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II digitale che divora l’America: l’intelligenza artificiale sta soffocando l’economia reale

I massicci investimenti nei data center per l’intelligenza artificiale stanno assorbendo energia, operai e capitali negli Stati Uniti: manifattura e case crollano mentre Wall Street scopre gli effetti devastanti della “malattia olandese”.

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L’economia americana sta camminando su un filo sottilissimo e rischia di spezzarsi. Dietro la facciata scintillante dei record di Wall Street e dei prodigi dell‘intelligenza artificiale, si nasconde una voragine che sta prosciugando le risorse della prima potenza mondiale.

Non si tratta di una normale fase di espansione tecnologica, ma di una vera e propria cannibalizzazione. I colossi del silicio stanno assorbendo capitali, operai specializzati e una quantità spaventosa di energia elettrica, lasciando a secco fabbriche, cantieri residenziali e settore automobilistico.

Gli economisti hanno già dato un nome a questo dramma: malattia olandese anche se in questo caso la salsa non è petrolifera.

La trappola del gas ora funziona a chip

Negli anni Cinquanta, i Paesi Bassi scoprirono giacimenti sterminati di gas naturale. Sembrava una benedizione piovuta dal cielo, ma si trasformò in una condanna per il resto del Paese.

L’enorme afflusso di denaro fece schizzare alle stelle la moneta olandese e concentrò ogni risorsa disponibile nel settore energetico. Risultato? Le fabbriche tradizionali e l’agricoltura persero competitività, chiusero i battenti e l’economia si ritrovò monocolturale e fragile.

Oggi negli Stati Uniti non si è trovato un nuovo giacimento di petrolio. Il nuovo “oro nero” sono i megawatt di potenza di calcolo e i server farm che fanno girare gli algoritmi.

Il meccanismo è identico e spietato: chi ha risorse quasi illimitate compra tutto ciò che trova sul mercato, scacciando via chi produce beni materiali.

Un’economia trainata da “tre data center in un impermeabile”

I dati a disposizione mostrano una distorsione macroeconomica impressionante. Jason Furman, già consigliere economico alla Casa Bianca e docente ad Harvard, ha calcolato che gli investimenti in tecnologia e software hanno spiegato da soli ben il 92% della crescita del PIL statunitense nella prima metà del 2025.

La realtà senza il silicio fa tremare i polsi: togliendo la costruzione febbrile dei data center, la crescita reale del PIL americano nei primi sei mesi dello scorso anno sarebbe stata di un asfittico 0,1%.

Praticamente una stagnazione mascherata da boom tecnologico.

Torsten Slok, capo economista di Apollo Global Management, ha lanciato l’allarme: i giganti tecnologici operano ormai fuori dalla realtà finanziaria ordinaria. Mentre la Federal Reserve cerca disperatamente di frenare la domanda alzando il costo del denaro, Big Tech siede su montagne di liquidità e continua a spendere centinaia di miliardi di dollari senza curarsi dei tassi.

Settore della spesa per costruzioni USAVariazione annua reale (gen-ago)
Data center per intelligenza artificiale+64,5%
Infrastrutture energetiche+4,1%
Edilizia residenziale-9,6%
Uffici commerciali tradizionali-5,9%
Manifattura e stabilimenti industriali-23,9%

Fonte: elaborazione su dati BEA e stime di settore

Lo scippo di corrente e manodopera

La disparità si tocca con mano nei cantieri e sulle bollette. Un data center di ultima generazione richiede la stessa quantità di elettricità di un’intera città di medie dimensioni.

Cosa succede quando una fonderia, un impianto chimico o una catena di montaggio chiedono un potenziamento dell’allaccio alla rete elettrica locale? Si sentono rispondere che la capacità è esaurita per i prossimi tre o quattro anni, perché una big del cloud ha già prenotato e pagato a peso d’oro ogni singolo megawatt disponibile.

Lo stesso dramma si ripete con la manodopera: elettricisti esperti, impiantisti, ingegneri e carpentieri vengono reclutati in massa dai cantieri digitali con paghe fuori mercato. Le piccole e medie imprese manifatturiere rimangono al palo, incapaci di sostenere aste al rialzo su ogni singolo stipendio o fornitura.

Il paradosso di una crescita che non crea benessere diffuso

Dal punto di vista pratico, costruire bunker pieni di computer fa salire il PIL nell’immediato perché la contabilità nazionale registra la spesa come “investimento fisso”, ma questa è solo un’illusione.

Un conto è costruire una rete ferroviaria o una flotta di navi che moltiplicano gli scambi di tutti; un altro è bruciare risorse scarse per addestrare modelli che, per ora, generano solo costi vertiginosi e ricavi ancora tutti da dimostrare. L’utilità della AI non è diffusa come quella di un’infrastruttura, anzi in questo momento c’è chi fa di tutto per alzare i prezzi dei biglietti ferroviari e incrementare i controlli, prima ancora che i treni affollino le linee.

Il rischio concreto è una profonda asimmetria:

  • I colli di bottiglia energetici e logistici aumentano i costi di produzione per tutti, alimentando un’inflazione da costi che la banca centrale non può spegnere con i tassi.
  • I settori sensibili al credito (mutui per la casa, credito al consumo per le auto, prestiti industriali) affondano sotto il peso dei tassi d’interesse mantenuti alti proprio per colpa delle fiammate inflazionistiche.
  • Se la bolla dell’intelligenza artificiale dovesse sgonfiarsi prima che arrivino i veri incrementi di produttività promessi, l’America si ritroverà con un’industria tradizionale svuotata, reti elettriche sovraccariche e tonnellate di silicio svalutato.

Non è sviluppo economico: è cannibalismo produttivo travestito da progresso. Un pericolo non facile da affrontare e prevenire. Bisognerebbe continuare  comunque ad investire nel tradizionale, ma a che costo?

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