Economia
ETS, la revisione europea non basta per rilanciare industria e competitivita’ europea

La Commissione europea ha finalmente riconosciuto che il sistema ETS, così come era stato costruito negli anni del Green Deal ideologico, non poteva continuare senza correzioni. La proposta presentata il 17 luglio costituisce quindi un primo arretramento rispetto alla rigidità del passato, ma resta ancora largamente insufficiente davanti alla crisi di competitività che colpisce l’industria europea.
L’ETS è il mercato europeo delle emissioni: Bruxelles stabilisce un tetto complessivo alla CO₂ che può essere prodotta e assegna o vende quote, ciascuna delle quali consente di emettere una tonnellata equivalente di anidride carbonica. Le imprese che non dispongono di quote sufficienti devono acquistarle sul mercato; quelle che riducono le emissioni possono venderne l’eccedenza. Nato per incentivare la decarbonizzazione, il sistema è diventato nel tempo anche un vero mercato finanziario: le quote di emissione e i relativi derivati sono formalmente classificati come strumenti finanziari dalla normativa MiFID.
La revisione proposta dalla Commissione introduce alcuni elementi positivi. Dal 2031 la riduzione annuale del numero delle quote rallenterebbe al 3,7%, per scendere all’1,7% dal 2036, rispetto al 4,4% previsto dal sistema attuale. Per i comparti coperti dal CBAM, Bruxelles propone inoltre di reintrodurre dal 2028 una parte delle quote gratuite e di rinviarne la completa eliminazione dal 2034 al 2038. Un intervento separato sui benchmark dovrebbe mettere a disposizione delle industrie energivore ulteriori assegnazioni gratuite per un valore stimato in circa 6 miliardi di euro nel periodo 2026-2030.
La Commissione prevede anche una Banca per la decarbonizzazione industriale da 100 miliardi di euro, un maggiore impiego dei proventi ETS per gli investimenti produttivi e la possibilità di utilizzare crediti internazionali e sistemi permanenti di rimozione della CO₂. Si tratta di aperture che confermano una realtà a lungo negata: senza tecnologie disponibili, infrastrutture adeguate e risorse finanziarie, la transizione non si realizza per decreto.
Ma la correzione resta troppo timida. Non c’è la sospensione temporanea chiesta dall’Italia nelle fasi di emergenza energetica; non compare un vero tetto al prezzo della CO₂ né un corridoio capace di impedire oscillazioni incontrollate; non vengono introdotte restrizioni significative alla partecipazione degli operatori puramente finanziari, privi di obblighi industriali di compensazione. Allo stesso tempo, Bruxelles propone di estendere ulteriormente il sistema ai rifiuti, a nuove categorie del trasporto marittimo e a una parte più ampia dell’aviazione.
Il rischio, dunque, è che il costo della CO₂ continui a dipendere non soltanto dalle necessità ambientali e dalla capacità delle imprese di investire, ma anche dalle aspettative e dai movimenti di un mercato nel quale operano banche, fondi e soggetti finanziari. Non è un’accusa generica: le quote ETS e i loro derivati sono strumenti finanziari a tutti gli effetti. È quindi legittimo chiedere che il loro scambio sia subordinato alla funzione ambientale del sistema e non possa trasformarsi in un terreno di speculazione pagato dalle fabbriche e, attraverso il costo dell’elettricità, dalle famiglie.
Se oggi Bruxelles ha aperto alla revisione, una parte importante del merito politico appartiene all’iniziativa condotta dal Governo italiano e, in particolare, dal ministro Adolfo Urso. Nei mesi scorsi il titolare del Mimit ha trasformato il dossier ETS in una delle principali battaglie europee per la difesa della manifattura, portandolo nei Consigli Competitività, nei bilaterali con la Commissione e negli incontri con gli omologhi dei maggiori Paesi industriali.
Già a febbraio Urso aveva riunito al Mimit le associazioni dei settori chimico, siderurgico, ceramico, cartario, meccanico, del vetro, del cemento e della gomma-plastica, chiedendo a Bruxelles «riforme radicali e immediate». In quella sede aveva riferito dei colloqui con cinque commissari europei, tra i quali Stéphane Séjourné e Teresa Ribera, sostenendo che il 2026 dovesse diventare l’anno della svolta nelle politiche industriali europee.
