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Germania nel panico da carburanti: prezzi a 3 euro e spettro rivolta. Il piano Merz tra sconti, tetti e liti furiose
Con il carburante oltre i 3 euro al litro e il voto regionale alle porte, Berlino vara 2,5 miliardi di sconti e impone il tetto ai prezzi: maggioranza spaccata e scontro aperto con i Verdi.

I tabelloni delle stazioni di servizio tedesche hanno infranto la barriera psicologica dei tre euro al litro, accendendo la miccia della rabbia popolare. Con il fantasma dei gilet gialli francesi e il ricordo freschissimo dei trattori a paralizzare le strade tedesche, il governo federale si è svegliato con le spalle al muro: le urne regionali sono aperte e l’esecutivo teme il tracollo.
Per scongiurare il collasso politico e calmare gli automobilisti infuriati, venerdì sera è stato chiuso in fretta e furia un accordo tra governo federale e governatori regionali. Una corsa contro il tempo che mette in campo miliardi di spesa pubblica e soluzioni dirigiste che fino a ieri sembravano tabù.
La corsa agli aiuti: le misure varate dal governo Merz
Il cuore dell’intervento poggia sul ritorno del cosiddetto “Tankrabatt”, lo sconto fiscale alla pompa già sperimentato nei mesi scorsi. L’intesa prevede una riduzione dell’imposta sull’energia di 14 centesimi al litro che, sommata all’effetto dell’IVA, si traduce in un ribasso di circa 17 centesimi al litro sia per la benzina che per il diesel.
Il costo complessivo dell’operazione è stimato in 2,5 miliardi di euro. Una cifra pesante che non peserà solo sul bilancio federale: la spesa sarà divisa a metà tra lo Stato centrale (Bund) e i singoli Stati regionali (Länder), costretti ora a trovare risorse fresche tagliando altri capitoli di bilancio da ottobre fino alla fine dell’anno.
La vera novità politica è però l’introduzione di un tetto statale ai prezzi (Spritpreisdeckel). Una misura d’emergenza pretesa con forza dai socialdemocratici della SPD, davanti alla quale il ministro dell’Economia, Katherina Reiche (CDU), ha dovuto cedere dopo una lunga resistenza. I funzionari del ministero dell’Economia dovranno ora definire i dettagli operativi insieme ai colossi petroliferi. Il modello di riferimento è quello adottato da decenni in Belgio e Lussemburgo, dove sono i rispettivi ministeri a fissare ogni giorno feriale una soglia massima invalicabile per il prezzo di vendita di benzina e gasolio. Due paesi piccoli, con pochi operatori ben identificati. Come può quello che funzione nel Lussemburgo non funzionare in Germania?
I socialdemocratici hanno alzato ulteriormente la posta con un vero e proprio ultimatum di 14 giorni alle multinazionali del petrolio: o taglieranno spontaneamente i listini, oppure scatterà il blocco forzoso dei margini alla raffinazione, che dovranno tornare ai livelli precedenti alla crisi internazionale. Parallelamente, il vicecancelliere Lars Klingbeil insiste a Bruxelles per imporre una tassa comunitaria sui cosiddetti extraprofitti delle società energetiche. Una mossa che trova tuttavia lo scetticismo e la freddezza della Commissione europea.
Rimane invece al palo l’alternativa caldeggiata dai vertici dell’Unione cristiano-democratica. La proposta di abbassare l’IVA sui carburanti dal 19% al 7% è stata scartata per problemi di conformità con le norme europee e perché avrebbe escluso dai benefici le imprese, che l’IVA la scaricano già.
Rinviato infine al prossimo anno il meccanismo di versamenti diretti ai cittadini con i redditi più bassi. Si trattava della soluzione preferita dagli economisti per evitare distorsioni di mercato, ma i tempi tecnici della burocrazia statale non consentivano risposte immediate al disastro odierno.
