DaziEconomiaEuropaItaliaOpinioni
BCE e le tentazioni dei tassi: così l’Europa rischia un nuovo cortocircuito
BCE e tassi: l’errore del 2011 rischia di ripetersi. Perché la politica monetaria europea sta soffocando la crescita.

Quando si parla di politica monetaria europea, il problema non è soltanto cosa fa la Banca Centrale Europea, ma soprattutto quando lo fa. La storia recente lo dimostra con chiarezza: la gestione dei tassi nell’area euro soffre di un difetto strutturale di timing che, lungi dall’essere episodico, appare ormai sistemico.
Il precedente più emblematico resta il 2011, sotto la presidenza di Jean-Claude Trichet. In piena crisi del debito sovrano, con l’Italia già sotto pressione sui mercati, la BCE decise di aumentare i tassi per ben due volte: la prima ad aprile e una seconda, ancora più significativa, il 7 luglio 2011, cioè nel pieno dell’estate in cui la crisi italiana stava rapidamente aggravandosi. Una scelta che si rivelò devastante: il costo del debito esplose, lo spread si impennò e si innescò una spirale che portò al sostanziale commissariamento del Paese, sfociato nella fine del governo Silvio Berlusconi e nell’avvicendamento con Mario Monti a Palazzo Chigi. Un errore di politica monetaria che pesò come un macigno sulla traiettoria economica italiana e sugli equilibri politici del Paese. Un passaggio che dimostra come scelte apparentemente tecniche possano avere effetti sistemici, fino a incidere direttamente sulla sovranità economica e sull’assetto istituzionale di uno Stato membro.
Ma quell’episodio non è un’anomalia isolata. È piuttosto il riflesso di un’impostazione teorica che, dietro il paravento della stabilità dei prezzi, continua a privilegiare un unico strumento: la leva dei tassi di interesse. Una visione riduttiva che ignora la complessità delle dinamiche economiche e che rischia di trasformare la politica monetaria in un fattore di acceleratore pro-ciclico. In altri termini, si continua ad applicare una ricetta lineare a problemi non lineari, con il risultato di amplificare — anziché attenuare — le fasi negative del ciclo economico.
Il punto è esattamente questo: alzare i tassi in una fase di rallentamento economico nell’illusione di raffreddare l’inflazione significa comprimere ulteriormente la domanda, aggravando la situazione di imprese e famiglie. Ma si tratta di un’inflazione in larga parte importata e legata a fattori esogeni — energia, tensioni geopolitiche e strozzature nelle catene di approvvigionamento — non riconducibile a un eccesso di domanda interna. Il credito si restringe, gli investimenti si riducono, i consumi si contraggono. In altre parole, la Banca Centrale Europea finisce per diventare parte del problema anziché della soluzione. Si tratta di una scelta pro-ciclica che amplifica le fasi negative del ciclo economico, peggiorando ulteriormente le condizioni di crescita. E ciò avviene proprio nel momento in cui sarebbe necessario preservare, non indebolire, la tenuta del sistema produttivo europeo.
Oggi il copione rischia di ripetersi. La BCE ha lasciato invariati i tassi, ma resta concreta la prospettiva di nuovi rialzi nel corso dell’anno qualora le pressioni inflazionistiche dovessero riaccendersi. Di fronte a nuove fiammate inflazionistiche, la tentazione dell’Eurotower guidata da Christine Lagarde sarà, con ogni probabilità, quella di ricorrere ancora una volta all’arma dei rialzi dei tassi. Una risposta automatica che non distingue tra inflazione da domanda e inflazione da offerta, ignorando che gran parte delle pressioni attuali deriva da fattori esogeni sui quali la politica monetaria ha un impatto limitato. Il rischio è quindi quello di intervenire sugli effetti, comprimendo la domanda interna, senza incidere sulle cause reali dell’inflazione.
Il rischio è quello di innescare un cortocircuito macroeconomico. Da un lato si cerca di riportare l’inflazione sotto controllo; dall’altro si alimenta una dinamica recessiva che finisce per compromettere la sostenibilità dei conti pubblici. E qui emerge un secondo nodo cruciale: quello delle regole fiscali europee.
Perché l’aumento del costo del denaro si traduce inevitabilmente in un aggravio del servizio del debito, incidendo direttamente sui margini di manovra dei governi e restringendo ulteriormente lo spazio per politiche di sostegno alla crescita. Ma su questo punto il dibattito politico appare viziato da una rappresentazione fuorviante.
Si continua infatti a parlare di un possibile “sforamento” del Patto di stabilità, mentre il dibattito politico e mediatico italiano si interroga sull’opportunità di imboccare questa strada come se si trattasse di una scelta futura e discrezionale. In realtà, almeno nel caso italiano, non vi è alcuna decisione da assumere: quella traiettoria è già in atto. Il Paese si trova già in procedura per disavanzo eccessivo, inserito in un percorso formalmente definito e sottoposto a monitoraggio europeo. Il dato del 2025 — con un deficit pari al 2,07 per cento — non rappresenta un’ipotesi di scostamento futuro, ma la fotografia di una condizione già in essere.
