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Volkswagen, profondo rosso nel primo trimestre 2026: crollo in Cina e USA. L’onda lunga del flop elettrico

Le vendite di Volkswagen crollano nel primo trimestre (-20% in USA, -15% in Cina). Un disastro innescato dalla crisi dell’auto elettrica che preannuncia 50.000 licenziamenti.

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Se il 2025 è stato l’anno del risveglio, il 2026 rischia di essere quello della definitiva presa di coscienza per l’industria automobilistica europea. I dati diffusi nel primo trimestre del 2026 da Volkswagen confermano una tendenza che da ciclica si sta facendo pericolosamente strutturale: le consegne globali del gruppo di Wolfsburg sono scese del 4% su base annua. Un calo che, se analizzato geograficamente, assume i contorni di una vera e propria ritirata strategica dai mercati chiave.

Marco Schubert, responsabile delle vendite di Volkswagen, ha tentato di gettare acqua sul fuoco imputando la flessione a “condizioni economiche e geopolitiche molto difficili” in un mercato globale in declino. Tuttavia, i numeri raccontano una storia più profonda di un semplice rallentamento congiunturale.

I numeri della crisi: la morsa tra Pechino e Washington

La geografia del declino tedesco è impietosa e si concentra sui due mercati che, storicamente, hanno garantito i margini operativi del gruppo:

MercatoVariazione Consegne (Q1 2026 vs Q1 2025)Causa Principale
Globale-4,0%Debolezza strutturale della domanda
Cina-15,0%Concorrenza veicoli locali, ritardo tecnologico
Stati Uniti-20,5%Dazi punitivi, calo drastico domanda veicoli elettrici

Negli Stati Uniti, il tonfo del 20,5% è figlio diretto di politiche commerciali protezionistiche e di un mercato che sta rigettando l’imposizione dei veicoli elettrici, su Wolfsburg ha puntato molto. In Cina, il crollo del 15% conferma come i produttori domestici (forti di sussidi statali e di una filiera delle batterie integrata) abbiano ormai fagocitato le quote di mercato europee. La dirigenza VW spera di recuperare terreno nei prossimi mesi con “modelli sviluppati localmente” per la Cina e “nuovi modelli elettrici urbani” per l’Europa. Un’ostinazione sull’elettrico europeo che, alla luce dei bilanci recenti, appare quasi temeraria e che rischia di non portare per niente bene.

L’eredità del 2025 e il “caso Porsche”

Il disastroso avvio del 2026 non è un fulmine a ciel sereno, ma la naturale prosecuzione della voragine contabile del 2025. Ricordiamo che lo scorso anno Volkswagen ha visto l’utile operativo dimezzarsi e l’utile netto crollare di oltre il 44%, nonostante ricavi formalmente stabili sui 350 miliardi di dollari.

Il vero shock è arrivato da Porsche, da sempre il generatore di cassa del gruppo. La scommessa ideologica su una piattaforma esclusivamente elettrica ha portato a oneri straordinari per 4,2 miliardi di dollari, vaporizzando il 98% dei profitti di Stoccarda. Non a caso, Porsche ha dovuto ingranare la retromarcia, abbandonando il piano “solo EV” per tornare frettolosamente a sviluppare motori a combustione interna e ibridi plug-in. Il mercato premium vuole prestazioni e certezza, non ansia da ricarica a prezzi esorbitanti.

Un colpo per l’economia tedesca

Da un punto di vista strettamente macroeconomico, e con un occhio alle dinamiche keynesiane, la reazione di Volkswagen a questa crisi di vendite rappresenta una minaccia per l’intera stabilità europea.

  • Taglio drastico della forza lavoro: I previsti 50.000 esuberi in Germania entro il 2030 (cui si sommano i 4.000 in Porsche) non sono semplici “efficientamenti”.
  • Depressione dei consumi: L’eliminazione di decine di migliaia di posti di lavoro ad alto reddito sottrarrà miliardi di euro alla domanda aggregata europea.
  • Effetto a catena sull’indotto: La componentistica, di cui l’Italia è fornitrice primaria, subirà una contrazione degli ordini proporzionale, innescando un effetto moltiplicatore negativo transnazionale.

L’Europa si trova di fronte a un bivio: continuare a inseguire direttive calate dall’alto, ignorando i segnali di prezzo e le preferenze dei consumatori, o prendere atto della realtà economica. Per ora, il conto di questa transizione lo stanno pagando gli operai tedeschi e i bilanci di Wolfsburg.

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