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Fumo nero tra Washington e Kiev: Rubio gela Zelensky sull’intelligence e Trump lo accusa sui prezzi del diesel
Duro scontro tra Washington e Kiev: Rubio smentisce i tagli all’intelligence sui missili, mentre Trump accusa l’Ucraina di far schizzare i prezzi mondiali del diesel colpendo navi e raffinerie.

La corda tra Washington e Kiev si è tesa e si va verso la rottura, se non cambierà qualcosa In uno scambio diplomatico senza precedenti per durezza, il segretario di Stato Marco Rubio ha respinto con freddezza le accuse del presidente ucraino Volodymyr Zelensky sulla presunta interruzione dei dati satellitari e dell’intelligence USA per l’allerta missilistica.
Il messaggio recapitato a Kiev è netto: smetterla con gli sfoghi mediatici e concentrarsi su come chiudere una guerra che sta dissanguando uomini e risorse. Dietro il botta e risposta non c’è solo una divergenza tattica, ma una crepa economica e strategica profonda che coinvolge raffinerie, mercati petroliferi e il costo del carburante alla pompa.
Il cortocircuito sui missili e il giallo Starshield
Tutto è precipitato dopo un’intervista di Zelensky a NBC News. Il presidente ucraino ha lamentato tre “buchi informativi” nell’intelligence americana durante attacchi balistici russi, proprio mentre scarseggiano i missili intercettori Patriot: solo Washington possiede i sistemi per rilevare tempestivamente questi lanci.
La replica di Rubio, arrivata dall’Uzbekistan, non ha lasciato spazio alla diplomazia felpata:
“Non so da dove tiri fuori queste cose né perché le dica alla stampa. Non c’è stata alcuna interruzione. Zelensky dovrebbe concentrarsi sul porre fine a questa guerra”.
Funzionari statunitensi hanno respinto ogni addebito, suggerendo malfunzionamenti interni ucraini o la ricerca di un capro espiatorio.
Resta avvolta nel mistero anche la presunta limitazione di Starshield — la versione militare di Starlink — che Kiev sostiene sia stata depotenziata sopra i 160 km/h, rendendo difficile intercettare i droni Shahed. Sia Elon Musk sia l’amministrazione negano ogni intervento.
Petroliere e raffinerie: il vero nervo scoperto è l’energia
A fare infuriare Washington non sono solo le lamentele sui radar. C’è una questione materiale, contabile ed energetica che la Casa Bianca non intende più tollerare.
In un colloquio con Breitbart, Rubio ha rivelato che i droni ucraini nel Mar Nero hanno colpito imbarcazioni commerciali che trasportavano petrolio appartenente ad aziende statunitensi. “Abbiamo compagnie americane che ci chiamano infuriate”, ha spiegato il segretario di Stato. Danneggiare il greggio di casa propria mentre l’offerta globale traballa non rientrava esattamente nei piani di Washington.
A rincarare la dose è intervenuto Donald Trump su Truth Social. Il tycoon ha puntato il dito contro i bombardamenti ucraini alle raffinerie di carburante in territorio russo:
- Colpire il diesel scuote l’economia reale: il gasolio è il sangue della logistica, del trasporto merci e dei trattori agricoli.
- Effetto inflazione: ridurre la capacità di raffinazione russa alza i prezzi internazionali del diesel, danneggiando direttamente agricoltori e imprese americane.
- Forniture a basso costo: la Russia continua a esportare milioni di barili di diesel a prezzi scontati, calmierando un mercato globale altrimenti esplosivo.
| Punto di frizione | Versione di Kiev | Posizione di Washington | Ricaduta economica pratica |
| Allerta missili | Stop all’intelligence USA e Patriot al lumicino | Nessun blocco; polemiche inutili alla stampa | Rischio paralisi delle difese aeree |
| Attacchi nel Mar Nero | Bersagli navali russi per spezzare il blocco | Navi colpite con petrolio di aziende USA | Rincaro noli e tensioni sulle assicurazioni marittime |
| Raid sulle raffinerie | Colpire le entrate belliche di Mosca | Danneggiamento del mercato globale del diesel | Pressione al rialzo sull’inflazione e sul carburante |
Realpolitik: il fronte del Donbass e l’intesa con Mosca
La partita energetica si intreccia con quella negoziale. Trump ha congelato le sanzioni contro Mosca previste dalla legge intitolata a Lindsey Graham. Il motivo è pragmatico: non allontanare la Russia dal tavolo delle trattative e impedire che Mosca stringa alleanze ancora più organiche con Teheran.
Sul piano militare, l’analisi del Pentagono e del Dipartimento di Stato è ormai disincantata: “Nessuno sta vincendo questa guerra”, ha ricordato Rubio. I russi controllano quasi l’89% del Donbass. Gli ucraini presidiano l’ultima linea difensiva fortificata: se cede quella, la strada verso il fiume Dnipro e la pianura verso Kiev rimane scoperta. Continuare a sperare in una vittoria campale ignorando il logoramento demografico e industriale ucraino non fa parte del realismo americano.
Per l’Occidente, la fattura economica del sostegno a oltranza rischia di diventare insostenibile di fronte a mercati energetici vulnerabili. Tra forniture militari esaurite, benzinaio sotto casa che rincara e una diplomazia delle cannoniere ormai esausta, la Casa Bianca ha chiarito che il tempo degli assegni in bianco e delle recriminazioni pubbliche è scaduto.







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