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Crolla il governo in Romania: l’austerità presenta il conto e l’ombra dell’euroscetticismo si allunga sui Balcani

Il premier Bolojan sfiduciato dal parlamento. Tagli alla spesa e rigore fiscale affondano l’esecutivo europeista: ecco quali saranno le conseguenze economiche e il rischio di un “effetto Bulgaria” sui mercati.

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La Romania sbanda e l’ortodossia contabile miete un’altra vittima illustre. Il governo guidato dal premier liberale Ilie Bolojan è caduto in Parlamento sotto il peso di una mozione di sfiducia passata con ben 281 voti, ampiamente sopra la maggioranza richiesta. A staccare la spina è stato un asse politico all’apparenza innaturale, ma estremamente pragmatico: il Partito Socialdemocratico (PSD), ex pilastro della maggioranza, si è unito alla destra radicale di AUR (Alleanza per l’Unione dei Romeni) per mandare a casa un esecutivo europeista nato appena 10 mesi fa.

La scacchiera politica: chi ha affossato Bolojan

Per comprendere il caos di Bucarest, è utile inquadrare le forze in campo:

PartitoOrientamentoRuolo nella crisi
PNL (Partito Nazionale Liberale)Centro-destra europeistaHa guidato l’esecutivo (con Bolojan) indossando i panni del “rigorista” per compiacere Bruxelles.
PSD (Partito Socialdemocratico)Centro-sinistra radicato sul territorioEx alleato, ha staccato la spina per non pagare il costo elettorale dei tagli alla spesa.
AUR (Alleanza per l’Unione dei Romeni)SovranistaHa votato la sfiducia capitalizzando il malcontento anti-sistema e anti-austerity.

Fino a ieri, l’esecutivo di minoranza si reggeva sul precario sostegno di forze pro-UE. Oggi, rimettere insieme i cocci per formare un nuovo governo di questo tipo appare un’impresa titanica, con i mercati nervosi e il leu romeno ai minimi storici contro l’euro.

Intanto, nei sondaggi riportati da Europeelects, i sovranisti di AUR sono il primo partito con grande vantaggio su tutti gli altri, benché non maggioranza assoluta:

Sondaggio elettorale Europeelects

La trappola dell’austerità e l’illusione contabile

Perché Bolojan è caduto? La narrativa ufficiale parla di veti incrociati e riforme mancate, con l’accusa al premier di voler svendere aziende di Stato per fare cassa, un po’ come fece ai suoi tempi Prodi. Ma la realtà economica è molto più prosaica. Il premier ha ereditato un deficit mostruoso, vicino al 9,3% nel 2024, il peggiore dell’intera Unione Europea. Per rientrare nei parametri, ha applicato la più classica – e fallimentare – delle ricette: l’austerità pura.

Tagli alla spesa pubblica, sforbiciate ai bonus, riforme punitive sulle pensioni dei dipendenti statali e inasprimento fiscale, riuscendo però a ridurre il deficit solo del 1,4% restando a un robusto 7,9% che fa impallidie il 3,1% italiano.  Bolojan si è giustificato con l’algida fierezza dei tecnici: “Ho fatto ciò che era necessario, non ciò che era popolare”. Certo, ma tagliare la spesa in modo indiscriminato ha anche chiuso i rubinetti ai cosiddetti “baroni” locali, abituati da decenni a usare il bilancio statale come un bancomat, scontentando il popolo e i capatz.

Effetto domino: rotta verso il sovranismo?

La caduta di questo governo non è solo un affare interno romeno, ma un campanello d’allarme geopolitico. L’alleanza tattica tra PSD e AUR per rovesciare il premier ha di fatto sdoganato la destra radicale, togliendola dall’isolamento in cui era stata confinata.

Come abbiamo visto di recente in Bulgaria, dove le forze euroscettiche hanno trionfato cavalcando l’insofferenza verso i diktat comunitari, cosa succederà ora in Romania? La risposta è purtroppo intuibile. Se l’Europa e i mercati continueranno a pretendere correzioni di bilancio “lacrime e sangue” senza concedere margini per veri investimenti industriali, l’elettorato volterà le spalle a Bruxelles. Quando le istituzioni internazionali vengono percepite solo come esattori e revisori dei conti, il sovranismo diventa il rifugio naturale degli elettori. In economia i numeri contano, ma strangolare un Paese per salvare un foglio Excel è il modo più rapido per perdere sia il bilancio che la nazione.

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