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Dalle cabriolet all’Iron Dome: Volkswagen cede la fabbrica storica a Israele e beffa il Qatar

Licenziamenti scongiurati per 1.400 tute blu tedesche: Volkswagen scorpora la fabbrica di Osnabrück e la cede a un fondo guidato da ex capi del Mossad e della NSA, superando il veto imposto dal Qatar.

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Un tempo l’industria tedesca esportava automobili in ogni angolo del globo; oggi è costretta a trasformare i propri stabilimenti in officine per missili pur di non gettare sul lastrico migliaia di operai. A Osnabrück, dopo 125 anni ininterrotti di catene di montaggio civili, si compie il paradosso perfetto del declino produttivo europeo.

Il gruppo Volkswagen ha ceduto il controllo del suo storico impianto a un veicolo societario legato a figure di spicco dell’intelligence israeliana. Un’operazione di alta sartoria legale e finanziaria, congegnata per aggirare il veto politico dell’azionista qatariota e salvare la baracca.

La fabbrica della Bassa Sassonia era arrivata a un bivio drammatico. Entro l’estate del 2027 la produzione della T-Roc Cabriolet cesserà definitivamente, senza alcun modello designato a raccoglierne l’eredità. Senza una svolta immediata, l’impianto più piccolo del marchio di Wolfsburg era destinato alla chiusura totale, con il licenziamento secco di 1.800 lavoratori specializzati. Uno scenario inaccettabile per la politica locale, già alle prese con una Germania scivolata nella stagnazione.

In condizioni ordinarie il costruttore avrebbe pianificato un nuovo modello commerciale. Ma il mercato dell’auto è saturo, le vendite di veicoli elettrici non decollano e la concorrenza asiatica erode margini a ritmi impietosi. L’unico settore in cui le commesse pubbliche crescono a doppia cifra è la difesa. Da qui l’intesa iniziale con Rafael Advanced Defense Systems, l’azienda statale israeliana celebre per aver sviluppato lo scudo antimissile Iron Dome e il sistema di protezione Trophy.

L’accordo industriale sembrava concluso, ma si è scontrato contro il muro del Qatar Investment Authority. Il fondo sovrano di Doha possiede il 17% dei diritti di voto in Volkswagen e occupa due poltrone nel consiglio di sorveglianza. Nel mezzo delle tensioni geopolitiche mediorientali, la presenza del Qatar rendeva intollerabile qualsiasi legame diretto con un’azienda militare israeliana. Il veto di Doha è stato perentorio: nessun accordo con Rafael.

Di fronte alla prospettiva di un disastro sociale e industriale, Volkswagen e il governo regionale della Bassa Sassonia hanno scelto di aggirare l’ostacolo con il classico gioco delle scatole cinesi. Se Volkswagen non può fare affari con Israele, allora Volkswagen esce dalla proprietà.

Lo stabilimento è stato scorporato e ceduto a una nuova entità societaria. La maggioranza passa al fondo Aurelius Capital, mentre il Land della Bassa Sassonia rileva una quota di minoranza investendo 200 milioni di euro di denaro pubblico.

I nomi dietro Aurelius Capital raccontano chiaramente la natura dell’operazione:

  • Michael Rogers, ex comandante del Cyber Command e già direttore dell’agenzia di spionaggio americana NSA;
  • Amir Eshel, già generale e comandante dell’Aeronautica militare israeliana;
  • Udi Lavi, ex vicedirettore del Mossad;
  • Alon Lifshitz e Tomer Jacob, gestori del fondo Hanaco Ventures, ideatori del veicolo per sostenere le tecnologie di sicurezza dopo il 7 ottobre 2023.

Con questo schema societario, il Qatar rimane azionista di minoranza in una casa automobilistica che non possiede più l’impianto, perdendo ogni diritto di veto sulle attività operative.

Il cambio di paradigma è radicale: niente più auto, ma infrastrutture pesanti per la difesa aerea destinata alla Germania e ai partner dell’Unione Europea. La manovra garantisce il salvataggio di tre quarti della forza lavoro, 1400 dipendenti su 1800, offrendo un sollievo economico immediato alle famiglie dei dipendenti e incassando il via libera dei sindacati tedeschi.

La riconversione non è tuttavia priva di attriti interni. Osnabrück porta storicamente il titolo di “città della pace” per via dei trattati di Vestfalia del 1648, e i movimenti pacifisti locali contestano la militarizzazione delle linee industriali. Però questo punto passerà in secondo piano:  Volkswagen si vuole sbarazzare di un costo insostenibile e l’accordo le permette di farlo. Inanto   aggira i propri soci arabi vendendo direttamente agli apparati di sicurezza israeliani. Le catene di montaggio non sforneranno più automobili per il tempo libero, ma supporti per missili intercettori.

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