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Ucraina, il paradosso dell’Occidente e delle sponde vere o presunte alla Russia di Putin

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Mentre la Russia interrompe con pesanti bombardamenti su Kiev la tregua di tre giorni, segno tangibile che le trattative di pace sono ancora assai lontane dall’avere qualche possibilità di esito positivo, in Italia e non solo avanza la polemica tra chi viene accostato con una certa frequenza alle posizioni russe. Si arriva addirittura ad accusare alcuni di essere una sorta di fiancheggiatori della Russia, attraverso articoli, libri, analisi e anche tramite alcune componenti politiche, che in nome del no a riarmo, spingono per fermare gli aiuti europei all’Ucraina invasa.

Si tratta insomma di un paradosso che accompagna ormai da anni la guerra in Ucraina. Da una parte governi europei che, con tutte le differenze del caso, continuano a sostenere Kyiv sul piano politico, economico, umanitario e militare. Dall’altra una fascia di opinione pubblica, osservatori, giornalisti e forze politiche che, pur senza dichiararsi necessariamente filorussa, tende sistematicamente a leggere il conflitto attraverso categorie che finiscono per attenuare le responsabilità di Mosca, enfatizzare quelle occidentali e trasformare ogni episodio controverso in un nuovo processo alla Nato, all’Unione europea o alla stessa Ucraina.

Il caso raccontato oggi dal Foglio sul modo in cui i media russi utilizzano Marco Travaglio è assai emblematico. L’articolo ricostruisce come Gazeta.ru e altre testate russe non presentino semplicemente le sue opinioni come quelle di un singolo giornalista italiano, ma le trasformino in una sorta di certificazione esterna della narrativa del Cremlino: “In Italia hanno dichiarato che la Russia continua a vincere”, oppure che Zelensky sarebbe stato definito un “Frankenstein”. In questo modo una voce individuale viene elevata a testimonianza di ciò che “l’Italia” o addirittura “l’Europa” penserebbero realmente. Il direttore del Fatto quotidiano da tempo deve subire attacchi da più parti di essere putiniano e di fare in alcuni casi propaganda per la Russia. accise chiaramente che il giornalista ha sempre sentito con la sua solita ironia mista a ad un pizzico di spocchia.

Il meccanismo è ancora più interessante del singolo caso. Secondo la ricostruzione del Foglio, infatti, la stampa russa seleziona tra i tanti argomenti affrontati da Travaglio quelli utili a costruire uno schema coerente: la Russia non aggredisce ma reagisce; l’Ucraina non resiste ma viene utilizzata; l’Europa non difende ma provoca. È esattamente così che funziona una parte della propaganda contemporanea: non serve inventare tutto. Basta prendere parole vere, estrarle dal contesto, amplificarle e farle diventare la prova che “anche in Occidente lo ammettono”.

Gazeta.ru offre in questi giorni un esempio quasi didattico di questa impostazione. In un articolo del 3 settembre rilancia la tesi secondo cui Kyiv starebbe utilizzando campagne di disinformazione per coprire difficoltà interne e militari e destabilizzare la Russia in vista delle elezioni. Il punto non è negare che propaganda e disinformazione esistano da ogni parte in un conflitto: il problema è il ribaltamento sistematico del quadro, in cui l’aggressore diventa il soggetto assediato e l’Ucraina quello che orchestra provocazioni contro Mosca.

È proprio qui che il caso italiano diventa politicamente interessante. Perché questo racconto convive con una politica estera del governo Meloni che, dal 2022 a oggi, è stata invece sorprendentemente lineare. Il ministero degli Esteri continua a definire quella russa un’aggressione in violazione del diritto internazionale e ribadisce il sostegno italiano alla sovranità, all’indipendenza e all’integrità territoriale dell’Ucraina. Roma ha fornito assistenza politica, finanziaria, umanitaria e militare, contribuisce alle missioni europee di addestramento e alle iniziative UE e mantiene la pressione su Mosca attraverso il regime sanzionatorio.

