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Urso lancia la sfida dell’intelligenza artificiale: voucher per portarla nelle piccole imprese italiane

Il ministro punta a inserire gli incentivi nella prossima manovra. Dall’officina artigiana alla robotica avanzata, l’obiettivo è colmare il divario tecnologico che ancora separa le PMI dai grandi gruppi industriali. E trasformare l’innovazione in maggiore produttività.
L’intelligenza artificiale non deve restare un privilegio delle multinazionali o dei grandi gruppi industriali. Deve entrare anche nelle officine meccaniche, nei laboratori artigiani, nelle piccole fabbriche e nelle migliaia di aziende familiari sulle quali si regge una parte fondamentale del Made in Italy. È questa la sfida che Adolfo Urso intende affrontare con una nuova misura allo studio per la legge di bilancio: incentivi e voucher destinati alle piccole e medie imprese per acquistare e utilizzare strumenti di intelligenza artificiale costruiti sulle loro esigenze produttive.
L’annuncio è arrivato al Festival delle Regioni, dove il ministro delle Imprese e del Made in Italy ha indicato una delle priorità della politica industriale dei prossimi anni. «Nella prossima manovra di bilancio ci auguriamo di raggiungere l’obiettivo di incentivare, anche attraverso e non soltanto un voucher per le piccole e medie imprese, l’utilizzo dell’intelligenza artificiale realizzata su misura per l’impresa piccola, media, artigianale».
Il punto è tutt’altro che secondario. Perché mentre il dibattito pubblico continua a concentrarsi sui chatbot, sui grandi modelli linguistici e sui colossi americani della tecnologia, nelle fabbriche italiane si gioca una partita molto più concreta: utilizzare l’intelligenza artificiale per migliorare la produzione, ridurre gli sprechi, anticipare i guasti, controllare la qualità e rendere più competitivi i prodotti. Una trasformazione che può incidere su uno dei problemi storici dell’economia italiana, quello della debole crescita della produttività.
I numeri aiutano a comprendere la dimensione della sfida. Secondo l’Istat, nel 2025 soltanto il 16,4% delle imprese italiane con almeno dieci addetti utilizzava una o più tecnologie di intelligenza artificiale. Un dato raddoppiato rispetto all’8,2% del 2024, ma ancora inferiore alla media europea del 20%.
La distanza diventa ancora più evidente osservando le dimensioni aziendali. Tra le grandi imprese l’adozione dell’intelligenza artificiale ha raggiunto il 53,1%, mentre tra le piccole e medie si ferma al 15,7%. In sostanza, più di otto PMI su dieci non utilizzano ancora queste tecnologie.
È proprio su questa frattura che Urso vuole intervenire. Perché l’Italia può vantare competenze industriali di primo piano nella meccanica, nell’automazione, nella componentistica e nella robotica, ma fatica a diffondere uniformemente l’innovazione in un sistema produttivo caratterizzato da imprese di dimensioni contenute.
Il rischio è quello di un’economia che dispone delle competenze per sviluppare tecnologie avanzate, ma nella quale una parte consistente delle aziende non riesce a utilizzarle.
Non sempre, peraltro, il problema è soltanto economico. Lo stesso Istat rileva che quasi il 59% delle imprese che hanno valutato, senza poi realizzarli, investimenti nell’intelligenza artificiale indica nella mancanza di competenze uno degli ostacoli principali. Seguono l’incertezza normativa, le difficoltà nella disponibilità dei dati e i costi di investimento.
È un dato che suggerisce quanto la misura possa risultare importante, ma anche quanto sia necessario accompagnarla con strumenti di formazione, consulenza e assistenza tecnica.
Un voucher può ridurre il costo di accesso alla tecnologia. Non può però sostituire la capacità di comprenderne le applicazioni, organizzare i processi produttivi e formare il personale chiamato a utilizzarla. Il ministro sembra intenzionato a collegare questa nuova iniziativa a un disegno industriale più ampio. Nei giorni scorsi, intervenendo a Torino, aveva annunciato la volontà di rendere strutturale Transizione 5.0 attraverso il meccanismo dell’iperammortamento, offrendo alle imprese una prospettiva pluriennale per programmare gli investimenti.
Nella stessa occasione aveva spiegato che i voucher potrebbero consentire alle PMI di acquistare strumenti di intelligenza artificiale forniti da altre imprese italiane, spesso anch’esse di piccole e medie dimensioni. È un aspetto particolarmente interessante. La misura potrebbe infatti sostenere contemporaneamente due segmenti del sistema produttivo: le imprese che hanno bisogno di innovare e quelle che sviluppano e commercializzano le tecnologie necessarie.