| Misura concordata o proposta | Dettaglio dell’intervento | Costo o impatto stimato | Stato dell’iter |
| Sconto sul carburante (Tankrabatt) | Taglio imposta energia (-14 cent) + IVA = -17 cent/litro | 2,5 miliardi di euro (divisi a metà con i Länder) | Confermato (ottobre – dicembre) |
| Tetto ai prezzi (Spritpreisdeckel) | Prezzi massimi giornalieri alla pompa (modello Belgio) | Compressione margini di raffinazione | In fase di negoziazione tecnica |
| Tassa sugli extraprofitti | Prelievo straordinario sui ricavi delle raffinerie | Gettito fiscale straordinario | Proposta a livello UE (bloccata) |
| Taglio IVA (19% -> 7%) | Riduzione dell’imposta sul valore aggiunto alla pompa | Minori entrate fiscali non quantificate | Bocciato (ostacoli UE) |
| Sussidi diretti ai redditi bassi | Bonifici mirati alle famiglie in difficoltà economica | Redistribuzione selettiva del reddito | Rinviato al 2027 |
La paura della piazza e il corto circuito politico
Questa pioggia di miliardi non nasce da una ponderata visione economica, ma dalla pura paura della sconfitta elettorale. Dopo la sonora batosta subita dalla CDU in Sassonia-Anhalt, il voto di domenica a Berlino e nel Meclemburgo-Pomerania rischiava di trasformarsi in un giudizio senza appello contro la coalizione. Quando fare il pieno a un’auto utilitaria supera i 100 euro, il portafoglio delle famiglie si svuota e la rabbia sale. In Germania le regole introdotte in primavera avevano imposto un unico rialzo dei prezzi al giorno a mezzogiorno: il risultato pratico è stato quello di concentrare aumenti mostruosi alle ore 12, portando i listini fino a vette superiori ai 3 euro.
L’accordo di governo, anziché pacificare gli animi, ha aperto una faida violentissima. Il Partito dei Verdi al Bundestag ha definito il ritorno dello sconto sui carburanti una vera e propria “follia”.
Il vice capogruppo dei Verdi, Andreas Audretsch, ha denunciato apertamente che i soldi pubblici finiranno per arricchire i giganti del petrolio: le esperienze passate dimostrano che circa il 30% del taglio fiscale sul diesel rimase nelle tasche delle compagnie invece di tradursi in risparmio effettivo per chi guida. La richiesta ecologista era quella di tagliare le tasse sull’elettricità e tassare senza pietà i profitti aziendali. La CDU appare prigioniera delle contraddizioni: costretta a inseguire l’emergenza immediata, finisce per applicare ricette stataliste che contraddicono la sua tradizione, senza riuscire a soddisfare né gli alleati né gli ecologisti.
L’illusione dei tetti e la dura realtà delle raffinerie
La fiammata dei costi non dipende solo dalla speculazione finanziaria, ma da una concreta penuria fisica. Il diesel viaggia attorno ai 2,47 euro al litro e il gasolio da riscaldamento ha toccato i 180 euro ogni 100 litri, mettendo in ginocchio quel sesto di abitazioni tedesche che ancora si scalda a nafta. A pesare come un macigno sono i danni alle raffinerie russe colpite dai droni ucraini, che hanno prosciugato le esportazioni globali di gasolio, uniti alle continue tensioni marittime in Medio Oriente.
Qui emerge la contraddizione di fondo delle politiche europee. Da anni l’Unione Europea ripete che i combustibili fossili devono sparire in fretta: di conseguenza, le compagnie hanno azzerato gli investimenti per modernizzare gli impianti di raffinazione, oggi vecchi e insufficienti. Ora, quando ci sarebbe necessità di capacità di raffinazione, chissà come mai questa viene a mancare.
Ora che la domanda preme e l’offerta manca, i governi pretendono di abbattere per legge i margini industriali. Il rischio concreto è che le raffinerie decidano semplicemente di vendere i propri prodotti all’estero, dove non esistono tetti artificiali, lasciando le pompe tedesche a secco. Altri Paesi hanno scelto strade diverse. L’Austria ha varato una “freno ai prezzi” che non costa un centesimo all’erario: se l’IVA incassata dallo Stato sale per colpa dei rincari, l’extra-gettito viene restituito il mese dopo ai cittadini abbassando le accise.
Berlino ha invece preferito la via del sussidio a pioggia e dell’intervento sui listini. Una cura provvisoria che tampona l’ansia da voto, ma lascia intatto il problema: le risorse scarseggiano e un decreto ministeriale non produce una sola goccia di gasolio in più, ma siamo in Europa, potevamo aspettarci qualcosa di diverso?







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