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Fuga da L’Avana: le catene spagnole scappano e Washington prepara il blitz alberghiero a Cuba
Terremoto ai Caraibi: le sanzioni USA spazzano via Meliá e Barceló da Cuba dopo 35 anni. L’isola rimane senza hotel internazionali mentre i colossi americani preparano l’incasso, ma il crollo della rete elettrica minaccia l’intero settore.

L’economia cubana perde il suo polmone finanziario principale e precipita nel baratro. La fuga totale e improvvisa delle catene alberghiere spagnole – Meliá, Iberostar, Barceló e NH – lascia l’isola senza gestione turistica internazionale per la prima volta dagli anni Novanta. Decenni di investimenti europei sono stati cancellati nel giro di pochissime settimane. Non si tratta di una semplice lite diplomatica: per l’Avana è un collasso economico immediato che spalanca la strada ai colossi americani e affonda del tutto i bilanci dello Stato.
Washington ha assestato il colpo definitivo a un settore già agonizzante. Con l’inasprimento delle sanzioni e l’ultimatum perentorio lanciato al conglomerato militare GAESA e al Ministero del Turismo (Mintur), la pressione legale ed economica sulle aziende straniere è diventata insostenibile. Per i gruppi europei continuare a operare a Cuba significava rischiare pesantissime ritorsioni finanziarie sul mercato statunitense e globale.
Il ritiro dei “galiziani“, come vengono chiamati storicamente i gruppi alberghieri spagnoli nei Caraibi, risponde a una precisa logica geopolitica ed economica. È una sequenza già vista di recente in Venezuela. A Caracas, dopo la svolta politica e la cattura di Nicolás Maduro, Washington ha allentato gradualmente le restrizioni sul settore petrolifero, spalancando le porte alle proprie compagnie nazionali come Chevron, mentre colossi del calibro di ExxonMobil studiano la ripartenza. A Cuba la strategia della Casa Bianca segue lo stesso identico copione: prosciugare il regime cancellando gli operatori terzi per poi occupare lo spazio commerciale con le proprie aziende al momento opportuno. In Venezuela sono potuti rientrare solo quei gruppi europei che hanno rispettato le sanzioni USA, come ENI e Repsol.
L’uscita di scena degli operatori europei crea un vuoto di mercato senza precedenti. Non appena il quadro normativo o politico tra Washington e L’Avana conoscerà un’apertura, i colossi statunitensi dell’hotellerie saranno pronti a prendersi l’intera isola. Marchi come Marriott, Hilton, Hyatt e Wyndham, rimasti al palo per decenni a causa dell’embargo commerciale, vedono finalmente avvicinarsi il loro momento. Gli spagnoli, che hanno giocato con il regime cubano, vengono tagliati fuori.
Se questo scenario dovesse concretizzarsi, i gruppi americani entreranno nel mercato cubano partendo da una situazione di schiacciante vantaggio competitivo:
Prossimità geografica immediata con il più grande bacino di turisti al mondo.
Potenza finanziaria e liquidità nettamente superiori ai concorrenti europei.
Programmi di fidelizzazione globali capaci di muovere decine di milioni di clienti.
Sinergie dirette con le grandi compagnie aeree statunitensi e le piattaforme di prenotazione dominanti.
La ritirata spagnola è stata rapida ma drammatica. In un primo momento, catene come Meliá e Iberostar hanno cercato di resistere cancellando solo i contratti con la società militare Gaviota e mantenendo attivi gli accordi con le entità civili come Gran Caribe o Cubanacán. Tuttavia, l’estensione delle sanzioni americane a tutto il Ministero del Turismo cubano ha fatto saltare ogni strategia di difesa. Meliá ha annunciato la cessazione totale delle attività citando insormontabili difficoltà operative e finanziarie, seguita a ruota da Barceló e Iberostar che hanno chiuso le vendite e anticipato l’abbandono dell’isola.
La mossa di Washington ha trovato terreno fertile in una situazione economica interna già disastrosa. Il turismo cubano era infatti spento da tempo a causa di gravissimi problemi strutturali:
Blackout elettrici continui e una rete di distribuzione ormai obsoleta.
Carenza cronica di carburante per trasporti, logistica e generatori di emergenza.
Impossibilità di approvvigionamento di cibo e beni essenziali per gli ospiti.
Isolamento aereo crescente, accelerato dall’addio di vettori storici come Iberia.
I dati statistici confermano il disastro. Nel 2018 Cuba registrava quasi 4,7 milioni di visitatori internazionali. Nel 2025 il dato si è ridotto a meno di due milioni di arrivi. Attualmente gli hotel cubani registrano un’occupazione media attorno al 25%, il dato più basso di tutta l’area caraibica. Con numeri simili e camere deserte, la redditività degli impianti è azzerata.
L’uscita degli operatori spagnoli priva l’isola della sua prima fonte di valuta estera e mette a rischio centinaia di migliaia di posti di lavoro. I nuovi padroni del turismo cubano potrebbero presto essere gli hotel “gringo”, anche se, per ora, nonostante le aperture economiche de L’Avana, questa invasione non si è ancora vista.
Il cambio di bandiera sulle facciate degli hotel non basterà da solo a resuscitare l’industria delle vacanze. Un resort di lusso non può funzionare senza energia elettrica costante e servizi basilari efficienti. Il turismo cubano potrà rifiorire davvero solo se si ricostruirà una rete elettrica stabile e un’infrastruttura moderna, ma questo richiede capitali e investimenti che, per ora, non arrivano.







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