investito in Kazakistan, Uzbekistan e Mongolia (paesi chiusi) potrebbero raggiungere le raffinerie congiunte in Russia viaggiando sulla Ferrovia Transiberiana, per poi essere spediti sui mercati mondiali. A questo si aggiunge il controllo congiunto dello Stretto di Bering, porta d’accesso alla Rotta Marittima Settentrionale, con possibili cooperazioni persino sui rompighiaccio a propulsione nucleare.
| Settore | Vantaggio per gli Usa | Ricaduta Geopolitica |
| Idrocarburi | Riduzione dipendenza dal Golfo e ritorni finanziari | Scudo indiretto contro attacchi alle infrastrutture e sblocco asset Ue |
| Terre rare | Autonomia dalla filiera di Pechino | Delocalizzazione dell’impatto ambientale in Siberia |
| Energia e Dati | Abbattimento costi per l’infrastruttura IA | Esportazione del surplus elettrico verso Asia ed Europa |
| Logistica | Connessione degli investimenti in Asia Centrale | Controllo delle rotte artiche tramite Stretto di Bering e Transiberiana |
Il paradosso europeo: bruciati sul tempo, ma in cerca di un inviato
Guardando a questo scenario con pragmatismo economico, emerge un paradosso evidente: buona parte di questi accordi servirebbe come il pane proprio a noi europei.
L’accesso a petrolio e gas abbondanti e a basso prezzo non è affatto in contraddizione con gli obiettivi ambientali; al contrario, sarebbe ossigeno puro anche durante la transizione energetica. Senza energia a costi competitivi, infatti, si distrugge la manifattura e la base industriale necessaria per finanziare e realizzare la transizione stessa. Lo stesso discorso vale per l’abbondanza di materie prime minerali e di energia elettrica a buon mercato, senza le quali le filiere europee della mobilità elettrica e del digitale restano pura teoria sulla carta.
Sarà questa la volta buona per un grande accordo? Forse, con colpevole ritardo, perfino a Bruxelles qualcuno sta iniziando a rendersene conto.
Il timore di ritrovarsi completamente tagliati fuori dal tavolo in cui Washington e Mosca decidono il futuro economico e di sicurezza del continente sta generando il panico nelle cancellerie. Non a caso, i governi europei stanno attualmente discutendo, divisi come sempre, se nominare un inviato speciale o un “negoziatore capo” incaricato di tenere colloqui diretti con Putin sulla guerra in Ucraina, anche se al momento non si è ancora arrivati a un consenso ufficiale.
La consapevolezza è chiara: essere messi da parte mentre Trump tratta direttamente è un rischio esistenziale troppo grande per l’Europa. C’è però un ostacolo enorme, quasi ironico nella sua drammaticità: dopo anni di dichiarazioni incendiarie, muri ideologici e ponti bruciati, nessun diplomatico europeo di primo piano possiede oggi la credibilità necessaria per sedersi a trattare con Mosca.
Figure istituzionali come Ursula von der Leyen o l’Alto rappresentante Kaja Kallas sono considerate da molti governi stessi troppo schierate per poter svolgere il ruolo di mediatori credibili agli occhi del Cremlino. Per evitare l’irrilevanza economica e geopolitica, all’Europa non resta che una strada: mettere da parte l’attuale vertice burocratico e scegliere volti completamente nuovi.







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