Anche negli ultimi mesi la linea non è cambiata. Il 24 agosto Tajani ha condannato i nuovi attacchi russi, confermato il sostegno del governo italiano e annunciato che prosegue il lavoro su un nuovo pacchetto per la sicurezza e la difesa dell’Ucraina. La Farnesina indica inoltre in circa 3,2 miliardi di euro le risorse destinate dall’Italia alla ripresa e alla ricostruzione ucraina.  A luglio l’Italia ha assunto anche la presidenza del Meccanismo di Tallinn, la piattaforma internazionale per il rafforzamento della cybersicurezza civile ucraina.

E poi ci sono i simboli che diventano fatti. La recente iniziativa della Zecca dello Stato racconta forse meglio di molte dichiarazioni quanto il legame italiano con l’Ucraina sia entrato anche nella dimensione civile. La medaglia “Due anni di resistenza ucraina”, realizzata nel 2024 dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, ha portato alla vendita di 7.764 esemplari e alla raccolta di 504.660 euro per Unbroken Kids, il programma che cura i bambini dell’ospedale St. Nicholas di Leopoli. Con quelle risorse sono stati acquistati cinque monitor sanitari e un sistema diagnostico a raggi X; a settembre è prevista un’ulteriore tranche da 150 mila euro per nuovi macchinari.

È difficile conciliare questi fatti con la rappresentazione di un’Italia esitante o pronta ad abbandonare Kyiv. Certo, all’interno della maggioranza esistono sensibilità diverse. Ma il baricentro del governo è rimasto quello scelto da Giorgia Meloni all’inizio della legislatura: collocazione atlantica, sostegno all’Ucraina, pressione sulla Russia, ricerca di una pace che non equivalga alla semplice ratifica delle conquiste territoriali ottenute con la forza.

Ed è proprio qui che emerge il contrasto con Roberto Vannacci. Il leader di Futuro Nazionale respinge l’etichetta di filoputiniano e sostiene di essere “pro italiano e pro europeo”, ma ha più volte criticato il prolungamento del sostegno militare a Kyiv e ha contestato quella che definisce l’incoerenza europea: finanziare la resistenza ucraina mentre continua l’importazione di gas russo.  La questione energetica sollevata da Vannacci esiste e merita una risposta, ma è diverso utilizzarla per chiedere maggiore coerenza nelle sanzioni oppure trasformarla nell’argomento per delegittimare nel complesso la scelta occidentale di sostenere un Paese aggredito.

Non a caso ECFR è arrivato a una valutazione durissima. Teresa Coratella e Arturo Varvelli descrivono Vannacci come un possibile “cavallo di Troia” dell’influenza russa in Italia, sottolineando il suo orientamento contrario al sostegno militare all’Ucraina e la sua disponibilità dichiarata ad accettare finanziamenti esteri purché legali. È una valutazione degli autori, non una prova di rapporti illeciti con Mosca, e va trattata come tale. Ma segnala quanto il tema sia ormai percepito come una questione di sicurezza europea e non soltanto come una normale divergenza di politica estera

Il problema, infatti, è più ampio dell’Italia. Rym Momtaz, analista di Carnegie Europe, ha scritto pochi giorni fa che una parte significativa dei media europei tende a privilegiare il racconto immediato e polarizzante su migrazione e costo della vita, mentre le operazioni ibride russe ricevono molta meno attenzione. La stessa analisi ricorda 151 episodi di sabotaggio o “shadow warfare” contro l’Europa dal 2022, attribuiti pubblicamente o sospettati di essere collegati alla Russia o ad attori vicini a Mosca, oltre alle campagne informative e alle interferenze politiche.