Un doppio effetto industriale che, se ben progettato, consentirebbe di rafforzare anche una filiera nazionale dell’intelligenza artificiale applicata alla manifattura. Accanto ai voucher, Urso ha indicato la possibilità di introdurre uno strumento fiscale specifico per il cloud, infrastruttura sempre più importante per l’archiviazione, l’elaborazione e l’utilizzo dei dati aziendali.
L’obiettivo è affrontare il processo di digitalizzazione in maniera integrata, evitando che gli investimenti in software avanzati rimangano isolati rispetto alle infrastrutture tecnologiche necessarie per utilizzarli.
Ma la prospettiva più ambiziosa riguarda quella che viene definita intelligenza artificiale fisica, cioè l’integrazione dell’IA con robot, macchine industriali e sistemi automatizzati.
È un settore nel quale le competenze italiane nella meccanica e nell’automazione potrebbero rappresentare un vantaggio competitivo. Non soltanto software capaci di elaborare informazioni, ma macchine in grado di interpretare dati, adattarsi alle condizioni operative e svolgere attività complesse nei processi produttivi. Su questo terreno Urso ha richiamato anche la necessità di una certificazione europea per i robot umanoidi, legata alla sicurezza industriale e all’autonomia tecnologica dell’Unione.
Il ministro ha espresso una posizione precisa sul rapporto tra innovazione e occupazione: la nuova robotica, ha spiegato, non dovrebbe essere utilizzata per eliminare il lavoro umano, ma per ridurne la fatica e i rischi, soprattutto nelle mansioni più pericolose. Una visione che collega l’intelligenza artificiale non soltanto alla competitività, ma anche alla sicurezza nei luoghi di lavoro.
La sfida riguarda però l’intero sistema industriale italiano. In un contesto internazionale nel quale Stati Uniti e Cina investono enormi risorse nelle nuove tecnologie, l’Europa rischia di accentuare il proprio ritardo se non riuscirà a trasformare ricerca e innovazione in applicazioni produttive diffuse.
L’Italia ha una caratteristica che può rappresentare contemporaneamente un limite e un’opportunità: la presenza di migliaia di imprese specializzate, spesso leader in nicchie produttive, che potrebbero ottenere vantaggi significativi dall’automazione e dall’analisi avanzata dei dati.
Per una piccola azienda meccanica, ad esempio, un sistema intelligente di controllo qualità può ridurre gli scarti. Per un’impresa alimentare, l’analisi predittiva può migliorare la gestione delle scorte e dei consumi energetici. Per un laboratorio artigiano, strumenti digitali avanzati possono ottimizzare progettazione, tempi di produzione e gestione degli ordini. Non servono necessariamente investimenti paragonabili a quelli dei grandi gruppi industriali. Servono tecnologie accessibili, competenze adeguate e strumenti pubblici capaci di accompagnare le imprese nelle scelte.
Naturalmente il progetto annunciato dal MIMIT dovrà ancora essere tradotto in una misura concreta. Restano da definire risorse disponibili, importi dei voucher, criteri di accesso e modalità di utilizzo. Il confronto con il Ministero dell’Economia sarà determinante per stabilire quale spazio potrà trovare nella legge di bilancio.
Negli ultimi anni gli incentivi si sono concentrati soprattutto sull’acquisto di macchinari, sulla digitalizzazione degli impianti e sull’efficienza energetica. L’intelligenza artificiale introduce una dimensione ulteriore: non soltanto rinnovare le attrezzature, ma migliorare la capacità delle imprese di utilizzare informazioni, organizzare il lavoro e prendere decisioni.
Perché la forza industriale dell’Italia non dipenderà soltanto dalla capacità di sviluppare tecnologie d’avanguardia, ma anche da quella di renderle disponibili al tessuto delle piccole imprese.
La vera prova della politica industriale sarà dunque portare l’intelligenza artificiale fuori dai grandi centri di ricerca e dentro la produzione quotidiana. Dove una tecnologia non viene giudicata per quanto è sofisticata, ma per quanto migliora il lavoro, riduce i costi e aumenta la qualità dei prodotti. Ed è proprio lì, nelle fabbriche e nelle officine del Made in Italy, che si misurerà il successo della sfida lanciata da Urso.









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