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Dopo Cernobbio il Campo Largo ha finalmente trovato il suo leader: Mario Monti

Dallo scontro di Cernobbio all’asse con la sinistra: perché il ritorno di Mario Monti riaccende l’allarme su tasse sulla casa, tagli e prelievi sui risparmi degli italiani

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Schlein e Conte possono tirare un sospiro di sollievo. A Cernobbio è comparso il federatore che cercavano: europeista senza esitazioni, sensibile alla patrimoniale, diffidente verso la sovranità nazionale e, soprattutto, prontissimo a evocare il fascismo. Con un vantaggio: essendo senatore a vita, non bisogna neanche trovargli un collegio.

C’è voluto del tempo, ma alla fine il problema sembra risolto: il campo largo ha trovato il suo leader. Elly Schlein? No. Giuseppe Conte? Nemmeno. Il federatore capace di tenere insieme le diverse anime del centrosinistra potrebbe essere un altro: Mario Monti. La candidatura, naturalmente, è una provocazione. Ma più la si osserva, più si scopre che sotto l’ironia c’è parecchio materiale politico.

La folgorazione è arrivata a Cernobbio. Nel confronto con Roberto Vannacci sul futuro dell’Europa, Monti avrebbe potuto contestare nel merito le tesi sulla sovranità nazionale, sull’eccesso di regolamentazione europea, sulla competitività o sul rapporto fra Stati e istituzioni sovranazionali. E invece, a un certo punto, è comparso il fascismo. Monti ha parlato della «ricostituzione della narrativa, della retorica e dello spirito del fascismo» e ha annunciato di voler dedicare le proprie energie a contrastarla.

A quel punto la domanda è sorta spontanea: siamo proprio sicuri che il candidato naturale alla guida del campo largo debba essere cercato soltanto fra Schlein e Conte? Perché sul requisito ormai quasi imprescindibile della politica progressista italiana — riuscire prima o poi a far comparire il fascismo nella discussione — il professor Monti ha dimostrato di avere ottime credenziali. Ma sarebbe ingeneroso fermarsi all’antifascismo.

Patrimoniale? Presente

Qui abbiamo addirittura un precedente televisivo memorabile. Nel 2021, ospite di Dritto e Rovescio, Monti pronunciò una frase di cristallina semplicità: «Troppi ristori, pensiamo alla patrimoniale». Bisogna riconoscergli almeno il merito della chiarezza.

Mentre famiglie e imprese uscivano dalla devastazione economica della pandemia, secondo l’ex presidente del Consiglio forse erano stati concessi troppi ristori. E fra le possibili soluzioni faceva capolino la patrimoniale. Sul tema, dunque, il dialogo con una parte importante della sinistra sarebbe piuttosto agevole. Altro che vertici notturni per scrivere il programma comune: alla voce “patrimonio”, l’intesa potrebbe arrivare prima dell’aperitivo.

Bruxelles? Ancora meglio

Qui il curriculum del professor Monti diventa quasi imbattibile. La sua filosofia europea potrebbe essere riassunta così: quando l’Europa ha un problema, la soluzione è più Europa. L’Europa non cresce abbastanza? Più Europa. Perde competitività? Più Europa. Le imprese soffocano nella regolamentazione? Completiamo l’integrazione. I cittadini percepiscono Bruxelles come troppo distante? Evidentemente non abbiamo ancora costruito abbastanza Europa.

È una terapia singolare: indipendentemente dalla diagnosi, la medicina rimane la stessa. Se il paziente non migliora, si aumenta il dosaggio. Non sorprende quindi che Monti abbia guardato con favore anche alla prospettiva di nuove “risorse proprie” dell’Unione: dietro l’eleganza del lessico comunitario, ulteriori entrate destinate a rafforzare la capacità finanziaria europea. Anche qui, trovare punti di contatto con il campo largo non dovrebbe essere un’impresa titanica.

E poi c’è la sovranità

È forse il punto più importante. Da una parte c’è chi immagina l’Europa come cooperazione fra Stati sovrani, che decidono quali competenze esercitare insieme. Dall’altra c’è una concezione nella quale l’integrazione diventa progressivamente un fine in sé e ogni recupero di sovranità nazionale viene osservato con sospetto.

Monti rappresenta meglio di molti altri questa seconda cultura politica: l’idea del vincolo esterno virtuoso, secondo cui ciò che la politica nazionale non riesce o non vuole fare può essere ottenuto attraverso regole, trattati e istituzioni sovranazionali. In sostanza, Bruxelles deve proteggerci persino da noi stessi.

Il problema è che, nel frattempo, l’Europa ha perso terreno nell’economia mondiale, la produttività arranca rispetto agli Stati Uniti, l’industria soffre, l’energia costa e il mercato unico rimane incompleto in settori fondamentali. Eppure la risposta continua a essere: più integrazione. Se dopo trent’anni la medicina non funziona abbastanza, guai a cambiare ricetta. Bisogna aumentare la dose.

Il candidato perfetto

A questo punto facciamo il curriculum. Europeismo senza tentennamenti? Presente. Più integrazione? Presente. Patrimoniale? Presente. Nuove risorse per Bruxelles? Presente. Diffidenza verso il recupero della sovranità nazionale? Presente. Fascismo evocato nel confronto politico? Dopo Cernobbio, presente anche quello.

Che cosa manca? Forse soltanto la tessera del PD. Ma c’è persino un ultimo vantaggio organizzativo: Mario Monti è già senatore a vita. Il campo largo non dovrebbe neanche trovargli un collegio sicuro. Niente paracadute elettorale, niente proporzionale blindato, niente estenuanti trattative fra alleati. Il federatore è già in Parlamento. Praticamente chiavi in mano.

Naturalmente è una provocazione, ma fino a un certo punto. Perché dietro la battuta rimane una questione molto seria: dopo Maastricht, l’euro, il Fiscal Compact, il Green Deal e decenni di crescente integrazione, è ancora possibile discutere dei risultati dell’Unione europea senza essere accusati di voler demolire l’Europa — o, da ultimo, senza veder comparire il fascismo?

Questa è la discussione che sarebbe interessante fare. Nel frattempo, però, il campo largo può festeggiare. Cercava disperatamente un federatore e forse lo aveva sotto gli occhi da anni: Mario Monti, europeista, patrimonialista quanto basta, senatore a vita e, dopo Cernobbio, munito anche dell’indispensabile certificato antifascista.

Più campo largo di così, francamente, è difficile.

Antonio Maria Rinaldi

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