EconomiaEnergiaEsteriEuropaOpinioni
A Hormuz hanno perso tutti
La riapertura dello Stretto di Hormuz viene celebrata come un successo diplomatico, ma nasconde danni strutturali per i mercati energetici e certifica l’ennesimo flop strategico dell’Europa.

La riapertura del Golfo dello Stretto di Hormuz, celebrata come un successo diplomatico tra Stati Uniti d’America e Iran, è in realtà la fotografia di una sconfitta generale. Non c’è alcun vincitore, solo attori che hanno evitato il peggio dopo averlo provocato.
Washington rivendica la de-escalation, ma la verità è che gli Stati Uniti hanno ancora una volta dimostrato di non saper chiudere le partite che aprono. Se l’obiettivo era fermare il rischio nucleare iraniano e mettere in discussione un regime destabilizzante, fermarsi ora significa certificare l’incompletezza della strategia. È il solito copione: si alza il livello dello scontro, si minaccia, si mobilita, e poi ci si ferma prima del punto di rottura. Così la deterrenza perde credibilità e diventa un incentivo a rilanciare. Teheran lo ha capito perfettamente.
Ma anche l’Iran non ha nulla da festeggiare. Il regime può raccontare di aver resistito, ma il Paese esce devastato: economia piegata, inflazione fuori controllo, isolamento aggravato. Per dimostrare di poter bloccare uno snodo cruciale del petrolio mondiale, Teheran ha finito per colpire se stessa prima ancora dei suoi avversari. È una sopravvivenza che assomiglia più a un logoramento irreversibile che a una vittoria.
Nel frattempo, il mondo ha pagato il prezzo. Il passaggio nello Stretto di Hormuz, arteria vitale per l’energia globale, è stato trasformato in una leva di pressione geopolitica con effetti immediati: volatilità, tensioni sui mercati, aspettative distorte. E chi pensa che la riapertura basti a riportare i prezzi ai livelli precedenti ignora la dinamica reale dei mercati energetici: salgono come razzi e scendono come piume. Il danno è strutturale, non congiunturale.
In questo scenario, il fallimento più clamoroso è quello europeo. L’Unione Europea si è confermata un attore marginale proprio nel momento in cui era direttamente esposta. La Commissione Europea ha reagito con il consueto repertorio di dichiarazioni vuote, appelli generici e nessuna iniziativa concreta. La Banca Centrale Europea continua a muoversi come se l’inflazione fosse un fenomeno puramente monetario, ignorando che shock energetici di questa portata rendono inefficace qualsiasi risposta tecnica scollegata dalla realtà geopolitica.
Il punto è che l’Europa non ha una strategia. Non ce l’ha sull’energia, non ce l’ha sulla sicurezza, non ce l’ha sulla politica estera. Dipende dagli Stati Uniti per la protezione, da fornitori esterni per le risorse, e nel frattempo si illude di poter governare crisi globali con strumenti burocratici. È un modello che non regge più. Eppure, questa crisi offriva un’occasione evidente: coordinare gli approvvigionamenti, rafforzare le infrastrutture, intervenire sui mercati, costruire una presenza diplomatica autonoma. Nulla. Ancora una volta, immobilismo. Non per mancanza di mezzi, ma per incapacità politica.
Il risultato è un accordo che congela il conflitto senza risolverlo, che stabilizza temporaneamente senza mettere in sicurezza, che rinvia i problemi rendendoli più grandi. Gli Stati Uniti escono meno credibili, l’Iran più fragile, il sistema globale più instabile. E l’Europa? Ancora una volta irrilevante.
A Hormuz hanno perso tutti. Ma solo alcuni continuano a far finta di non accorgersene.
Antonio Maria Rinaldi
Antonio Maria Rinaldi è stato direttore generale di SOFID, capogruppo finanziaria di ENI e presidente di Trevi Holding, oltre che Professore di Finanza aziendale presso l’Università di Pescara e di Politica Economica presso la Link University. Europarlamentare dal 2019 al 2024.








You must be logged in to post a comment Login