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Conte queste cose sul PNRR le sapeva?
Il bluff del PNRR: 150 miliardi di debito per una crescita inesistente. Chi pagherà il conto?

È difficile pensare il contrario guardando oggi ai numeri reali dell’operazione presentata per anni come il più grande successo politico del governo Conte. Al di là della propaganda, stanno emergendo dati che raccontano una realtà molto diversa: enorme debito pubblico e crescita assai inferiore alle promesse iniziali.
Le stime più recenti indicano che tra il 2021 e il 2026 il contributo aggiuntivo del PNRR alla crescita cumulata del Pil pro capite sarebbe appena del 2,2%. Tradotto: circa 50 miliardi di maggiore Pil a fronte di oltre 150 miliardi di nuovo debito. Un rapporto costi-benefici estremamente modesto per un’operazione presentata come “storica”.
Ed è questo il punto politico centrale: Conte queste cose le sapeva? Sapeva che il problema non era prendere “più soldi possibile”, ma capire a quali condizioni quei soldi venivano concessi e soprattutto come sarebbero stati impiegati.
Il limite del PNRR, infatti, è stato strutturale fin dall’inizio. Non è stata l’Italia a decidere liberamente quali investimenti fossero prioritari per rilanciare industria, produttività e occupazione. Le grandi direttrici della spesa sono state definite a Bruxelles, dentro una logica burocratica dominata dalla transizione verde, dalla digitalizzazione e da criteri uniformi applicati a economie profondamente diverse tra loro.
Ma gli investimenti pubblici producono crescita reale soltanto quando vengono concentrati in settori ad alto moltiplicatore economico. Se invece le risorse vengono disperse in migliaia di interventi frammentati, spesso guidati più da obiettivi politici che da efficienza economica, il risultato inevitabile è quello che vediamo oggi: debito elevato e crescita modesta.
Conte ha costruito la propria narrazione sull’idea di aver “portato a casa” 209 miliardi. Ma quella cifra non dipendeva da particolari capacità negoziali personali. La quota italiana era determinata da parametri automatici legati a popolazione, Pil e disoccupazione. Qualunque presidente del Consiglio italiano avrebbe avuto accesso a quelle risorse.
Il vero nodo era un altro: conveniva davvero aderire integralmente a quel meccanismo e soprattutto a quelle condizioni? Molti Paesi europei hanno fatto valutazioni più prudenti. Alcuni hanno scelto di non utilizzare integralmente i prestiti europei perché avevano compreso un fatto elementare: quei soldi non erano affatto gratuiti.
L’Unione Europea non dispone di una vera autonomia fiscale paragonabile a quella di uno Stato federale. Ogni euro erogato da Bruxelles deve inevitabilmente rientrare attraverso maggiori contributi degli Stati membri oppure nuove forme di tassazione europea che finiscono comunque per gravare su imprese e cittadini. Nel caso italiano il paradosso è ancora più evidente, perché l’Italia è il terzo contributore netto al bilancio europeo su 27 paesi membri: versa stabilmente più di quanto riceva.
Esiste poi un altro aspetto quasi completamente rimosso dal dibattito pubblico. I bond europei emessi per finanziare il Next Generation EU, in diversi casi, hanno avuto costi superiori rispetto a quelli che l’Italia avrebbe sostenuto finanziandosi autonomamente sul mercato. In pratica, Roma avrebbe potuto emettere direttamente debito pubblico, spendendo meno interessi e mantenendo piena libertà nella scelta degli investimenti strategici.
Attenzione: nessuno sostiene che fare debito in una fase straordinaria sia necessariamente sbagliato. Ma proprio perché si trattava di enorme nuovo debito pubblico, quelle risorse avrebbero dovuto essere utilizzate nel modo più produttivo possibile. Dovevano finanziare infrastrutture strategiche, energia, innovazione industriale, ricerca e logistica: investimenti capaci di generare crescita stabile, aumento della produttività e occupazione duratura.
Se il debito doveva essere fatto, almeno doveva essere fatto bene. Invece si è scelta la strada opposta: investimenti a basso moltiplicatore, dispersione delle risorse, rigidità burocratiche e vincoli europei che hanno rallentato l’efficacia della spesa. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: crescita inferiore alle attese, opere in ritardo e un debito che resterà interamente sulle spalle delle future generazioni.
E tutto questo arriva dopo altre due gigantesche operazioni di spesa pubblica gestite nel peggiore dei modi: Reddito di cittadinanza e Superbonus 110%.
Il Reddito di cittadinanza ha prodotto soprattutto assistenzialismo, con effetti molto limitati sull’occupazione stabile. Il 110%, invece, è diventato il simbolo della spesa fuori controllo: costi esplosi, frodi miliardarie, distorsioni del mercato e un impatto devastante sui conti pubblici.
Adesso il quadro è completo. Prima il Reddito di cittadinanza, poi il 110%, infine il PNRR: tre strumenti diversi ma accomunati dalla stessa logica politica. Massimizzare il consenso immediato attraverso enorme spesa pubblica, rinviando nel tempo il problema della sostenibilità economica.
Il risultato finale è un Paese con più debito, meno crescita del previsto e senza quel rafforzamento strutturale dell’economia italiana che avrebbe dovuto giustificare sacrifici tanto pesanti. Ed è proprio su questo che oggi gli italiani dovrebbero riflettere: non sulla propaganda costruita attorno ai miliardi annunciati, ma sugli effetti concreti prodotti nell’economia reale, nelle imprese e nella vita quotidiana delle famiglie.
Antonio Maria Rinaldi







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