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Un missile balistico sul palazzo del governo: gli Houthi tentano il colpo mortale ad Aden e la guerra si allarga al petrolio saudita

Un raid missilistico centra il palazzo di Aden: il governo yemenita si salva per miracolo, mentre gli Houthi colpiscono Aramco e l’aeroporto di Riyadh. Ecco perché la nuova escalation minaccia petrolio e commercio marittimo.

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Il fumo nero che si alza dal palazzo presidenziale di al-Maashiq, ad Aden, segna il punto di non ritorno per la fragile architettura istituzionale dello Yemen. I ribelli Houthi hanno tentato di decapitare in un sol colpo l’intero esecutivo sostenuto da Riad, mancando il primo ministro Shaya Al-Zandani per una questione di metri, ma lasciando sul terreno almeno cinque morti e sedici feriti.

Un attacco mirato, chirurgico e devastante, che infrange la retorica della presunta normalizzazione regionale. Nonostante la massiccia campagna aerea della coalizione a guida saudita — pomposamente ribattezzata “Dawn of Yemen” con oltre 1.250 bombardamenti dichiarati nelle sole ultime ventiquattr’ore — il gruppo sciita dimostra di poter colpire dove e quando vuole, ignorando qualsiasi deterrente.

La dinamica dell’attacco ad Aden è stata un evento bellico piuttosto sofisticato. L’ordigno balistico ha centrato il perimetro di massima sicurezza mentre i ministri erano riuniti, falciando due agenti della scorta personale del premier. Per la coalizione si tratta di un fallimento d’intelligence e di difesa aerea difficilmente mascherabile: i vertici istituzionali sono stati evacuati in emergenza tra le macerie.

Mentre il presidente del Consiglio presidenziale, Rashad al-Alimi, promette risposte inflessibili contro quelle che definisce minacce terroristiche, la realtà sul terreno racconta un quadro opposto. L’iniziativa strategica rimane saldamente nelle mani dei ribelli di Sanaa, mentre le intese diplomatiche sventolate nelle conferenze internazionali si polverizzano alla prova del fuoco.

L’escalation non si limita alla sede governativa provvisoria di Aden. I combattimenti più duri infiammano l’altopiano di Taiz, la città più popolosa della nazione, ormai sottoposta a un assedio spietato. Il blocco stradale ha prosciugato le scorte di carburante, bloccato la raccolta dei rifiuti e causato un’emergenza igienico-sanitaria vicina al collasso. A Marib, snodo petrolifero cruciale, una pioggia di missili balistici continua a martellare quartieri e infrastrutture.

Ecco il quadro operativo dei principali teatri di crisi:

  • Aden (Palazzo di al-Maashiq): attacco con missili balistici contro il premier e il gabinetto; 5 vittime e comando governativo evacuato in fretta.
  • Taiz: accerchiamento asfissiante delle milizie, forniture energetiche azzerate e paralisi delle strutture sanitarie primarie.
  • Marib: bombardamenti su aree residenziali e pressione costante sui giacimenti idrocarburici ancora controllati dai lealisti.
  • Riyadh e Dhahran (Arabia Saudita): venti attacchi sull’aeroporto King Khalid in pochi giorni (17 vittime) e raid incendiari contro impianti del colosso Aramco.

Sul fronte economico le conseguenze sono immediate. Colpire il cuore industriale di Aramco a Dhahran e minacciare le piste di Riyadh non è una semplice dimostrazione di forza militare, ma un piano calcolato di destabilizzazione economica. La vulnerabilità del polo estrattivo saudita si ripercuote all’istante sulla sicurezza energetica globale.

Ogni detonazione nella penisola araba fa scattare l’allarme nei terminal dei broker petroliferi. Le compagnie di riassicurazione navale hanno già ritoccato verso l’alto le tariffe per il rischio di guerra nelle acque di Bab el-Mandeb e del Mar Rosso. L’effetto domino è automatico: il traffico commerciale evita il Canale di Suez per circumnavigare l’Africa lungo il Capo di Buona Speranza.

Questo allungamento forzato delle rotte genera una voragine nei conti dei trasportatori: tempi dilatati di dieci o quattordici giorni, noleggi schizzati alle stelle e penuria di container nei porti mediterranei. L’inflazione logistica torna così a bussare alle porte dell’Occidente, vanificando le speranze di un rapido allentamento monetario.

Emerge intanto il fallimento economico della strategia saudita. Riad impegna caccia bombardieri da decine di milioni di dollari e lancia missili intercettori Patriot da svariati milioni al pezzo per neutralizzare droni che costano poche migliaia di dollari. Un’asimmetria finanziaria insostenibile nel medio termine, che erode le riserve fiscali della monarchia senza garantire la sicurezza del proprio spazio aereo.

Nel frattempo, a Washington, il Tesoro guidato da Scott Bessent sbandiera una nuova stretta sanzionatoria per prosciugare le finanze iraniane, ma la guarra economica ed energetica vera si sta combattendo nel sud della penisola arabica e , per ora, non sembra possa avere una fine rapida. Anzi, se dovesse prolungarsi, potrebbe minacciare la stabilità del Regno Saudita.

 

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