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Il Canada rischia la spaccatura: il Québec sceglie i separatisti, ma il referendum anti-Ottawa non sarà subito

Il Parti Québécois torna al potere e rilancia il progetto di secessione, ma rinvia il voto popolare alla fine del mandato di Trump: per Ottawa si apre una crisi istituzionale su Corona e confini.

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Il Parti Québécois ha conquistato le elezioni provinciali, rimettendo al centro della scena la nascita di uno Stato indipendente francofono in pieno Nord America e aprendo una faglia istituzionale senza precedenti per il primo ministro Mark Carney. L’incubo di una eventuale, possibile, secessione torna a Ottawa.

Però non c’è nessuna fretta. Il nuovo premier provinciale, Paul St-Pierre Plamondon, ha già chiarito la sua singolare tabella di marcia: la separazione dal Canada si farà, ma solo dopo che Donald Trump avrà lasciato la Casa Bianca.

Il paradosso sovranista: indipendenza congelata fino al dopo-Trump

Plamondon ha spiegato senza troppi giri di parole che un terzo referendum, dopo i tentativi falliti del 1980 e del 1995, richiederebbe un dibattito “informato e sereno”, condizione impossibile mentre infuria la guerra commerciale tra Stati Uniti e Canada a colpi di dazi. Il rischio è che una discussione del genere venga strumentalizzata da una delle parti  quindi distorta.

I separatisti di Montreal non hanno alcuna intenzione di fare un favore alla Casa Bianca o di farsi schiacciare dalle tensioni transfrontaliere. Il calcolo è limpido: accelerare oggi rischierebbe di consegnare la provincia a uno shock ingestibile, lasciando il Québec isolato tra Washington e una Ottawa ostile.

La data per la consultazione popolare slitta così verso il 2029 o il 2030. Fino ad allora, la secessione resta una minaccia permanente usata come leva negoziale, mentre i sondaggi ocali dicono che solo il 30% dei québécois sia favorevole a una rottura traumatica. Anche per questo non c’è nessuna fretta: prima bisogna creare una maggioranza.

Mappa del Quebec

La geometria dell’Assemblea: un governo nato debole

Sul piano parlamentare, la vittoria del Parti Québécois poggia su basi d’argilla. Con appena il 28% del voto popolare, la formazione sovranista ha conquistato 59 seggi, mancando la soglia di 64 necessaria per una maggioranza autosufficiente.

A fare scalpore è stata l’estinzione della Coalition Avenir Québec (CAQ). La forza di centrodestra guidata prima da François Legault e poi dall’uscente Christine Fréchette è stata cancellata dalla mappa elettorale, precipitando a zero seggi dopo otto anni al potere.

Forza politicaSeggi ottenutiPosizione sull’indipendenza
Parti Québécois59Favorevole (referendum rinviato a fine decennio)
Parti Libéral du Québec40Contrario a qualsiasi consultazione separatista
Parti Conservateur du Québec19Contrario alla secessione, autonomista
Québec Solidaire9Sovranista di sinistra, possibili intese mirate

Per approvare le leggi ordinarie, Plamondon dovrà negoziare volta per volta. I liberali di Charles Milliard hanno già blindato la propria posizione: collaborazione possibile su misure ordinarie, ma rifiuto categorico di appoggiare qualsiasi legge referendaria. I nove voti della sinistra radicale di Québec Solidaire non basterebbero comunque a garantire una maggioranza di rottura.

Il peso del gigante francofono

Per comprendere l’ansia che serpeggia nei palazzi federali di Ottawa basta dare un’occhiata alle proporzioni della federazione.

  • Popolazione: il Québec conta circa 9 milioni di residenti, pari a oltre il 22% dell’intera popolazione canadese.
  • Peso economico: la provincia genera quasi il 20% del PIL del Canada, rappresentando il secondo polo produttivo del Paese dopo l’Ontario.

Una separazione non rappresenterebbe un semplice addio regionale, ma lo smembramento definitivo della continuità geografica e politica dell’intero Canada atlantico.

La battaglia simbolica: sfrattare la Corona britannica

Non potendo dichiarare la secessione domani mattina, Plamondon ha scelto di aprire subito il fronte identitario e istituzionale, puntando il mirino contro la monarchia britannica. Il nuovo esecutivo intende azzerare i finanziamenti destinati all’ufficio del luogotenente governatore, il rappresentante ufficiale di Re Carlo III nella provincia, per dirottare quelle risorse verso i servizi sociali e l’emergenza senzatetto.

Dopo aver già reso facoltativo il giuramento di fedeltà alla Corona nel 2022, il Parti Québécois punta allo scontro frontale sulle prerogative regie. Poiché la firma del luogotenente governatore garantisce la validità delle leggi, la mossa aprirà un contenzioso costituzionale devastante con la Corte Suprema canadese.

Oltre alla Corona, il braccio di ferro riguarderà i flussi migratori. Plamondon ha promesso di respingere le quote di accoglienza fissate dal governo federale, trasformando ogni singolo dossier amministrativo in una prova di forza sulla sovranità locale. Questo, curiosamente, rende il Quebec oggettivamente molto vicino alle posizioni di Trump.

L’incubo di Mark Carney: una federazione presa a tenaglia

Per il primo ministro Mark Carney il quadro rasenta la tempesta perfetta. L’inquilino di Ottawa si ritrova a gestire una duplice crisi di unità nazionale: da un lato l’atavico risentimento francofono a est, dall’altro le spinte separatiste dell’Alberta a ovest, pronta a sua volta a votare per un referendum d’uscita.

Presentarsi al tavolo delle trattative commerciali con gli Stati Uniti guidando un Paese percorso da spinte centrifughe indebolisce il potere negoziale federale. Se l’Alberta contesta la gestione delle risorse energetiche, il Québec rimette in discussione il patto fondativo dello Stato per difendere un’indentità francofona che, curiosamente, viene messa in contestazione in Francia.

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