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Diplomazia all’ombra del sospetto: i colloqui segreti tra India e Pakistan

Incontri riservati in Sri Lanka e Thailandia riaccendono il dialogo tra le due potenze nucleari, ma Nuova Delhi gela le speranze. L’incubo dell’accerchiamento geopolitico blocca la pace e frena l’economia dell’Asia meridionale.

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Mentre l’attenzione globale è catturata dalle tensioni in Medio Oriente e in Ucraina, una diplomazia silenziosa e sotterranea ha cercato di disinnescare la bomba a orologeria dell’Asia meridionale. Nelle scorse settimane, delegazioni di India e Pakistan si sono incontrate in segreto a Colombo, nello Sri Lanka, e a Bangkok, in Thailandia.

I colloqui, rimasti riservati fino all’ultimo, hanno riacceso un barlume di speranza per la pace tra due potenze nucleari che insieme contano quasi 1,7 miliardi di persone. Eppure, la reazione glaciale del governo di Nuova Delhi ha immediatamente spento gli entusiasmi, definendo questi sforzi del tutto inutili.

Un tavolo a geometrie variabili: da Colombo a Bangkok

Gli incontri non sono stati semplici scambi accademici, ma hanno visto la partecipazione di figure di primissimo piano del mondo militare e diplomatico dei due paesi.

A Colombo la discussione ha assunto i contorni di un tavolo “Track-1.5“, ovvero una via di mezzo tra la diplomazia ufficiale e quella privata, vista la presenza di un funzionario pakistano ancora in attività.

  • La delegazione indiana: Spiccavano i nomi del Generale MM Naravane, ex capo di stato maggiore dell’esercito indiano, di Ram Madhav, presidente dell’India Foundation ed ex segretario generale del partito di governo BJP, e dell’ex diplomatica Ruchi Ghanashyam.
  • La delegazione pakistana: Presenti la senatrice ed ex ambasciatrice negli Stati Uniti Sherry Rehman, il general maggiore a riposo Isfandiyar Ali Khan Pataudi e Sajjad Haider Khan, attuale direttore generale per l’Asia meridionale del Ministero degli Esteri di Islamabad.

A Bangkok, sotto l’egida di un’università canadese che storicamente offre piattaforme neutrali per la diplomazia asiatica, un secondo incontro ha riunito ex funzionari d’intelligence e alti ufficiali a riposo. I nomi, in questo caso, rimangono coperti dal segreto per via della delicatezza dei temi trattati e comunque restano a un livello non ufficiale.

La classificazione dei canali diplomatici

Per capire il valore di questi incontri, è utile mappare i diversi livelli della diplomazia parallela (“Track diplomacy”) che da decenni interessano l’area:

LivelloDefinizioneProtagonistiObiettivo pratico
Track 1Diplomazia ufficialeMinistri, diplomatici in caricaAccordi vincolanti e trattati di stato
Track 1.5Canale mistoFunzionari pubblici e privati cittadiniTestare soluzioni senza impegno ufficiale
Track IICanale non ufficialeEx militari, accademici, ex ambasciatoriMantenere reti umane nei momenti di crisi
Track IVDiplomazia dei popoliGiornalisti, società civile, imprenditoriRidurre la sfiducia culturale tra le nazioni

La dura realtà di Nuova Delhi: l’incubo dell’accerchiamento

I tentativi di dialogo, per quanto positivi nel mantenere aperti i canali di comunicazione per evitare incidenti nucleari disastrosi, si scontrano contro il muro della geopolitica indiana. Il Segretario agli Esteri indiano, Vikram Misri, ha liquidato l’evento con parole taglienti:

“Dozzine di eventi di questo tipo si tengono in tutto il mondo. Non c’è nulla di nuovo e nulla di speciale. Il governo indiano non offre alcun riconoscimento a queste interazioni private.”

Dietro questa chiusura non c’è solo burocrazia, ma una profonda dottrina strategica. L’India si sente un paese assediato. I pianificatori militari di Nuova Delhi guardano la mappa e vedono una morsa geopolitica che si stringe attorno ai loro confini.

A nord e a est c’è la Cina, rivale sistemico con cui l’India ha aperto contese confinarie armate sull’Himalaya. A ovest c’è il Pakistan, alleato di ferro di Pechino. A est, la recente instabilità e i cambi di governo in Bangladesh alimentano il timore di Nuova Delhi di perdere un partner storico, trasformando anche quella frontiera in una potenziale minaccia.

Per l’India, accettare i colloqui con il Pakistan significa trattare con un soggetto che non ha la reale forza di mantenere le promesse.

Il vero potere a Islamabad e le ricadute economiche

Il grande limite di ogni accordo con il Pakistan risiede nella natura stessa del suo stato. Il politologo pakistano Maleeha Lodhi ha spesso ricordato che il nazionalismo del paese è strutturato in funzione anti-indiana. A Islamabad, la politica estera non è decisa dal Primo Ministro civile, ma dai generali del Quartier Generale di Rawalpindi.

L’attuale capo dell’esercito pakistano, il Generale Asim Munir, usa regolarmente una retorica aggressiva per compattare un paese stremato dalla crisi economica ed è colui che realmente detiene il potere, tanto da aver mediato personalmente fra Iran e Trump. Per i militari pakistani, la minaccia indiana è la giustificazione stessa del loro immenso potere politico ed economico. Il tutto con ricadute economiche molto peanti per entrambe le parti e un mancato sviluppo reciproco.

La storia insegna che tra il 2004 e il 2007 gli inviati speciali Satinder K. Lambah (per l’India) e Tariq Aziz (per il Pakistan) erano arrivati a un passo da un accordo storico per rendere i confini del Kashmir commerciali e aperti. Quel sogno si infranse prima con la caduta di Pervez Musharraf e poi con i tragici attentati terroristici di Mumbai del 2008.

Finché l’India percepirà il Pakistan come la pedina di una strategia cinese per accerchiarla, e finché i militari di Rawalpindi avranno bisogno di un nemico per governare, i tavoli di Colombo e Bangkok rimarranno lodevoli esercizi accademici. Una bellissima illusione di pace in un oceano di diffidenza.

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