Seguici su

EconomiaGermania

Germania al capolinea industriale: i colossi del DAX cancellano 48.000 posti in un solo anno

Crisi industriale a Berlino: le 40 maggiori aziende tedesche tagliano 47.700 posti di lavoro, mentre le imprese italiane e spagnole aumentano l’organico. I dettagli dello studio EY.

Pubblicato

il

Il motore economico europeo si è inceppato davvero, e questa volta il conto lo pagano i lavoratori. Mentre per anni le istituzioni tedesche hanno imposto rigore e lezioni di bilancio al resto d’Europa, i quaranta maggiori gruppi della borsa di Francoforte (DAX) affrontano un taglio pesante dell’occupazione: 47.700 posti di lavoro cancellati in appena dodici mesi a livello mondiale.

La fotografia emerge da un’analisi della società di consulenza strategica EY-Parthenon, anticipata dal quotidiano economico Handelsblatt. Alla chiusura dell’esercizio, l’organico totale del DAX è sceso dell’1,2%, scivolando a 4,06 milioni di dipendenti. L’epoca d’oro delle vendite facili all’estero è tramontata: la sola Volkswagen, nel decennio precedente il 2023, aveva assunto 100.000 persone fino a raggiungere quota 684.000 dipendenti. Oggi quella corsa è finita.

A rendere il quadro ancora più amaro per la Germania è il confronto diretto con i partner europei:

  • Germania (DAX): -1,2% (-47.700 occupati)
  • Francia (CAC 40): -0,2%
  • Spagna (IBEX 35): +0,9% (+11.600 occupati)
  • Italia (FTSE MIB): +0,9% (+10.900 occupati)

Chi sta tagliando di più sul mercato tedesco? L’emorragia colpisce soprattutto due pilastri: l’automobile e la chimica.

In prima fila c’è Volkswagen, che tra la pressione delle auto elettriche e la caduta delle vendite in Cina si trova costretta a tagliare sui costi e a mettere in discussione gli storici accordi di tutela del personale. Sulla stessa scia si muovono grandi fornitori di componentistica come Continental, che ha avviato riduzioni di migliaia di addetti negli uffici e nella ricerca per difendere i margini.

La crisi non risparmia la chimica di base e la farmaceutica. BASF, colpita da bollette energetiche insostenibili dopo il distacco dal gas a basso costo, ha ridotto l’attività nel polo storico di Ludwigshafen per investire fuori dall’Europa. Intanto Bayer prosegue con tagli al personale amministrativo e dirigenziale per ridurre un debito pesante.

Esistono poche eccezioni: aziende legate alla spesa militare o all’infrastruttura elettrica registrano una forte crescita. È il caso di Rheinmetall, trainata dagli ordini della difesa, e di Siemens Energy, sostenuta dall’adeguamento delle reti. Si tratta però di casi isolati che non compensano le perdite dei colossi tradizionali.

Riuscirà la Germania a riprendersi? Nel breve termine la strada appare tutta in salita.

Il sistema tedesco si reggeva su tre elementi: energia economica, forte domanda da parte della Cina e moderazione dei salari interni. Oggi l’energia costa molto più che negli Stati Uniti o in Asia, le fabbriche cinesi sono diventate rivali dirette e aggressive, mentre la domanda interna tedesca resta debole a causa delle regole rigide sul debito pubblico che frenano gli investimenti in ponti, ferrovie e reti digitali. Intanto si parla del possibile blocco dell’export di gasolio USA, che colpirebbe duramente la Germania.

Senza una decisa spinta agli investimenti reali e una politica industriale pragmatica sui costi dell’energia, la ripresa resterà un miraggio. E con un pizzico di ironia della storia, oggi sono proprio i paesi mediterranei, a lungo considerati lenti e poco virtuosi, a creare lavoro nelle grandi aziende.

Google News Rimani aggiornato seguendoci su Google News!
SEGUICI
E tu cosa ne pensi?

You must be logged in to post a comment Login

Lascia un commento