Economia
Flessibilità, Meloni apre il confronto con Ursula: Giorgetti cerca il varco tra le resistenze dei frugali, prime aperture dalla Commissione Ue alla lettera italiana

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La partita europea sulla flessibilità entra nella fase più delicata. La Commissione frena sulle nuove deroghe, ma accetta di approfondire le richieste italiane. Giorgetti riferisce di consensi raccolti all’Eurogruppo; Meloni ha già affrontato il dossier direttamente con Ursula von der Leyen a Spalato. Il margine che Roma cerca potrebbe emergere dall’applicazione delle regole esistenti, prima ancora che da una loro modifica. È su questa distinzione che si concentra ora il negoziato.
Il passaggio politico risale al Med9 del 7 ottobre. «Mi pare che ci sia interesse», ha detto la presidente del Consiglio, confermando il confronto con von der Leyen sulla lettera italiana. Una formula misurata: segnala disponibilità ad ascoltare, senza annunciare una concessione. Meloni ha inoltre precisato che il problema è stato sollevato anche dalla Grecia. Roma dispone dunque di un interlocutore che condivide l’urgenza di affrontare gli effetti dell’inflazione sui bilanci nazionali.
La lettura politica è che Spalato abbia permesso alla premier di verificare personalmente lo spazio della trattativa, prima del confronto fra i ministri delle Finanze. Non sono emersi resoconti verificabili dei contenuti riservati del colloquio: sarebbe quindi arbitrario attribuire a Ursula promesse o impegni. La sequenza pubblica, però, è significativa. Meloni pone il problema al livello della guida della Commissione; Giorgetti porta a Lussemburgo le ragioni economiche e cerca sostegno tra i colleghi.
Il ministro ha descritto un dibattito ampio, nel quale la proposta italiana avrebbe ricevuto «numerosi consensi», pur incontrando le tradizionali perplessità dei Paesi frugali. È la valutazione del Mef, che non fornisce un elenco completo dei governi favorevoli. Il risultato politico, per ora, consiste nell’aver ottenuto una discussione sulla richiesta e un impegno della Commissione a esaminarla ulteriormente.
Il nodo è concreto. Se l’inflazione supera le previsioni sulle quali è stato concordato il percorso di spesa, alcuni oneri pubblici crescono senza una nuova decisione del governo. Prestazioni indicizzate e costi degli interventi possono assorbire risorse aggiuntive. Roma chiede che questo effetto sia riconosciuto nella valutazione dei vincoli, evitando che l’aumento nominale della spesa venga letto automaticamente come un allentamento della disciplina di bilancio.
Qui si trova il possibile varco. Giorgetti insiste sulla corretta interpretazione dei fattori rilevanti per il rispetto del Patto. Dombrovskis replica che il quadro contiene già elementi capaci di considerare l’inflazione, ma aggiunge che le richieste di Italia e Grecia saranno approfondite. Le posizioni rimangono distanti sull’entità dei margini; il terreno dell’applicazione delle norme, tuttavia, resta aperto al confronto.
Una soluzione negoziale potrebbe quindi passare dal riconoscimento degli effetti dell’inflazione nella valutazione dei percorsi di spesa, consentendo a Bruxelles di mantenere fermo il quadro generale. È un’ipotesi che emerge dalle dichiarazioni pubbliche, non un compromesso già concordato. Per Roma avrebbe il vantaggio di cercare spazio operativo senza subordinare tutto a una revisione delle regole, politicamente più difficile.
Il retroscena aiuta a capire la cautela europea. Secondo quanto riferito dal Financial Times, funzionari dell’Unione temono in privato una reazione negativa dei mercati a ulteriori concessioni. La lettera di Meloni contiene anche la richiesta di utilizzare parte delle maggiori entrate prodotte dall’inflazione per attenuare temporaneamente il costo dell’energia. Dietro il confronto sulle formule fiscali c’è dunque una tensione precisa: intervenire sul caro vita conservando la fiducia degli investitori.
Il fronte contrario si è espresso con nettezza attraverso il ministro olandese Eelco Heinen, che ha contestato il ricorso a nuove modifiche delle regole e indicato nella riduzione della spesa e nelle riforme la risposta da privilegiare. Anche Dombrovskis ha richiamato la prudenza, collegandola all’andamento dei rendimenti e degli spread. Per Meloni e Giorgetti significa che la trattativa dovrà offrire garanzie sulla durata e sulla destinazione degli eventuali margini.
Roma e Atene, inoltre, non avanzano richieste perfettamente coincidenti. La Grecia punta a escludere dal limite di spesa netta misure temporanee di sostegno a famiglie e imprese, mentre l’Italia insiste sul riconoscimento dell’inflazione e sull’utilizzo delle entrate aggiuntive. La convergenza politica nasce dalla stessa emergenza; la soluzione tecnica deve ancora essere costruita.
C’è poi un’apertura concreta da distinguere da questo negoziato. La Commissione ha concluso positivamente la valutazione della richiesta italiana di attivare la clausola nazionale di salvaguardia, presentata a settembre, ritenendola compatibile con la sostenibilità dei conti nel medio termine. Il passaggio successivo spetta al Consiglio. È un avanzamento su quel dossier, che non equivale all’accoglimento della nuova richiesta sull’inflazione.
Per il governo, la valutazione positiva offre un argomento utile: la ricerca di flessibilità può accompagnarsi al mantenimento di un percorso sostenibile. La sfida è estendere questa logica alla pressione straordinaria dei prezzi, raccogliendo alleati e circoscrivendo con precisione gli interventi. Il colloquio di Spalato conta soprattutto in questa prospettiva: mantiene la questione dentro il confronto politico con von der Leyen, mentre il Tesoro lavora sulle condizioni che potrebbero renderla praticabile.
Meloni ha aperto il canale, Giorgetti cerca la soluzione. Bruxelles difende le regole e lascia spazio agli approfondimenti. Il risultato dipenderà dalla capacità italiana di trasformare il sostegno dichiarato in una convergenza su misure definite. Per Palazzo Chigi, ottenere margini utilizzabili contro il caro energia sarebbe un risultato ben più rilevante di una generica dichiarazione di disponibilità: significherebbe portare le ragioni italiane dentro le decisioni europee, proprio mentre la pressione sui bilanci rende più difficile ogni scelta.







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