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Clamoroso a Bonn: la gioventù della CDU sfiducia Merz. «Vada dal Presidente federale e si dimetta»
Gelo al congresso della Junge Union a Bonn: un delegato chiede in diretta le dimissioni del Cancelliere Merz, paragonandolo a Liz Truss per il crollo di fiducia e accusandolo di aver sacrificato i giovani sul tema delle pensioni.

Il silenzio improvviso e glaciale calato sulla platea del Deutschlandtag di Bonn segna uno spartiacque per gli equilibri interni della politica tedesca. Davanti ai delegati della Junge Union, l’organizzazione giovanile storicamente considerata la guardia pretoriana della CDU, il cancelliere Friedrich Merz ha subito l’affronto più pesante della sua carriera: una richiesta esplicita di dimissioni formulata a microfoni aperti.
Si è trattato di un attacco frontale e lucido. Merz aveva appena concluso un discorso fiume di cinquanta minuti, infarcito di appelli all’orgoglio nazionale e promesse di rilancio al 2040. Sedutosi accanto al presidente dell’ala giovanile, Johannes Winkel, il cancelliere riteneva verosimilmente archiviata la prova del palco. Non aveva però fatto i conti con il microfono aperto ai delegati.
Un giovane militante ha preso la parola con un’apparente concessione formale, trasformatasi immediatamente in trappola retorica: «Ha detto molte cose importantissime, come spesso accade. Anche gli annunci sono sempre molto validi». Poi la domanda secca: «Ma l’unica domanda è: cosa fate concretamente alla fine?».
Nel silenzio fattosi improvvisamente pesante in sala, il delegato ha colpito il cuore dell’azione di governo, accusando l’esecutivo di scaricare sui giovani il costo della propria sopravvivenza politica: «Devo quindi purtroppo constatare che, intenzionalmente o meno, con la vostra politica pensionistica avete di fatto sbarcato il lunario a danno delle giovani generazioni». Un atto d’accusa contro l’accumulo di debito pubblico e le scelte rinviatarie dell’ultimo anno.
Il delegato ha poi demolito la credibilità personale del leader cristiano-democratico: «Signor Cancelliere, devo quindi dire: capisco che molte persone in questo Paese affermano di non fidarsi più di lei». Una voragine di fiducia che ha trovato la sua sintesi in un paragone al vetriolo con la recente storia politica britannica.
«Credo ci sia stato un recente sondaggio in cui lei godeva ancora del dieci percento di gradimento. È un livello da Liz Truss, negli ultimi giorni del suo mandato», ha rincarato il giovane, richiamando la precipitosa caduta dell’ex premier di Downing Street.
L’affondo finale ha gelato i vertici presenti sul palco: «Se il suo Paese, il suo partito, sono così importanti per lei, allora prenda la sua auto di servizio, vada dal Presidente federale e chieda di essere licenziato».
Un mormorio sbigottito ha attraversato la sala di Bonn. Johannes Winkel è intervenuto rapidamente per togliere la parola al delegato e cederla al relatore successivo, tentando di evitare il tracollo dell’evento. Merz, visibilmente spiazzato, ha scelto di non replicare direttamente all’ingiunzione di dimettersi, rifugiandosi in generiche rassicurazioni e ammettendo di comprendere le critiche.
La scena plastica di Bonn certifica il profondo scollamento tra il vertice della CDU e la sua stessa base. La colonna sonora d’ingresso del cancelliere recitava «Restiamo uniti durante la tempesta», ma la tempesta è ormai interna al partito. Lo ha ammesso lo stesso vicepresidente della Junge Union, Pascal Reddig, parlando di un partito frustrato e disorientato: «Ci troviamo in una situazione catastrofica».
Il problema di fondo denunciato dalla base è l’ipocrisia di un modello economico che pretende di difendere i vincoli di bilancio solo a parole, salvo poi sacrificare la capacità di investimento produttivo pur di non toccare il perimetro dello stato sociale esistente. I giovani lavoratori tedeschi vedono salire il cuneo contributivo senza alcuna certezza di rendimento futuro, mentre il tessuto industriale soffre la crisi energetica e la stagnazione.
Merz ha provato a scaldare la platea attaccando duramente SPD e Verdi per i colloqui con la Sinistra berlinese («Basta!»), ma la retorica identitaria non basta più a coprire l’assenza di una politica economica espansiva e credibile. Quando la gioventù del proprio partito arriva a evocare Liz Truss e a intimare le dimissioni al proprio cancelliere, il segnale è chiaro: il distacco dalla realtà economica del Paese reale è arrivato al punto di rottura. A questo punto un qualsiasi altro politico trarrebbe le conseguenze, ma non un leader europeo dei nostri tempi: non hanno risposte, non hanno via d’uscita, restono in loco solo per pura passività.







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