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Dal Green Deal ai cannoni: l’evoluzione della Politica Europea

L’Europa abbandona le ambizioni verdi per abbracciare l’economia bellica. Mentre il settore auto affonda, il nuovo Patto di Stabilità premia il debito per la difesa ma punisce il sostegno a imprese e famiglie. Un’analisi della pericolosa riconversione industriale del continente.

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La parabola europea degli ultimi anni può essere riassunta in una immagine tanto brutale quanto realistica: dal Green Deal ai cannoni.

Per anni Bruxelles ha imposto al continente una transizione ecologica costruita su obiettivi ideologici, tempistiche irrealistiche e costi economici sempre più insostenibili. Il Green Deal avrebbe dovuto rappresentare il nuovo Rinascimento industriale europeo: crescita, occupazione, leadership tecnologica e autonomia strategica. Sta producendo invece l’effetto opposto: deindustrializzazione, perdita di competitività, aumento dei costi energetici e dipendenza crescente dalla Cina.

Il caso dell’automotive tedesco è emblematico. L’industria che per decenni ha rappresentato il cuore manifatturiero europeo è stata travolta da normative sempre più aggressive contro il motore endotermico, da obblighi ambientali impossibili da sostenere e da una transizione forzata verso l’elettrico senza che l’Europa disponesse né delle materie prime strategiche né di una filiera autonoma delle batterie.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: stabilimenti chiusi, produzione rallentata, margini compressi, investimenti in fuga e migliaia di posti di lavoro a rischio. E proprio mentre il Green Deal mostra il suo clamoroso fallimento economico, ecco apparire improvvisamente il nuovo mantra europeo: riarmo, difesa comune, autonomia strategica, economia di guerra, industria militare, eurobond per la sicurezza.

Un caso? Difficile crederlo. La realtà è che Bruxelles ha bisogno di un nuovo motore economico dopo aver compromesso quello precedente con un eccesso di ideologia regolatoria. E allora la produzione bellica diventa improvvisamente la nuova frontiera industriale del continente.

Non è affatto casuale che importanti segmenti dell’industria automobilistica tedesca stiano valutando o già avviando riconversioni verso il settore militare. La Germania conosce molto bene questo passaggio storico: la trasformazione dell’apparato industriale civile in macchina produttiva bellica non rappresenta certo una novità. Cambiano le epoche, cambiano le parole, ma la logica economica resta sorprendentemente simile.

Ma esiste un dettaglio politico che rende tutto ancora più inquietante.

Nel nuovo Patto di stabilità e crescita approvato nel 2024 esiste una specifica clausola di salvaguardia, prevista dall’articolo 26, che consente deroghe ai vincoli di deficit in presenza di circostanze eccezionali. Guarda caso questa flessibilità è stata già autorizzata a ben 17 Paesi su 27 proprio per l’aumento delle spese militari.

Per le armi il debito torna improvvisamente virtuoso. Per imprese e famiglie resta invece un peccato mortale.

Mentre all’Italia continua a essere negata la possibilità di utilizzare analoghe flessibilità per affrontare il caro energia, che ha devastato famiglie e imprese molto più concretamente di tante emergenze geopolitiche costruite nei palazzi di Bruxelles.

È qui che crolla definitivamente la favola della neutralità tecnica delle regole europee. Le regole non sono mai neutrali: dipende semplicemente da ciò che si decide politicamente di finanziare.

Se bisogna sostenere salari, pensioni, industria civile o ridurre il costo dell’energia, allora improvvisamente tornano il rigore, i vincoli e l’austerità. Se invece occorre finanziare il riarmo, allora il debito diventa “responsabilità europea”, gli aiuti di Stato tornano legittimi e perfino le deroghe fiscali vengono presentate come un dovere morale.

Il paradosso è gigantesco. L’Unione Europea, nata come progetto politico fondato sulla pace e sulla prosperità economica, rischia oggi di trovare nella militarizzazione industriale l’unico strumento per sopravvivere alla propria crisi economica.

Ma il vero interrogativo, quello che nessuno sembra voler affrontare apertamente, è un altro.

Dopo aver riconvertito intere filiere produttive verso l’industria bellica, dopo aver costruito arsenali, aumentato la produzione militare e trasformato l’economia europea in una economia di guerra permanente, davvero pensiamo che tutte queste armi verranno lasciate nei depositi ad arrugginire?

Perché la storia insegna una cosa molto semplice: le fabbriche riconvertite alla produzione bellica non sono mai rimaste inattive troppo a lungo.

Antonio Maria Rinaldi

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