Il passaggio più netto è arrivato al Consiglio Competitività di febbraio, quando Urso ha chiesto la sospensione dell’ETS fino a una sua revisione profonda. Quella presa di posizione, inizialmente descritta come isolata, ha contribuito a portare il problema ai massimi livelli europei e a inserire la revisione urgente del meccanismo nelle conclusioni del Consiglio europeo di marzo. Lo stesso Parlamento europeo, nel ricostruire le posizioni degli Stati, ha riconosciuto formalmente l’iniziativa italiana.
L’8 aprile, durante il bilaterale al Mimit con Séjourné, Urso ha chiesto una misura immediata: congelare temporaneamente i benchmark ai livelli del 2025, evitando una riduzione drastica delle quote gratuite mentre le industrie energivore affrontano costi energetici elevati e una situazione geopolitica instabile. Nel confronto, Italia e Commissione hanno riconosciuto che la sovranità energetica è ormai una questione economica e industriale, oltre che ambientale.
La stessa linea è stata costruita attraverso il dialogo con Francia, Germania, Repubblica Ceca e altri Paesi manifatturieri. Con Parigi, il Mimit ha promosso l’Alleanza ministeriale per le industrie energivore, convocata in prossimità dei Consigli Competitività; con Praga, Urso ha condiviso la richiesta di correggere quote gratuite, benchmark e rapporto tra ETS e CBAM. Non una protesta isolata, quindi, ma una strategia volta a costruire progressivamente una maggioranza industriale europea.
Sul fronte parlamentare europeo, invece, un ruolo altrettanto rilevante è stato svolto dall’ECR e dalla delegazione di Fratelli d’Italia. Carlo Fidanza, capodelegazione di FdI al Parlamento europeo, ha denunciato da mesi il rischio che il mercato delle quote diventi una tassa indiretta sull’energia e sulla produzione, chiedendo la sospensione immediata degli oneri carbonici nelle fasi di crisi e accusando la sinistra di difendere un sistema aperto alla speculazione finanziaria.
Il 9 luglio, insieme a Elena Donazzan, Fidanza ha sostenuto l’appello congiunto di Confindustria, BDI e MEDEF, le organizzazioni industriali di Italia, Germania e Francia. Le tre confederazioni, che rappresentano quasi mezzo milione di imprese, avevano chiesto a von der Leyen una revisione profonda dell’ETS, il mantenimento delle quote gratuite finché il CBAM non sarà realmente efficace, la riforma della Market Stability Reserve e la restituzione integrale dei proventi del sistema alla decarbonizzazione industriale.
La lettera richiamava anche uno studio dell’Università Milano-Bicocca secondo il quale, tra il 2013 e il 2024, una parte rilevante della riduzione delle emissioni manifatturiere sarebbe stata legata alla diminuzione degli impianti produttivi, calati del 14,6%, più che a una trasformazione tecnologica della produzione. È il nodo denunciato da Fidanza: se le emissioni diminuiscono perché le fabbriche chiudono o si trasferiscono altrove, non si è realizzata la transizione ecologica, ma soltanto la delocalizzazione della CO₂ e del lavoro.
L’ECR ha portato la questione anche nell’Aula di Strasburgo. Nicola Procaccini ha chiesto di tutelare le quote gratuite, correggere l’ETS marittimo e fermare l’estensione dell’ETS2 a riscaldamento e trasporto stradale. Il coordinatore ECR in commissione Ambiente, Alexandr Vondra, ha proposto di ridurre al 12% il tasso di assorbimento della riserva di stabilità e di limitare l’accesso alle aste per gli operatori finanziari privi di obblighi di conformità.
La proposta della Commissione è dunque un punto di partenza e, indirettamente, un primo riconoscimento della battaglia condotta dall’Italia, da Urso e dai Conservatori europei. Ma il negoziato con Consiglio e Parlamento deve ora cambiare radicalmente il testo. La decarbonizzazione non può diventare una rendita finanziaria né una tassa sulla permanenza delle imprese in Europa.
Il principio deve tornare a essere chiaro: chi investe per ridurre le emissioni va sostenuto, mentre chi specula sulle quote non può condizionare il costo dell’energia e il futuro delle fabbriche. L’Europa non salverà il clima trasformandosi in un deserto industriale e importando da altri continenti gli stessi prodotti realizzati con standard ambientali inferiori. La vera transizione si realizza innovando e producendo in Europa, non chiudendo gli stabilimenti europei.










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