Ne consegue che l’Italia si colloca già nell’area di deviazione rispetto ai parametri europei, all’interno di un sentiero di rientro predefinito. Non si tratta dunque di procedere a nuovi sforamenti, né di imboccare traiettorie ulteriormente divergenti. La questione è radicalmente diversa e, per molti versi, più rilevante sul piano sistemico: si tratta di applicare le regole europee nella loro interezza, senza piegature interpretative né scorciatoie retoriche.
Ciò che è in discussione è, infatti, l’attivazione delle clausole previste dall’articolo 26 del Patto di stabilità, che costituiscono uno strumento di deroga pienamente codificato per gestire eventi eccezionali e non imputabili alle scelte dei governi. Ed è esattamente questo il contesto attuale. L’impennata dei costi energetici e le tensioni geopolitiche hanno generato un’inflazione in larga parte importata, imponendo interventi straordinari a sostegno di famiglie e imprese. Spese che non derivano da scelte discrezionali espansive, ma rappresentano una risposta obbligata a shock esogeni che, se non compensati, avrebbero prodotto effetti economici e sociali ben più destabilizzanti.
Il punto è che tali clausole non introducono un’eccezione arbitraria alle regole, ma ne costituiscono parte integrante. La distinzione tra disavanzo generato da politiche discrezionali e impatto di fattori esterni non controllabili non è un dettaglio tecnico, ma il presupposto stesso su cui si fonda la credibilità dell’intero impianto fiscale europeo. Trattare queste componenti come se fossero omogenee equivale, nei fatti, a deformare la natura delle regole.
Ed è proprio su questo terreno che emerge una criticità ulteriore. La Commissione tende ad accreditarsi margini di discrezionalità interpretativa difficilmente conciliabili con la natura di un sistema che dovrebbe fondarsi su criteri certi, trasparenti e uniformemente applicati. Il risultato è un paradosso evidente: mentre si invoca il rispetto rigoroso delle regole, se ne amplia al contempo lo spazio di interpretazione, con il rischio di trasformare un quadro normativo teoricamente vincolante in un meccanismo elastico, esposto a valutazioni contingenti.
Se l’aumento dei tassi dovesse tradursi in un generalizzato deterioramento dei saldi di bilancio, quanti Paesi finirebbero sotto procedura di infrazione? L’Italia non sarebbe certo un’eccezione. Anzi, il paradosso è che una politica monetaria restrittiva applicata in modo uniforme rischia di produrre deviazioni diffuse, rendendo di fatto impraticabile l’applicazione selettiva delle regole. Si determinerebbe così una situazione in cui la deviazione non rappresenta più un’anomalia da correggere, ma una conseguenza diretta dell’impostazione stessa delle politiche europee.
A quel punto la procedura per disavanzo eccessivo perderebbe la sua funzione disciplinare. Se tutti sforano, nessuno sfora davvero. E se la deviazione diventa sistemica, allora il problema non è nei singoli Stati ma nell’architettura complessiva delle politiche europee. Un meccanismo pensato per prevenire gli squilibri finirebbe così per limitarsi a registrarli, senza una reale capacità di intervento correttivo.
È qui che emerge il limite più evidente dell’impostazione dell’Unione Europea: la BCE agisce in modo indipendente, ma le sue decisioni hanno effetti diretti sui bilanci pubblici. Il risultato è una schizofrenia decisionale che amplifica le fragilità anziché ridurle. Una dinamica che evidenzia l’assenza di un coordinamento effettivo tra politica monetaria e sostenibilità economico-finanziaria degli Stati membri.
In questo contesto, l’idea che i tassi possano essere alzati e poi mantenuti elevati per un periodo prolungato rappresenta un ulteriore fattore di rischio. Perché se è vero che la BCE tende a muoversi con ritardo, è altrettanto vero che difficilmente torna sui propri passi in tempi brevi. Il rischio, dunque, è quello di una stretta monetaria prolungata anche quando le condizioni economiche richiederebbero l’opposto, con l’effetto di cristallizzare una fase recessiva anziché accompagnare una ripresa.
La verità è che l’Europa continua a inseguire un modello teorico che non regge alla prova dei fatti. La stabilità dei prezzi non può essere perseguita in modo meccanico, ignorando le implicazioni reali sull’economia. E soprattutto non può essere l’unico obiettivo, in un contesto in cui crescita, occupazione e sostenibilità del debito sono altrettanto cruciali. Ridurre la politica monetaria a un unico indicatore significa, in ultima analisi, limitarne l’efficacia e amplificarne gli effetti collaterali.
Senza un cambio di paradigma, il rischio è quello di rivivere, ancora una volta, gli errori del passato. E questa volta con margini di manovra ancora più ridotti. Con una differenza sostanziale, che rende il quadro ancora più critico: oggi l’Europa è più esposta, più indebitata e strutturalmente più vulnerabile, e quindi sempre meno in grado di assorbire gli effetti di scelte sbagliate.
Antonio Maria Rinaldi







You must be logged in to post a comment Login