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Il fondo perduto del PNRR non è un regalo e dovremo comunque restituirlo con gli interessi. Abbiamo fatto i conti

Il debito europeo resterà a carico dei bilanci e dei contribuenti fino al 2058 e costerà caro

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Durante il suo secondo governo, Giuseppe Conte presentò l’accordo europeo su NextGenerationEU come l’arrivo in Italia di ingenti risorse, distinguendo i prestiti dalle sovvenzioni “a fondo perduto”. Quella comunicazione contribuì a consolidare nell’opinione pubblica l’idea che la quota a fondo perduto fosse costituita da risorse gratuite.

I 71,8 miliardi assegnati all’Italia come sovvenzioni non sono però un regalo. L’Italia non deve restituirli direttamente alla Commissione come avviene per i prestiti, ma le risorse sono state raccolte dall’Unione europea sui mercati attraverso l’emissione di titoli. Quel debito dovrà essere rimborsato, insieme con gli interessi, attraverso il bilancio europeo.

Perché il “fondo perduto” non è denaro senza costo

La definizione “a fondo perduto” descrive correttamente il rapporto giuridico tra l’Unione e lo Stato beneficiario: l’Italia non è debitrice diretta dei 71,8 miliardi ricevuti sotto forma di sovvenzioni. Ciò non significa, tuttavia, che quelle risorse siano gratuite.

La Commissione europea non stampa moneta e non può cancellare il debito contratto per finanziare NextGenerationEU. Capitale e interessi devono essere pagati mediante le entrate del bilancio dell’Unione. Il rimborso del capitale destinato alle sovvenzioni dovrà concludersi entro il 2058, mentre gli interessi gravano già sul bilancio europeo.

Il debito, dunque, non scompare. Viene semplicemente trasferito dal singolo Stato al bilancio comune dell’Unione.

Chi finanzierà il rimborso

Il bilancio europeo è alimentato dalle cosiddette risorse proprie: contributi nazionali collegati soprattutto al reddito nazionale lordo, risorse IVA, dazi doganali, contributo sulla plastica non riciclata e altre entrate.

Per finanziare NextGenerationEU sono state inoltre proposte nuove risorse collegate, tra l’altro, al sistema europeo di scambio delle quote di emissione, al meccanismo di adeguamento del carbonio alla frontiera e ad altre possibili forme di imposizione.

Se queste nuove entrate non fossero sufficienti, la copertura dovrebbe arrivare attraverso maggiori contributi degli Stati, nuove imposte europee oppure tagli e riallocazioni di altre spese del bilancio dell’Unione. In ogni caso, a pagare saranno i bilanci pubblici e, in ultima istanza, i contribuenti europei.

Il calcolo per l’Italia

L’Italia ha ottenuto un’assegnazione massima di 71,8 miliardi di euro di sovvenzioni. Per questo esercizio assumiamo:

  • 357 miliardi di sovvenzioni europee complessivamente finanziate a debito;
  • una quota italiana del 13% nel finanziamento del bilancio europeo;
  • il pagamento da parte dell’Italia della stessa quota del capitale e degli interessi.

La quota italiana del solo capitale sarebbe:

357 × 13% = 46,41 miliardi

Rispetto ai 71,8 miliardi ricevuti, l’Italia conserverebbe inizialmente un margine positivo di:

71,8 − 46,41 = 25,39 miliardi

Questo margine verrebbe interamente annullato quando la quota italiana totale degli interessi raggiungesse 25,39 miliardi. Ciò significa che, se gli interessi complessivamente pagati dall’Unione sui 357 miliardi superassero 195,31 miliardi, l’Italia finirebbe per contribuire al rimborso di capitale e interessi per una cifra superiore ai 71,8 miliardi ricevuti.

Il 13% non è, naturalmente, una percentuale immutabile: è un’ipotesi di incidenza dell’Italia sul finanziamento tenendo conto del “peso” che il nostro Paese ha nel sostegno al bilancio europeo.

Quanto possono pesare gli interessi

Il 2058 è molto più lontano della durata media dei titoli emessi dalla Commissione europea, attualmente nell’ordine di 11-12 anni.

Questo significa che una parte consistente del debito dovrà essere rifinanziata prima del 2058, probabilmente più di una volta. I titoli già emessi a tasso fisso conserveranno il loro costo originario, ma le nuove emissioni e i rifinanziamenti avverranno ai tassi disponibili in quel momento.

Nessuno può sapere oggi quali saranno i tassi fra dieci, venti o trent’anni. L’asta della Commissione del 28 settembre 2026, regolata tra il 30 settembre e il 1° ottobre, ha registrato rendimenti pari al 4,003% per la scadenza 2035.

Per rendere comprensibile l’ordine di grandezza, assumiamo un’esposizione complessiva di 6.069 miliardi-anno, equivalente a 357 miliardi di capitale mediamente in essere per 17 anni. Non è una previsione sull’effettivo calendario delle emissioni, ma una simulazione finanziaria a tasso costante. Applicando pertanto il rendimento del 4,003%:

6.069 × 4,003% = 242,94 miliardi di interessi

Il risultato della simulazione conduce già a un saldo negativo per l’Italia. Con il rendimento del 4,003% sulla scadenza 2035, l’onere indiretto italiano arriverebbe infatti a circa 77,99 miliardi, contro 71,8 miliardi ricevuti.

Abbiamo assunto un obbligo dal costo ancora sconosciuto

Questi calcoli non sono previsioni sui tassi futuri. Sono simulazioni costruite applicando rendimenti costanti all’esposizione considerata. Il problema più rilevante è proprio l’incertezza.

Gli Stati europei hanno assunto un obbligo certo di rimborso fino al 2058, ma il debito ha una durata media molto più breve. Il costo definitivo dipenderà quindi dai tassi ai quali la Commissione riuscirà a rifinanziarsi nei prossimi decenni.

I tassi potranno diminuire, ma potranno anche rimanere sui livelli attuali o salire ulteriormente. Nel secondo caso, il costo per l’Italia potrebbe essere sensibilmente superiore alle somme ricevute.

La definizione “a fondo perduto” è dunque formalmente corretta, ma economicamente fuorviante se viene utilizzata come sinonimo di “denaro gratuito”. L’Italia non restituisce direttamente la propria sovvenzione, ma partecipa al rimborso dell’intero debito europeo contratto per finanziare le sovvenzioni, compresi gli interessi.

La comunicazione del governo Conte II lasciò nell’immaginario collettivo l’idea di aver portato in Italia risorse gratuite. I numeri mostrano una realtà diversa: quelle risorse hanno un costo e quel costo ricadrà anche sull’Italia.

Prima di accettare la promessa politica di “soldi europei gratuiti”, bisognerebbe sempre domandarsi chi emette il debito, chi paga gli interessi e chi, alla fine, dovrà rimborsarlo. È vedrete che sarà sempre a carico nostro!

Antonio Maria Rinaldi

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