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Francia sull’orlo del baratro? I mercati bocciano Parigi, i rendimenti superano Italia e Grecia e la BCE resta a guardare
I rendimenti francesi superano quelli spagnoli e toccano i massimi dal 2008. Con l’inflazione al 3,3% e un debito da 3.500 miliardi, la BCE resta con le mani legate mentre incombe lo spettro di un crac in stile greco e la tempesta elettorale.

Parigi trema sotto il fuoco incrociato dei mercati finanziari. Per la prima volta nella storia dell’unione monetaria, la Francia paga per finanziare il proprio debito pubblico tassi più alti di Spagna, Portogallo e persino Grecia. Un’inversione clamorosa che manda in frantumi la presunta superiorità finanziaria d’Oltralpe e apre una crisi di fiducia devastante per l’intera eurozona.
Mentre il rendimento dei titoli decennali francesi schizza a quota 4,25%, il livello più alto dal 2008, la Banca Centrale Europea resta immobile. La seconda economia del continente rischia di infilarsi in una spirale di sfiducia identica a quella vissuta dalla Grecia oltre un decennio fa, ma con una differenza spaventosa: il debito di Parigi è semplicemente troppo grande per essere salvato.
Lo storico sorpasso dei mercati: Parigi paga più della periferia
Per anni le élite francesi hanno impartito lezioni di rigore fiscale ai cosiddetti paesi periferici del Sud Europa. Oggi il mercato presenta un conto salatissimo. Il titolo decennale spagnolo offre un rendimento del 3,83%, scavando un divario favorevole a Madrid di ben 42 punti base rispetto a quello francese.
Fino a due anni fa, Parigi godeva di un vantaggio di oltre 40 punti base su Madrid. Nel giro di pochi mesi si è verificato un terremoto finanziario da oltre 80 punti base complessivi. Anche lo scarto rispetto al bund tedesco è esploso oltre la soglia psicologica degli 85 punti base, arrivando persino a superare il costo di finanziamento della carta italiana sui mercati secondari. Il decennale greco, una volta in default, rende 4,05% meno di quello francese.
I grandi investitori internazionali, che detengono oltre il 55% del debito pubblico transalpino, stanno votando con i piedi. Chi comprava debito francese considerandolo quasi privo di rischio preferisce ora spostarsi sui titoli dei Paesi mediterranei, che mostrano conti pubblici più stabili o quantomeno traiettorie fiscali meno dissennate.
| Paese | Rendimento Decennale (10Y) | Deficit / PIL stimato | Debito / PIL stimato |
| Francia | 4,25% | -5,1% | 116% – 118% |
| Spagna | 3,83% | –2,6% | ~105% |
| Italia | ~4,22% | -2,9% | ~135% |
| Germania | ~3,38% | -3,1% | ~63% |
Il vicolo cieco del governo Lecornu: la trappola dell’austerità
Dietro la fuga degli investitori non c’è solo speculazione, ma un disastro fiscale strutturale. La Francia ha chiuso l’ultimo anno con un deficit pubblico pari al 5,1% del PIL e una massa debitoria che veleggia verso il 118%. Il Fondo Monetario Internazionale ha già avvertito che, in assenza di correzioni immediate, i conti pubblici francesi diventeranno ingestibili.
La domanda che scuote i palazzi del potere è una sola: come potrà il governo guidato da Sébastien Lecornu far approvare un bilancio equilibrato in un Parlamento spaccato in tre tronconi?
La risposta è semplice: matematicamente non può. Se il governo decidesse di tagliare con l’accetta la spesa pubblica per soddisfare le richieste dei mercati, otterrebbe l’effetto immediato di affossare la domanda interna e deprimere il PIL. Quando l’economia frena bruscamente, il gettito fiscale crolla e il rapporto debito/PIL, paradossalmente, peggiora invece di migliorare. Mario Monti con la sua esperienza in Italia ha insegnato molto bene.
Inoltre, la Francia possiede già la pressione fiscale più pesante del mondo occidentale. Aumentare ancora le tasse non farebbe altro che soffocare le imprese locali e accelerare la fuga dei capitali verso paesi fiscalmente più accoglienti come Belgio, Svizzera o Lussemburgo.
Perché Francoforte tiene il dito lontano dal pulsante del salvataggio
Nelle passate crisi del debito sovrano, la BCE interveniva puntualmente aprendo i rubinetti della liquidità e comprando titoli a man bassa. Oggi quella porta è sprangata da un ostacolo insormontabile: l’inflazione nell’eurozona è risalita al 3,3%, spinta soprattutto dai costi energetici volati di oltre il 14% su base annua.
Per combattere il rincaro dei prezzi, la banca centrale ha bisogno di mantenere condizioni monetarie restrittive. Se Francoforte decidesse di intervenire per acquistare in massa i titoli francesi e schiacciare i loro rendimenti, creerebbe una contraddizione mortale:
- Finanzierebbe la spesa pubblica con moneta nuova, alimentando ulteriori spinte inflazionistiche sui beni di consumo.
- Indebolirebbe il cambio dell’euro, rendendo ancora più costose le importazioni di materie prime e petrolio.
- Spezzerebbe il principio dell’azzardo morale, premiando lo Stato che ha ignorato le regole comuni e scatenando l’ira dei Paesi del Nord.
- Renderebbe ingestibile la dimensione del proprio bilancio: la Francia ha un debito monstre da 3.500 miliardi di euro, una cifra che nessuna operazione di compensazione monetaria potrebbe assorbire senza scatenare il caos.
Scriviamo tutto queste ignorando i vincoli costituzionali della BCE, l’articolo 123, che, teoricamente, vieterebbero ogni forma di monetizzazione del debito. Il nuovo scudo anti-spread della BCE, il TPI, prevede regole rigidissime: può scattare solo contro attacchi speculativi privi di fondamento economico, non per salvare chi presenta squilibri strutturali di bilancio e rifiuta di rientrare nei parametri europei.
La Francia rischia una crisi greca? La guerra politica a Marine Le Pen
Definire la situazione francese come un potenziale “momento greco” non è più un’esagerazione giornalistica. La dinamica è identica: tassi che salgono, interessi che crescono a ogni asta di rifinanziamento, deficit che si allarga e investitori in fuga. Con una differenza cruciale: se la Grecia pesava per una quota trascurabile del PIL europeo, il fallimento della Francia farebbe saltare l’intera architettura dell’euro.
Sullo sfondo incombe la resa dei conti politica in vista delle prossime elezioni presidenziali. Con i sondaggi che danno Marine Le Pen e la sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon in netta ascesa, i mercati stanno già prezzando il rischio politico. Mélenchon evoca apertamente la cancellazione unilaterale del debito, mentre una vittoria del Rassemblement National rischierebbe di paralizzare la nazione con scioperi generali promossi dai potenti sindacati di settore.
L’inazione della BCE e la pressione dei mercati appaiono sempre più come una morsa politica: costringere la classe politica francese a una disciplina forzata prima che le urne consegnino le chiavi dell’Eliseo a forze non gradite all’asse tecnocratico europeo.
La BCE quindi per ora resta a guardare, ma ci si può chiedere sino a quando può permettersi questo atteggiamento senza rischiare o la destabilizzazione dei governi dell’Unione o la crisi del sistema europeo. Per ora si fa finta di nulla, anzi si annunciano, praticamente, innalzamenti dei tassi che avranno effetti incrementativi del costo del debito pubblico. Nello stesso tempo sarebbe la prima volta in cui la BCE si muove contro la Francia. Siamo al redde rationem europeo?








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