Economia
Famiglie italiane più ricche di 1.347 miliardi dal 2022. Il risparmio resiste a guerre e inflazione: quanto ha inciso il governo Meloni

C’è un dato che, letto nel contesto degli ultimi quattro anni, assume un peso ben superiore alla semplice statistica patrimoniale. Dal 2022 a marzo 2026 la ricchezza netta delle famiglie italiane è aumentata di 1.347 miliardi di euro, passando dai 9.947,7 miliardi di fine 2021 agli 11.294,7 miliardi di marzo scorso. Una crescita del 13,5%, superiore in valore assoluto ai 1.019,8 miliardi accumulati negli undici anni compresi tra il 2010 e il 2021.
A certificarlo è il Centro studi di Unimpresa. Il confronto è impressionante soprattutto per la diversa durata dei due periodi: in poco più di quattro anni sono stati creati 327,2 miliardi di patrimonio netto in più rispetto agli undici anni precedenti. Circa il 57% dell’intero incremento della ricchezza registrato dal 2010 a oggi si concentra così nella fase iniziata nel 2022.
Non soltanto più ricchezza: gli italiani hanno cambiato il modo di investire
Il dato probabilmente più interessante è però un altro. Gli italiani non si sono limitati ad accumulare patrimonio: ne hanno modificato profondamente la composizione.
I titoli di debito, dopo anni di arretramento, aumentano di ben 298,1 miliardi, pari al 130,2% rispetto al 2021. Gli immobili guadagnano 479,6 miliardi, +9,4%, mentre azioni e altre partecipazioni crescono addirittura di 545,9 miliardi, +43,2%. Al contrario, i depositi diminuiscono di 27 miliardi e assicurazioni e polizze vita arretrano di 57,2 miliardi
È la fotografia di un risparmio italiano che sembra essere diventato meno “parcheggiato” sui conti correnti e maggiormente investito.
Ed è proprio qui che si può individuare uno dei collegamenti più concreti con alcune decisioni assunte durante il governo Meloni, pur senza commettere ovviamente l’errore di attribuire Palazzo Chigi una relazione causale e i meriti per i 1.347 miliardi di risparmio raggiunti dagli italiani negli ultimi 4 anni. Il caso più evidente è quello dei titoli di Stato
Nel 2023 il Tesoro ha lanciato il BTP Valore, costruito specificamente per i piccoli risparmiatori: acquisto senza commissioni in fase di collocamento, tassazione agevolata al 12,5%, premio per chi conserva il titolo fino alla scadenza e meccanismi di cedole pensati per il mercato retail. Le sole prime due emissioni del 2023 raccolsero oltre 35 miliardi di euro.
A questo si è aggiunta la scelta politica di escludere dal calcolo dell’Isee fino a 50mila euro di titoli di Stato e altri prodotti finanziari garantiti dallo Stato. Una misura che evidentemente non può spiegare da sola il +298 miliardi registrato dalla categoria dei titoli di debito, ma che va nella stessa direzione: rendere più conveniente per le famiglie destinare una parte del risparmio al reddito fisso e, in particolare, al debito pubblico italiano
È uno dei punti politicamente più interessanti dell’intera fotografia: mentre diminuiscono i soldi lasciati sui depositi, tornano prepotentemente gli investimenti obbligazionari.
C’è poi una seconda possibile chiave di lettura. Per accumulare patrimonio occorre prima di tutto che esistano redditi e una sufficiente stabilità delle aspettative familiari.
E qui i dati sul lavoro degli ultimi anni non possono essere ignorati. A luglio 2026 l’Italia contava 24 milioni e 370mila occupati, 307mila in più rispetto a luglio 2025. Soprattutto, nell’ultimo anno i dipendenti permanenti sono aumentati di 303mila unità, mentre quelli a termine sono diminuiti di 82mila. Il tasso di occupazione è arrivato al 63,2%. (Istat)
Non significa automaticamente che “più occupazione = 1.347 miliardi di ricchezza”. Sarebbe una semplificazione economica eccessiva. Ma una maggiore base occupazionale e una crescita del lavoro stabile possono concorrere a rafforzare la capacità di reddito, risparmio e investimento delle famiglie.
E questo rende il risultato patrimoniale ancora più significativo se si considera il contesto nel quale è maturato.
