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LA CRISI SULLA SCHIENA DEL CAMMELLO

 

La maggior parte dei competenti concorda su un punto: la situazione attuale dell’Europa non è sostenibile. Anche ad essere ottimisti per quanto riguarda, poniamo, l’Olanda, non c’è nessun modo di esserlo per un Paese come l’Italia, i cui parametri sono da troppo tempo eccezionalmente negativi e senza alcuna prospettiva di immediato miglioramento. La Grecia, a quanto dicono, è già tecnicamente fallita. Per dirne una, ha rinunciato, già qualche anno fa, a pagare l’intero dei suoi titoli di Stato, rimborsando soltanto il 30%. Sarà anche vero che, dopo tutto, è un piccolo Paese e lo si può aiutare, ma quell’operazione significa che tutti i titoli di Stato possono non essere rimborsati o esserlo solo in parte; e l’Italia ha un tale peso che, se cadesse, potrebbe forse trascinare con sé l’intera Unione Europea. E infatti l’Unione ci abbaia contro un giorno sì e l’altro pure, ma poi rinuncia a colpirci: perché la nostra crisi il continente non può permettersela. È forti di questo che non rimborseremo il 5% del nostro debito pubblico per la parte eccedente il 60% del nostro pil (una sessantina di miliardi oltre i 70/80 che paghiamo di interessi), secondo quanto dovremmo fare a termini di Fiscal Compact. Noi non ce lo possiamo permettere, economicamente, e l’Europa non ci può espellere per non segare il ramo su cui è seduta.

I “discorsi catastrofisti” inducono molti ad obiettare che li sentono da tempo e che, di ciò che si è paventato, non si è verificato niente. Dunque potrebbe non verificarsi nessun disastro, né domani né dopodomani. Atteggiamento che sarebbe comprensibile, se fosse valido il paradosso di Achille e della tartaruga. In realtà, l’accumulazione di certe cause ad un certo momento conduce fatalmente a certi effetti. In diritto con la condizione ci si chiede “se” un avvenimento si verificherà, con il termine ci si può chiedere soltanto “quando”. Come afferma il proverbio inglese, fu l’ultima pagliuzza che spezzò la schiena del cammello. Se dunque si continua a caricare paglia, il problema del collasso dell’animale diviene un “quando”, non un “se”. Se ammettiamo che la situazione economica dell’Europa, e in particolare dell’Italia, continua a peggiorare (ed è ciò che incontestabilmente dicono tutti i dati pubblicati), non potendo questo fatto prolungarsi all’infinito, il problema per il nostro sfortunato Paese non è “se” la crisi improvvisamente peggiorerà, ma “quando”.

Le crisi non hanno la cortesia di telefonare prima di presentarsi. Nessuno, nel mondo, previde la data della tragedia dei subprime statunitensi, e tuttavia la stessa esagerazione di quella bolla, come nel 1929, doveva essere un segnale sufficiente. Ma finché non si sa il “quando”, di un avvenimento, si ha la tentazione di considerarlo un “se”. Ci si limita a guardare all’oggi e a sperare per il meglio.

Noi abbiamo un debito pubblico astronomico e una moneta inadatta alla nostra economica. A ciò bisogna mettere rimedio. È come se fossimo al quarto piano di una casa e l’incendio stesse divorando il piano terra e il primo piano. Dove siamo non c’è nessun problema ma ciò non significa che le fiamme non arriveranno anche qui. Una persona ragionevole, considerando che ha ancora un po’ di tempo, chiederebbe ai pompieri di stendere un telone, sotto, per poter saltare volontariamente dal balcone, e non quando le fiamme gli staranno bruciando la schiena. Senza nemmeno avere il telone.

È inutile che qualcuno venga a precisarci quali costi dovremmo affrontare e quali rischi potremmo correre, uscendo dall’euro e rinegoziando il nostro debito pubblico. Siamo seduti su una bomba ad orologeria e potremmo sempre chiedere: “Ci costerebbe di meno affrontare la crisi, dopo un eventuale default, senza avere organizzato nulla? “

Purtroppo i governanti sono istituzionalmente miopi. Essi sanno di essere alla mercé di un voto di sfiducia, e di non potere contare nemmeno sui cinque anni della legislatura. Evitano dunque di adottare provvedimenti molto impopolari e spandono il lenitivo di un inossidabile ottimismo da mane a sera. Fino a rintronare le orecchie e le teste di chiunque apra un giornale o ascolti la televisione. In questo Matteo Renzi è un campione. Ma la realtà non si lascia esorcizzare dalle parole. Un brutto giorno ci potremmo accorgere che un’ignota, imprevedibile pagliuzza ha spezzato la schiena del cammello, e che noi abbiamo sbagliato a non organizzare il nostro salto dalla finestra.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

15 dicembre 2014

 

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