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Dalla Biennale di Venezia, Buttafuoco difende l’ultimo spazio universale rimasto

Buttafuoco blinda la Biennale di Venezia: l’arte deve restare zona franca dai veti politici e dalla cancel culture. Ecco perché la difesa dell’universale è l’unica via per salvare la cultura.

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La polemica che da mesi investe la Biennale di Venezia non riguarda soltanto una manifestazione culturale. Tocca un principio molto più profondo: stabilire se l’arte debba continuare a essere uno spazio universale oppure diventare un’estensione della contesa politica internazionale.

Per questo la posizione espressa dal presidente Pietrangelo Buttafuoco appare non solo condivisibile ma necessaria. Difendere la libertà dell’arte non significa ignorare guerre, tragedie o sofferenze. Significa però comprendere che esistono luoghi che devono restare sottratti alla logica dei veti e delle sanzioni morali.

L’arte, come la musica e lo sport, parla infatti un linguaggio universale. Non ha bisogno di traduzioni, non conosce confini, non dipende dalla nazionalità. Un quadro, una composizione musicale, una gara sportiva emozionano chiunque, indipendentemente dalla lingua parlata o dall’origine geografica. È forse l’ultimo spazio rimasto davvero comune all’umanità, l’unico terreno nel quale popoli divisi dalla politica riescono ancora a riconoscersi reciprocamente.

Ed è proprio per questo che va preservato con la massima attenzione. Se si accetta il principio secondo cui un artista possa essere escluso non per ciò che esprime ma per il Paese dal quale proviene, allora si apre una deriva pericolosa. Oggi si colpisce una nazionalità, domani un’altra, dopodomani un autore ritenuto non allineato al clima ideologico dominante.

Ancora più grave è quando a essere colpiti sono artisti che magari nulla hanno a che vedere con i governi del proprio Paese, o addirittura ne sono stati dissidenti e oppositori. Paradossalmente si arriva perfino a mettere in discussione autori scomparsi da decenni o da secoli, come se un’opera potesse essere giudicata sulla base della provenienza di chi l’ha creata. È una logica assurda: significherebbe stabilire fino a quale momento storico un’opera o una composizione possa essere rappresentata oppure no, quali artisti possano essere ancora esposti e quali invece debbano essere cancellati. Sono derive che finiscono per insultare l’intelligenza stessa dell’essere umano, prima ancora che la libertà dell’arte.

Ognuno è naturalmente libero di avere le proprie sensibilità, di manifestare dissenso, di esprimere opinioni anche durissime sui governi e sulle guerre. Ma una cosa è il diritto alla critica, altra cosa è pretendere di cancellare o vietare l’espressione artistica. Perché nel momento in cui si invade anche questo campo, rischia di cadere l’ultimo baluardo universale rimasto alla cultura contemporanea.

I governi passano. Le maggioranze cambiano. Le tensioni internazionali mutano nel tempo. L’arte invece attraversa i secoli, sopravvive ai conflitti e continua a parlare alle persone molto dopo la fine delle polemiche politiche del momento. Ed è proprio per questo che va difesa da ogni tentazione censoriale. Sempre.

Antonio Maria Rinaldi
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