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Il boom delle case vuote negli USA: quando l’eccesso di offerta incontra il crollo demografico
Case vuote USA: 15,8 milioni di abitazioni fantasma smontano il mito della “carenza di alloggi”. I proprietari non vendono (e non affittano) per non tagliare i prezzi. I dati choc del Census Bureau.

Mentre la costruzione di nuove abitazioni continua a ritmi sostenuti, la popolazione americana cresce a un passo mai visto da decenni. Il risultato? Un esercito di 15,8 milioni di case vuote e un mercato che rischia di implodere sotto il peso delle proprie contraddizioni.
Negli Stati Uniti d’America, la legge della domanda e dell’offerta sembra aver smarrito la sua bussola. I dati diffusi dal Census Bureau e analizzati da Wolf Richter per WolfStreet raccontano una storia che pochi hanno il coraggio di guardare in faccia: lo stock abitativo, il numero di case disponibili, totale è cresciuto di 1,512 milioni di unità negli ultimi quattro trimestri, raggiungendo i 149,8 milioni di abitazioni. Un dato che, sulla carta, dovrebbe rappresentare una buona notizia per un paese che da anni lamenta una cronica carenza di alloggi. Eppure, la realtà è ben più complessa e, per certi versi, paradossale.
Ecco comunque il grafico degli immobili disponibili:

Numero complessivo di abitazioni disponibili, da Tradingeconomics
Il problema non è la mancanza di case, ma la loro distribuzione e occupazione. Nello stesso periodo in cui l’offerta cresceva, la popolazione statunitense è aumentata di appena 757.000 persone, il dato più basso degli ultimi decenni, complice l’inasprimento delle politiche immigratorie e il rallentamento della crescita demografica naturale. Tradotto in termini pratici: mentre il mercato sfornava abitazioni capaci di ospitare potenzialmente 3,78 milioni di persone, il paese ne ha guadagnate meno di un quinto di quella cifra. Il risultato è matematico e inesorabile: le case vuote si accumulano.
Nel terzo trimestre del 2026, il numero di abitazioni libero ha toccato quota 15,81 milioni, con un incremento di 591.000 unità rispetto all’anno precedente. Di queste, 12,34 milioni sono classificate come “vacanti tutto l’anno”, ovvero destinate ad essere occupate in qualsiasi momento, e rappresentano ormai l’8,2% dell’intero stock abitativo nazionale. Un dato che, per chi ha memoria storica, evoca fantasmi del passato: non si vedeva un livello simile dal 2013, quando il mercato tentava faticosamente di riprendersi dalla crisi dei mutui subprime.

Da wolfstreet: tutte le abitazioni in offerta
Il paradosso degli “accidental landlords”
Ma la vera anomalia di questa fase storica non è tanto il numero di case vuote, quanto la loro composizione. Le unità vacant* for sale* o for rent – quelle cioè effettivamente immesse sul mercato – sono schizzate a 4,93 milioni, il livello più alto dal 2013, con un balzo del 7,1% su base annua. Un dato che, a prima vista, potrebbe far pensare a un mercato vivace. Niente di più sbagliato.
Dietro questo numero si nasconde un fenomeno che gli addetti ai lavori chiamano “accidental landlords” : proprietari che, non riuscendo a vendere la propria casa perché il prezzo richiesto è troppo alto rispetto a ciò che il mercato è disposto a pagare, decidono di provare a metterla in affitto. Se riescono a trovare un inquilino, l’unità passa dallo stock vacante a quello occupato. Se falliscono – magari perché anche l’affitto richiesto è troppo elevato – la casa resta a ingrossare le fila delle abitazioni vuote. E i numeri parlano chiaro: le unità vacant* for rent* sono aumentate di 319.000 unità in un anno (+9,0%), toccando quota 3,87 milioni, il massimo dal 2011. Insomma le case sul mercato sono veramente tante negli USA

Case offerte per l’affitto – da Wolfstreet
Questa dinamica rivela una rigidità del mercato che pochi economisti mainstream sono disposti ad ammettere. I venditori, forte di anni di prezzi in costante ascesa, si rifiutano di tagliare le pretese, convinti che il mercato prima o poi tornerà a premiarli. Nel frattempo, però, il tempo passa, le case restano vuote e i costi di mantenimento – tasse sulla proprietà, assicurazioni, manutenzione – continuano a erodere i loro margini. È una sorta di braccio di ferro dove, alla fine, a perdere sono tutti: i proprietari, che non incassano; gli acquirenti, che non trovano prezzi accessibili; e l’economia nel suo complesso, che vede immobilizzato un capitale enorme.
Una crisi annunciata?
La crescita dello stock abitativo vacante non è solo un indicatore di squilibrio tra domanda e offerta. È un campanello d’allarme per l’intero sistema economico. Storicamente, un aumento significativo delle case vuote ha preceduto fasi di correzione dei prezzi e di raffreddamento del mercato. E i segnali in tal senso non mancano: le vendite di case esistenti sono in calo, i prezzi in alcune delle principali aree metropolitane hanno già iniziato a flettere e i tassi sui mutui, seppur in leggero ritiro, restano su livelli che rendono l’acquisto proibitivo per molte famiglie. Non è un caso che il numero di case offerte per l’affitto sia tornato ai livelli del 2007, quando iniziò la crisi immobiliare che precedette la crisi finanziaria.
In questo contesto, la narrazione di una “carenza cronica di alloggi” che giustificherebbe politiche di espansione edilizia a oltranza mostra tutte le sue crepe. Il problema, evidentemente, non è la quantità di case, ma la loro accessibilità economica e la capacità del mercato di allocarle in modo efficiente. Finché i prezzi rimarranno scollegati dalla realtà dei redditi e della domanda effettiva, l’esercito delle case vuote continuerà a ingrossarsi, trasformando quello che doveva essere un bene rifugio in un peso morto per l’economia americana.
La domanda, a questo punto, sorge spontanea: quanto ancora potrà reggere un sistema che produce case più velocemente di quanto produca abitanti in grado di permettersele? La storia insegna che, prima o poi, il mercato trova sempre il modo di riequilibrarsi, ma quando lo fa sono dolori per tutti, anche per le istituzioni finanziarie.







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