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Appesi agli umori di Dombrovskis: così Bruxelles tiene sotto tutela l’Italia

L’Italia resta in attesa del verdetto UE sul deficit. Tra le aperture di Dombrovskis e il “modello francese”, ecco perché la discrezionalità di Bruxelles rischia di soffocare la programmazione economica nazionale e la sovranità democratica.

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Le recenti dichiarazioni del vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis sull’eventuale uscita anticipata dell’Italia dalla procedura per deficit eccessivo sono molto più gravi di quanto possa apparire a una prima lettura.

Non perché Bruxelles possa concedere maggiore flessibilità. E nemmeno perché il deficit italiano possa essere rivisto dal 3,1% al 2,9% del PIL. Il punto centrale è un altro, ed è infinitamente più pericoloso: il destino economico di uno Stato viene sospeso nell’attesa del giudizio discrezionale di un commissario europeo non eletto dai cittadini italiani.

“Vedremo in autunno”, dice Dombrovskis.

Ma un Paese come l’Italia non può vivere appeso a un rinvio, a una valutazione successiva, agli umori del momento di un funzionario europeo. Deve programmare bilanci, investimenti, politiche industriali, sostegno alle imprese e alle famiglie. Deve decidere il destino concreto di milioni di cittadini e aziende, non restare per mesi in attesa che qualcuno a Bruxelles stabilisca se concedere o meno una tolleranza interpretativa.

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Ed è qui che emerge il vero volto dell’Unione Europea contemporanea: un sistema che ha progressivamente svuotato i governi nazionali di poteri reali, trasferendoli verso organismi tecnocratici dotati di una discrezionalità enorme e sostanzialmente incontrollabile.

Attenzione però a un equivoco fondamentale. La questione non è invocare la rigidità delle regole europee. Al contrario: il problema è che, dietro il formalismo dei trattati e dei parametri codificati, quelle regole vengono continuamente interpretate, graduate, rinviate o adattate a seconda del peso politico del Paese interessato.

L’esempio della Francia è illuminante. Da oltre dieci anni Parigi supera stabilmente il limite del 3% deficit/PIL senza che ciò abbia prodotto conseguenze realmente comparabili a quelle minacciate nei confronti di altri Paesi. Anzi, la Francia ha trasformato lo scostamento dai parametri in un metodo di politica economica, negoziando sistematicamente con Bruxelles margini di flessibilità, rinvii e accomodamenti.

Cade così la narrazione secondo cui l’Unione Europea sarebbe governata da regole oggettive e uguali per tutti. Se le norme possono essere applicate con severità verso alcuni e con indulgenza verso altri, allora il problema non è la regola scritta, ma il potere discrezionale di chi decide come, quando e contro chi applicarla.

Perché è evidente che queste valutazioni non siano neutrali. Basta osservare la storia recente dell’Unione Europea per comprendere come i criteri cambino a seconda dei governi, delle convenienze geopolitiche, degli equilibri interni alla Commissione e del clima politico del momento. In alcuni casi prevale il rigore assoluto; in altri emergono improvvisamente “circostanze eccezionali”, “percorsi graduali”, “valutazioni qualitative”.

E allora la domanda diventa inevitabile: chi controlla i controllori?

Chi ha attribuito a commissari europei, tecnocrati e strutture burocratiche un potere così penetrante sulle scelte economiche degli Stati? Quale legittimazione democratica possiedono per influenzare il destino di intere economie nazionali?

Non basta rispondere che tutto avviene “nel rispetto dei trattati”. Perché il problema nasce proprio da come quei trattati e quei regolamenti sono stati concepiti: ambigui, elasticizzati, interpretabili, costruiti per lasciare enormi margini di discrezione politica alla Commissione.

Le clausole di salvaguardia, le deviazioni temporanee consentite, le valutazioni sulla sostenibilità del debito, le eccezioni previste anche dall’articolo 26 del nuovo Patto di stabilità: tutto l’impianto è stato strutturato per consentire una gestione politica della norma, mascherata da valutazione tecnica.

Ed è questa la vera anomalia. In qualsiasi ordinamento giuridico serio, la discrezionalità deve essere limitata e controbilanciata da una chiara responsabilità democratica. Nell’Unione Europea, invece, assistiamo al fenomeno opposto: il potere cresce proprio dove diminuisce la responsabilità verso i cittadini.

Si crea così un sistema nel quale i governi nazionali, pur eletti dal popolo, risultano sempre più compressi, mentre organismi tecnocratici non direttamente legittimati acquisiscono un’influenza enorme sulle politiche economiche e sociali degli Stati membri.

Qui emerge il più gigantesco azzardo morale dell’intera costruzione europea: coloro che prendono decisioni capaci di condizionare la vita economica di milioni di cittadini non sopportano alcun rischio politico personale. Non affrontano il giudizio degli elettori, non rispondono direttamente ai cittadini, non pagano il prezzo sociale delle proprie decisioni.

Un governo nazionale può essere mandato a casa dagli elettori. Un commissario europeo no. Eppure, paradossalmente, è proprio quest’ultimo ad avere oggi margini di influenza enormemente superiori sulle politiche economiche degli Stati.

Il risultato è la peggiore conseguenza possibile: l’incertezza permanente.

Le imprese non investono nell’incertezza. I mercati non la premiano. I cittadini non possono pianificare il proprio futuro in un sistema nel quale tutto può essere interpretato, rinviato, rivalutato o riconsiderato. Uno Stato non può essere tenuto per la gola da una discrezionalità concessa a tempo, revocabile a giudizio di chi non risponde al corpo elettorale nazionale.

Non è così che si costruisce una comunità di diritto. Il rischio ormai evidente è che l’Unione Europea non stia evolvendo verso una maggiore democrazia, ma verso un’involuzione tecnocratica sempre più distante dalla sovranità popolare. Un sistema nel quale il potere reale si concentra progressivamente nelle mani di organismi burocratici non eletti, mentre ai cittadini resta soltanto l’illusione di poter ancora determinare democraticamente il proprio futuro.

Ed è proprio questa la deriva più pericolosa: quando la discrezionalità dei tecnocrati finisce per sostituire governi legittimamente eletti e responsabili davanti ai cittadini, la democrazia smette di essere sostanza e rischia di trasformarsi in una forma di governo autocratica e autoreferenziale.

Antonio Maria Rinaldi
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