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Criptovalute, il “Clarity Act” supera l’ostacolo del Senato USA: regole chiare, scontro sulle stablecoin e l’ombra di Trump

Il Senato USA fa un passo decisivo verso il Clarity Act, la legge che regolerà definitivamente Bitcoin e criptovalute. Raggiunto l’accordo sulle stablecoin (a tutela delle banche) e sulle competenze SEC-CFTC, ma i Democratici chiedono limiti etici per Trump.

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Dopo anni di incertezza normativa, sovrapposizioni burocratiche e un vuoto legislativo che ha ricordato a molti il selvaggio West, gli Stati Uniti si apprestano a dare un perimetro legale definitivo al settore delle criptovalute, facendo un grosso e importante passo avanti verso la loro integrazione. La Commissione bancaria del Senato americano ha infatti approvato il Clarity Act con 15 voti a favore e 9 contrari. Un passaggio non banale, che unisce finalmente i consensi di Repubblicani e Democratici su un testo che promette di cambiare le regole del gioco per i 50 milioni di detentori di asset digitali negli USA.

L’obiettivo dell’amministrazione Trump è evidente: portare la legge alla firma presidenziale entro il 4 luglio, l’Independence Day. Ma cosa prevede esattamente questo provvedimento e, soprattutto, quali sono le reali ricadute economiche per il sistema finanziario tradizionale?

Che cos’è il Clarity Act e cosa stabilisce

Fino a ieri, il principale freno allo sviluppo istituzionale del settore crypto era la giurisdizione: chi controlla cosa? Il Clarity Act risolve alla radice il contenzioso storico tra la SEC (Securities and Exchange Commission) e la CFTC (Commodity Futures Trading Commission).

  • Divisione delle competenze: La CFTC diventerà l’organismo di vigilanza principale per le criptovalute considerate “materie prime” (come storicamente inteso per Bitcoin), mentre la SEC manterrà la competenza sugli asset classificabili come “titoli” (securities).
  • Antiriciclaggio e Trasparenza: Broker, exchange e dealer dovranno sottostare rigorosamente al Bank Secrecy Act. Questo significa programmi antiriciclaggio severi, segnalazione di attività sospette e conformità alle sanzioni internazionali.
  • Tutela dello sviluppo e dei fondi: Vengono protetti gli sviluppatori di software (che scrivono codice ma non controllano i fondi dei clienti) e viene garantito il sacrosanto diritto all’auto-custodia (self-custody) degli asset digitali. Stretta, invece, sui bancomat Bitcoin, che richiederanno registrazione, limiti di prelievo e avvisi per i consumatori. Quindi il controllo non sarà sulla valuta digitale, ma nel momento del suo contatto e passaggio con la valuta ordinario.

Il nodo economico: la guerra silenziosa sulle Stablecoin

L’aspetto tecnicamente più rilevante, e che ha tenuto in ostaggio il disegno di legge per mesi, non riguarda i Bitcoin, ma le stablecoin (come USDC o USAT). Il sistema bancario tradizionale ha ingaggiato una dura battaglia di retroguardia, opponendosi ferocemente all’idea che le stablecoin potessero essere equiparate ai depositi bancari.

Dal punto di vista macroeconomico, il timore delle banche è evidente: se un cittadino può detenere dollari digitali su una blockchain e percepire un interesse privo di rischio direttamente dall’emittente della stablecoin (che a sua volta investe in Treasury USA), perché dovrebbe tenere i soldi in un conto corrente bancario tradizionale a rendimenti spesso inferiori?

Il compromesso raggiunto è un classico esempio di equilibrismo legislativo: i risparmi detenuti in stablecoin non potranno essere remunerati con interessi, ma il loro utilizzo per transazioni o ricompense operative sarà consentito. Si salva così il monopolio della raccolta bancaria tradizionale, permettendo al contempo al settore crypto di mantenere la propria liquidità operativa.

Le prospettive e il conflitto di interessi politico

Con l’approvazione in Commissione, il testo si fonderà con una legislazione parallela già passata in Commissione Agricoltura. Per superare l’aula del Senato serviranno 60 voti, rendendo indispensabile il supporto di una parte dei Democratici, prima di approdare alla Camera.

Qui entra in gioco l’immancabile ironia della politica americana. Diversi senatori democratici (tra cui Warren e Van Hollen) subordinano il loro “sì” a clausole severe sul conflitto di interessi. Il bersaglio non è tanto velato: si punta a impedire che il Presidente o alti funzionari governativi possano possedere o promuovere business legati agli asset digitali. Un emendamento pensato su misura per la famiglia Trump e le sue recenti incursioni dirette nel settore crypto (come il progetto World Liberty Financial).

Nonostante le scaramucce politiche (e proposte parallele come quella del senatore repubblicano Hagerty per vietare una moneta digitale della Banca Centrale – CBDC), l’industria festeggia. L’approvazione del Clarity Act non è solo una vittoria legale, è l’istituzionalizzazione definitiva di un asset class. Un passaggio che renderà il sistema finanziario statunitense, nel bene e nel male, più integrato, riducendo le asimmetrie informative, ma legando a doppio filo le sorti di Wall Street alla volatilità della blockchain.

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