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Fitto apre il ponte tra Pnrr e Coesione: una via per salvare i progetti oltre agosto

I Paesi Ue “hanno l’opportunità” di spostare progetti del Pnrr che rischiano di non essere completati entro la scadenza di agosto sulla politica di Coesione. “Gli Stati membri stanno presentando le proprie revisioni, le valuteremo. Questa è un’opportunità che c’è”. Lo ha ribadito il vicepresidente della Commissione Ue, Raffaele Fitto, rispondendo a una domanda sulla possibilità annunciata dalla Commissione europea.
“Non posso entrare nel merito”, ha aggiunto. “Se uno Stato membro presenta la richiesta di spostare queste risorse, lo può
fare seguendo le linee guida che abbiamo approvato su proposta mia e del (commissario all’economia, ndr) Dombrovskis a giugno 2025, dando questa opportunità agli Stati membri”.
Non si tratta di una proroga generalizzata del Pnrr, la cui scadenza resta confermata, né di un passaggio automatico delle risorse da uno strumento all’altro. Il meccanismo consente di ridimensionare o suddividere gli interventi: la parte realizzabile entro agosto rimane finanziata dal Pnrr, mentre le opere successive possono proseguire attraverso risorse nazionali o altri fondi europei, compresi quelli della politica di coesione. È questa la soluzione indicata dalla Commissione nella comunicazione “NextGenerationEU – La strada verso il 2026”
La scelta rappresenta una rete di protezione importante per amministrazioni, enti locali e soggetti attuatori. L’alternativa sarebbe infatti il rischio di perdere investimenti già avviati, lasciando incompiute infrastrutture e opere pubbliche soltanto perché incompatibili con il calendario straordinario del Pnrr. Già nell’aprile 2025 la Commissione aveva invitato Stati e Regioni a individuare gli interventi in difficoltà che avrebbero potuto trovare continuità nella programmazione della coesione. L’iniziativa conferma soprattutto la linea politica portata avanti da Fitto: superare la frammentazione tra Pnrr, fondi strutturali e programmi nazionali, costruendo una maggiore complementarità tra le diverse fonti di finanziamento. Il vicepresidente della Commissione non entra nel merito delle richieste dei singoli governi, che dovranno essere valutate una per una, ma chiarisce che lo strumento esiste e può essere utilizzato seguendo le procedure europee.
La revisione della politica di coesione ha già consentito agli Stati e alle Regioni di riallocare risorse verso nuove priorità, sfruttando la flessibilità interna alla programmazione 2021-2027. L’obiettivo è rendere i fondi europei più aderenti alle necessità attuali, senza abbandonare la loro funzione fondamentale: ridurre le disparità territoriali e sostenere le aree che rischiano di rimanere indietro.
Lo stesso messaggio è stato ribadito venerdì 10 luglio a Roma, durante il seminario di Fratelli d’Italia-ECR “La forza dei territori – Coesione e competitività: la sfida italiana per l’Europa”. Fitto ha definito la coesione «un obiettivo centrale, fondamentale, parte integrante dei Trattati», necessario per ridurre le disparità territoriali, sottolineando però che questa politica «ha bisogno di essere modernizzata rispetto alle nuove esigenze».
Nelle parole del vicepresidente non esiste una contrapposizione tra coesione e competitività. Al contrario, un territorio può competere soltanto se dispone di infrastrutture, energia, collegamenti, servizi pubblici, capacità amministrativa e capitale umano. Sostenere le aree interne, le isole, le regioni meno sviluppate e le periferie non significa finanziare assistenza permanente, ma creare le condizioni perché cittadini e imprese possano restare, investire e produrre.
È il principio del “diritto a restare”, entrato esplicitamente nella missione affidata a Fitto dalla Commissione europea: affrontare le disparità regionali affinché ogni cittadino abbia la possibilità concreta di continuare a vivere nel luogo che considera casa. Un obiettivo che collega sviluppo economico, servizi, competitività e tenuta sociale delle comunità.
La flessibilità proposta da Fitto può offrire alle Regioni meridionali la possibilità di rivedere i programmi, concentrare le risorse sui progetti realmente realizzabili e utilizzare in maniera complementare Pnrr, fondi strutturali e programmi nazionali. Non si tratta di abbassare i controlli, ma di evitare che le regole diventino più importanti dei risultati e che la paura di commettere errori produca immobilismo.
Il modello da seguire esiste ed è quello della ZES Unica. La scelta del Governo Meloni di affidare a una struttura nazionale il coordinamento delle autorizzazioni, garantendo procedure semplificate, tempi più certi e un interlocutore unico per le imprese, ha dimostrato che il Sud non è condannato alla lentezza. Quando lo Stato crea condizioni favorevoli, il Mezzogiorno risponde con investimenti, lavoro e crescita.
I dati dell’Istat certificano che nel 2025 il Pil del Sud è cresciuto dello 0,6%, contro lo 0,5% del Centro-Nord. Ancora più evidente il risultato sull’occupazione: +1,5% nel Mezzogiorno, rispetto al +0,9% del Nord-ovest e al +0,8% del Nord-est. La ZES non è naturalmente l’unica causa di questa dinamica, ma ha accompagnato e rafforzato una stagione nella quale il Sud è tornato a crescere più velocemente di altre aree del Paese.
La vera sfida politica è trasferire questo metodo anche nella gestione della coesione: governance più forte, responsabilità chiare, procedure semplici e possibilità di correggere i programmi quando emergono difficoltà. Per troppo tempo l’Europa ha misurato il successo sulla quantità delle risorse assegnate. Fitto vuole spostare l’attenzione sulla capacità di spenderle bene e trasformarle in crescita.
È anche il segno del nuovo peso conquistato dall’Italia nelle istituzioni europee. Oggi non è più Bruxelles a imporre modelli astratti ai territori italiani: è un vicepresidente italiano della Commissione a proporre all’Europa un metodo nato dall’esperienza concreta del Mezzogiorno.









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