Il punto non è sostenere che ogni giornalista critico verso Kyiv sia un propagandista russo. Sarebbe un errore speculare a quello che si vuole denunciare. In democrazia deve essere possibile criticare Zelensky, discutere l’efficacia delle sanzioni, contestare l’invio di armi e chiedere un negoziato. Il confine problematico viene superato quando ogni fatto viene sistematicamente ricondotto allo stesso schema: Mosca reagisce, l’Occidente provoca; Mosca bombarda perché costretta, Kyiv resiste perché manipolata; le prove contro la Russia sono sempre insufficienti, mentre qualsiasi ipotesi favorevole al Cremlino diventa immediatamente plausibile.

Su questo è significativo anche il giudizio di Alexander Baunov, analista russo ed ex diplomatico, oggi legato al Carnegie Russia Eurasia Center. Analizzando i rapporti tra Mosca e l’Occidente, Baunov ha osservato come spesso si continui a immaginare l’esistenza di una Russia pragmatica “dietro le quinte”, diversa dalla retorica pubblica. Ma, secondo la sua analisi, gli interlocutori occidentali scoprono continuamente che anche nei colloqui riservati riemerge la stessa impostazione propagandistica e la stessa convinzione di poter logorare l’Ucraina e la coesione europea.

Anche dalla Germania arrivano valutazioni che dovrebbero invitare a maggiore cautela. Karl-Heinz Kamp, del German Council on Foreign Relations, riconosce che la Russia è economicamente più debole di quanto la sua propaganda voglia mostrare, ma sostiene che proprio questa debolezza viene compensata con un uso ancora più intenso della propaganda. Per Kamp l’Europa possiede risorse economiche e militari sufficienti per contenere Mosca, a condizione di mantenere volontà politica, capacità di deterrenza e sostegno all’Ucraina.

È forse questa la vera partita che si gioca oggi. Non soltanto quella militare nel Donbas o quella diplomatica tra Mosca, Kyiv e Washington. Esiste una guerra parallela sulle categorie con cui l’Europa interpreta il conflitto.

Ed è qui che la posizione dell’Italia assume un peso particolare. Meloni ha dimostrato in questi quattro anni che si può essere una forza conservatrice, criticare molti indirizzi dell’Unione europea e contemporaneamente non mettere in discussione il principio fondamentale: le frontiere europee non si cambiano con i carri armati. Non è un dettaglio. È ciò che ha distinto il governo italiano da una parte delle nuove destre europee più accomodanti con il Cremlino.

Un’appoggio quello del governo italiano che ha interessato anche opere benefiche come quella che ha riscosso grande successo della medaglia commemorativa “Due anni di resistenza ucraina”, realizzata dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato nel 2024, su progetto degli studenti della Scuola dell’Arte della Medaglia. Non una semplice operazione simbolica: per ogni medaglia venduta erano destinati 65 euro a Unbroken Kids, il centro dell’ospedale St. Nicholas di Leopoli che cura e riabilita i bambini vittime della guerra.

A distanza di due anni e mezzo i numeri raccontano la riuscita della campagna: 7.764 medaglie acquistate dagli italiani e 504.660 euro raccolti. Quel denaro ha già permesso di acquistare cinque monitor per i pazienti e un sistema diagnostico a raggi X, apparecchiature utilizzate per assistere bambini con lesioni provocate da mine ed esplosioni, ustioni e ferite da arma da fuoco; a settembre è inoltre prevista un’ultima tranche di 150 mila euro destinata a ulteriori macchinari

Il rischio di una certa informazione occidentale è proprio questo: nel tentativo di apparire anticonformista, finire per offrire a Mosca ciò di cui la propaganda russa ha più bisogno. Non l’adesione esplicita al putinismo, che in Europa avrebbe un mercato limitato, ma qualcosa di assai più efficace: una voce occidentale da tradurre, rilanciare e presentare come prova che perfino dentro l’Occidente la versione del Cremlino sta diventando verità. Ed è esattamente il meccanismo descritto nel caso Gazeta.ru: non importa convincere tutti. Basta poter dire che “anche in Italia lo ammettono”.

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