CulturaEconomiaUSA
Usa a quota 40 mila miliardi di debito: la favola del “mai falliti” e i quattro default nascosti nella storia
Il debito USA sfonda quota 40 mila miliardi e Washington giura di non essere mai fallita: i quattro precedenti storici che smentiscono il Tesoro americano.

La montagna del debito pubblico americano tocca la soglia paurosa dei 40 mila miliardi di dollari. Sui mercati internazionali torna periodicamente un brivido freddo: e se la prima potenza del pianeta non riuscisse più a pagare le sue rate, trascinando il mondo nel caos?
La risposta dei mercati a questa domanda si divide sempre tra panico cieco e rassicurazioni di facciata. Eppure, per capire cosa accadrà davvero, bisogna sgombrare il campo dalle leggende metropolitane.
Un fallimento vero e proprio, con Washington che dichiara bancarotta e chiude gli sportelli, non avverrà mai. Gli Stati Uniti hanno una moneta sovrana: emettono il debito in dollari e stampano quegli stessi dollari. Prima di arrivare a un’insolvenza nominale, il Tesoro e la Federal Reserve troveranno sempre il modo contabile di accreditare le somme in scadenza.
Questo però non significa che l’America paghi sempre i suoi patti per come li aveva stipulati. Se parliamo di default tecnici, cioè di promesse finanziarie infrante dallo Stato verso i risparmiatori, la storia racconta una realtà molto diversa.
Ogni volta che a Washington si accapigliano sull’innalzamento del tetto del debito, parte il consueto coro del Tesoro americano: “Il nostro governo non è mai andato in default!“. Anche Janet Yellen ha ripetuto il mantra davanti al Congresso: l’America ha sempre pagato puntuale, un default oggi sarebbe il primo della storia.
Questa versione rassicurante è semplicemente falsa. Se gli Stati Uniti rompessero oggi i loro impegni, non sarebbe affatto la prima volta: sarebbe la quinta. Nella sua storia, Washington ha già violato apertamente i contratti di debito per quattro volte.
- La guerra civile e i biglietti verdi del 1862
All’inizio del 1862, durante la guerra civile, le casse federali erano vuote. Il governo non riusciva a pagare i costi enormi delle operazioni militari e sospese la convertibilità delle sue note di debito (demand notes).
Al loro posto, il Tesoro iniziò a stampare carta moneta pura, i famosi greenback. Quella moneta cartacea perse rapidamente valore rispetto all’oro, oscillando a forte sconto a seconda delle vittorie o delle sconfitte dell’esercito dell’Unione.
I creditori avevano prestato una valuta solida; si ritrovarono in mano biglietti di carta svalutati. Fu il primo vero default operativo, perché non ottennero mai un valore equivalente all’oro che avevano concesso.
:max_bytes(150000):strip_icc()/demand_notes-5bfc338b4cedfd0026c28e58.jpg)
Greenbacks, banconote molto semplici
- Il colpo di spugna sulle clausole auree nel 1933
Durante la Grande Depressione, nel 1933, il presidente Franklin Delano Roosevelt compì un atto unilaterale senza precedenti. I titoli del debito pubblico contenevano una clausola chiarissima: il rimborso doveva avvenire in monete d’oro.
Il governo decise semplicemente di non rispettare la parola data. Rifiutò il rimborso in metallo giallo e impose ai creditori il pagamento in carta svalutata. Oggettivamente, essendo le banconote rappresentative dell’oro, di un credito al portatore in oro, era un default in piena regola.
Roosevelt nel 1933
La vicenda finì davanti alla Corte Suprema, che con una strettissima maggioranza (5 giudici contro 4) diede ragione al governo. I giudici stabilirono che lo Stato sovrano ha il potere legale di non adempiere ai suoi obblighi finanziari senza poter essere citato per danni. Lo storico Sebastian Edwards, nel suo saggio American Default, lo ha definito un fallimento “giustificabile dagli eventi”, ma pur sempre un default palese.
- La beffa dei certificati d’argento del 1968
Fino agli anni Sessanta, molti dollari cartacei erano in realtà “certificati d’argento“. Su ogni banconota c’era una frase inequivocabile: “Si certifica che presso il Tesoro degli Stati Uniti è depositato un dollaro d’argento, pagabile al portatore su richiesta“.
Dollaro “Certifiato d’argento”
Difficile immaginare un impegno più limpido di questo. Nel 1968, quando troppi cittadini si presentarono agli sportelli chiedendo l’argento promesso, il governo decise di chiudere le porte.
Washington cancellò la convertibilità per legge. Chi si fidava della scritta stampata sulla cartamoneta rimase a bocca asciutta: la promessa solenne era diventata carta straccia.
- Il siluro di Nixon a Bretton Woods nel 1971
Il quarto capitolo è quello più noto e pesante per l’economia moderna. Gli accordi di Bretton Woods del 1944 reggevano l’intero sistema commerciale mondiale su un solo pilastro: gli Stati Uniti garantivano alle banche centrali estere il cambio di 35 dollari per ogni oncia d’oro.
Il 15 agosto 1971, il presidente Richard Nixon apparve in televisione annunciando la “sospensione temporanea” della convertibilità del dollaro in oro. Quella misura provvisoria divenne permanente.
Il ministro del Tesoro dell’epoca, John Connally, liquidò gli alleati europei furiosi con una frase passata alla storia: “Il dollaro è la nostra moneta, ma è un vostro problema“. Gli Europei e i giapponesi fecero buon viso a cattivo gioco, del resto cosa potevano fare ? Da quel giorno nacque il sistema delle valute senza copertura, che consente la stampa illimitata di moneta da parte della Federal Reserve.
La cronologia dei quattro default tecnici americani
| Anno | Contratto violato | Cosa prometteva lo Stato | Cosa ha dato ai risparmiatori |
| 1862 | Demand Notes (Guerra Civile) | Rimborso garantito su richiesta | Biglietti cartacei (greenback) svalutati |
| 1933 | Clausola aurea sui titoli pubblici | Rimborso in monete d’oro | Dollari cartacei svalutati del 40% |
| 1968 | Certificati d’argento | Consegna di un dollaro in metallo | Moneta comune senza argento |
| 1971 | Accordi di Bretton Woods | 35 dollari per oncia d’oro agli Stati | Fine del cambio aureo e svalutazione |
Il rischio reale per chi ha risparmi e investimenti
Sapere che Washington non fallirà mai “all’argentina” non consola del tutto i risparmiatori. Quando uno Stato detiene il potere sovrano di stampare moneta, il default non si manifesta con tribunali fallimentari o cancellazione nominale dei titoli. Si manifesta cambiando le regole del gioco a partita in corso.
La storia americana dimostra che, quando il debito diventa insostenibile, il potere politico sceglie sempre la stessa strada: svalutare il valore reale del debito a spese dei creditori.
Con un debito a 40 mila miliardi, il pericolo pratico per famiglie e fondi pensione non è non ricevere indietro i dollari prestati. Il rischio concreto è riceverli tutti, fino all’ultimo centesimo, ma con un potere d’acquisto dimezzato dall’inflazione e dalla perdita di valore della valuta sul mercato globale.
Ognuno ha diritto alle proprie opinioni sulla gestione del debito pubblico e sul bilancio americano; ma, come amava ricordare il senatore Daniel Patrick Moynihan, nessuno ha diritto di inventarsi i propri fatti personali sulla storia finanziaria degli Stati Uniti.







You must be logged in to post a comment Login