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Usa servono fino a 6.500 miliardi pre riaprire le fabbriche, ma Apollo ci crede.

La manifattura Usa è crollata al 9% del PIL: Apollo quantifica l’enorme spesa necessaria per riaprire le fabbriche e salvare le filiere strategiche.

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Negli anni Cinquanta la manifattura valeva quasi il 30% del Prodotto Interno Lordo degli Stati Uniti, mentre oggi è precipitata a uno scheletrico 9%. Decenni di delocalizzazioni selvagge hanno svuotato l’Occidente della sua capacità produttiva, lasciandolo in balia di catene di fornitura fragili e dipendente dalla manifattura asiatica persino per i beni essenziali.

Ora il fondo d’investimento Apollo Global Management ha presentato il conto per invertire questa rotta: per riportare la produzione ai livelli del passato servirà una valanga di denaro pubblico e privato, stimata tra i 2.000 e i 6.500 miliardi di dollari.

Evoluzione della manifattura USA e del suo peso rispetto al PIL e gli eventi chiave che l’hanno influenzata

Perché Apollo scommette sul ritorno dell’industria pesante

Apollo, un fondo d’investimento fra i maggiori, parla con una prospettiva per il futuro e  non per nostalgia. Con oltre 800 miliardi di dollari di patrimonio gestito, concentrato soprattutto in credito e infrastrutture reali, il gigante finanziario ha individuato nella rinascita industriale occidentale una necessità storica alimentata da quattro forze concrete:

  • La fine dell’illusione virtuale: l’intelligenza artificiale e i semiconduttori non vivono nell’etere; richiedono fonderie fisiche, cavi di rame, server mastodontici e una rete elettrica potenziata.
  • La sicurezza nazionale e il riarmo: le tensioni geopolitiche e i conflitti recenti hanno dimostrato che senza acciaierie, chimica di base e cantieri navali non si garantisce la difesa nazionale.
  • Le lezioni della pandemia: la rottura improvvisa delle forniture globali ha ricordato a governi e multinazionali che produrre tutto in Cina fa risparmiare sui costi fino al giorno in cui i container restano bloccati nei porti.
  • Il rendimento delle infrastrutture: per i grandi investitori istituzionali, finanziare impianti energetici e poli logistici offre flussi di cassa solidi e protetti dall’inflazione, a differenza delle bolle della Silicon Valley.

Quindi gli investimenti dovrebbero andare in questa direzione, verso l’hardware, e Apollo pensa di non farsi trovare impreparata.

Il prezzo del recupero industriale               

Tutto questo non è però gratis. Secondo Rob Bittencourt, responsabile degli investimenti tematici di Apollo, la reindustrializzazione non sarà a buon mercato. Lo studio mette a confronto due scenari di spesa incrementale:

Obiettivo industrialeQuota PIL manifattura/difesaInvestimento necessario
Ritorno ai livelli degli anni 2000Circa 14%2.000 miliardi di dollari
Ritorno ai livelli degli anni ’80Circa 20%6.500 miliardi di dollari

Cifre da capogiro, che non possono essere coperte solo dai sussidi statali ma richiedono una mobilitazione massiccia di capitale privato.

I colli di bottiglia: dove rischia di arenarsi il sogno

Spendere migliaia di miliardi non basta se mancano le basi materiali per costruire gli impianti. Apollo individua ostacoli immediati che minacciano di far lievitare i costi a dismisura.

Investimenti manifatturieri previsti per gli USA

Il primo problema è la manodopera qualificata: intere generazioni sono state indirizzate verso il terziario immateriale e oggi mancano saldatori, elettricisti, tubisti e tecnici di processo. Il secondo nodo è l’energia: i nuovi centri dati per l’intelligenza artificiale e le acciaierie elettriche richiedono quantità enormi di gigawatt che le reti esistenti non riescono a erogare. A tutto questo si aggiungono le lungaggini burocratiche per i permessi ambientali e le resistenze politiche locali, con amministrazioni che tentano di bloccare l’espansione dei poli tecnologici ed energetici.

Dall’autarchia impossibile all’autonomia strategica

Apollo precisa comunque che nessuno punta a un’autarchia totale, irrealistica e insensata dal punto di vista economico. L’obiettivo realistico per l’Occidente si chiama autosufficienza strategica: proteggere dalle crisi esterne comparti nevralgici come semiconduttori, terre rare, energia, difesa e farmaceutica.

Non rivedremo le fabbriche fumose del 1950. L’industria che sta nascendo sarà fortemente automatizzata, robotizzata e ad alta intensità di capitale. Resta però un dubbio pragmatico: basterà stampare incentivi e accendere debiti se mancano i lavoratori e la corrente elettrica necessaria per far girare i motori?

 

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