Quattro anni tutt’altro che tranquilli
La fase iniziata nel 2022 ha attraversato la guerra in Ucraina, la crisi energetica, l’impennata dell’inflazione, il rapido aumento dei tassi della Bce, le tensioni in Medio Oriente e una successione di shock geopolitici e commerciali.
Proprio il 2022 dimostra quanto questi fattori abbiano pesato: secondo Unimpresa, quell’anno la ricchezza netta scese da 9.947,7 a 9.923,1 miliardi. Ma il calo venne rapidamente recuperato: 10.398,7 miliardi nel 2023, 10.794,5 nel 2024 e 11.333,1 miliardi alla fine del 2025.
Dunque non siamo davanti semplicemente a quattro anni di crescita lineare, ma a una capacità delle famiglie italiane di assorbire uno shock iniziale e ricostituire rapidamente il proprio patrimonio. Ed è un elemento di resilienza che assume ancora più importanza guardando a ciò che sta accadendo proprio adesso.
Ad agosto l’inflazione italiana è infatti risalita al 3,3%, dal 2,9% di luglio. Ma dietro il dato generale c’è una differenza sostanziale: l’inflazione di fondo è scesa all’1,5%, mentre sono soprattutto gli energetici a spingere verso l’alto l’indice. I prezzi degli energetici non regolamentati sono passati da +11,4% a +16,9%, quelli regolamentati da +14,8% a +18,8%. L’Istat collega esplicitamente l’accelerazione dell’energia alle tensioni internazionali. È esattamente qui che si giocherà una parte della partita dei prossimi mesi.
Perché la nuova ricchezza delle famiglie è importante, ma ricchezza patrimoniale e potere d’acquisto non sono la stessa cosa. L’aumento del valore di una casa o di un portafoglio azionario accresce il patrimonio, ma non necessariamente mette più denaro a disposizione per fare la spesa o pagare la bolletta. E i dati di Unimpresa sono nominali: una parte della crescita patrimoniale va quindi letta tenendo conto dell’inflazione e della rivalutazione degli asset.
La sfida per Meloni: proteggere il risparmio dall’inflazione energetica
Resta però un fatto difficilmente contestabile: il patrimonio delle famiglie italiane ha mostrato una notevole capacità di resistenza durante una delle fasi geopolitiche ed economiche più complicate degli ultimi decenni.
Alcune scelte dell’esecutivo possono aver contribuito a creare un contesto favorevole: la priorità attribuita all’occupazione, gli interventi sul cuneo e sul reddito da lavoro e, soprattutto sul versante patrimoniale, la strategia del Tesoro volta a riportare il risparmio retail verso i titoli di Stato. Il boom dei titoli di debito nei portafogli delle famiglie è coerente con questa impostazione, anche se l’aumento dei rendimenti seguito alla stretta monetaria della Bce ha avuto certamente un ruolo altrettanto importante.
Ora però il governo si trova davanti alla fase forse più delicata: impedire che una nuova fiammata energetica eroda redditi e risparmi proprio mentre il patrimonio delle famiglie ha raggiunto livelli record.
Benzina, gasolio, gas ed elettricità sono il canale attraverso il quale le crisi internazionali arrivano più rapidamente nelle tasche degli italiani. Se l’inflazione di fondo resta relativamente contenuta ma l’indice generale accelera per l’energia, la priorità diventa evitare che lo shock si propaghi al resto dell’economia.
Il vero dato politico, dunque, non è soltanto che dal 2022 le famiglie hanno accumulato 1.347 miliardi di ricchezza netta. È che lo hanno fatto attraversando inflazione, guerre, caro-energia e tassi elevati. La prossima prova per il governo Meloni sarà preservare questa capacità di accumulazione senza trasformare la tutela del potere d’acquisto in nuova spesa permanente: difendere redditi e risparmio dagli shock energetici, continuando nello stesso tempo a favorire lavoro stabile e investimenti.
Perché gli 11.294,7 miliardi custoditi dalle famiglie non rappresentano soltanto una gigantesca riserva privata. Sono uno dei principali ammortizzatori dell’economia italiana e, se indirizzati verso investimenti produttivi e debito nazionale, possono diventare anche una leva di crescita.









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