DifesaEsteriIranPoliticaUSA
Trump ripercorrerà le strade di Nixon e Biden? L’allarme lanciato dal Generale Dan Caine
I vertici del Pentagono avvertono la Casa Bianca: le munizioni ad alta precisione sono quasi esaurite. Senza una via d’uscita immediata, la guerra con Teheran rischia di trasformarsi in un nuovo Vietnam per gli Stati Uniti.

Le riserve di missili americani sono ormai agli sgoccioli e la campagna militare contro l’Iran, arrivata al suo quinto mese, si trova a un punto morto. Nel chiuso dei palazzi del potere a Washington, i vertici militari hanno lanciato un avvertimento drammatico al presidente Donald Trump. Continuare con i bombardamenti non piegherà Teheran, mentre un’ulteriore escalation rischia di innescare una catastrofe strategica e un contraccolpo devastante per l’intero Medio Oriente.
Il capo dello Stato Maggiore Congiunto, il generale Dan Caine, si sta muovendo dietro le quinte per costruire una linea comune tra i fedelissimi della Casa Bianca. L’obiettivo dichiarato dalle fonti militari è chiarissimo: trovare al più presto una via d’uscita diplomatica od operativa, una vera e propria “off-ramp“, da un conflitto che sta logorando le forze armate americane.
La manovra diplomatica del generale Caine
Soprannominato “Razin Caine“, il generale americano evita la ribalta pubblica quando si tratta di colloqui riservati. Tuttavia, fonti accreditate confermano che nelle ultime settimane ha intensificato i contatti individuali con i membri chiave del Gabinetto di governo.
Tra gli interlocutori di punta del generale figurano figure di assoluto rilievo:
- Il vicepresidente JD Vance;
- Il segretario di Stato Marco Rubio;
- Il direttore della CIA John Ratcliffe.
Caine intende evitare che il presidente riceva valutazioni distorte o contrastanti prima delle riunioni decisive. La sua intenzione è mostrare un quadro strategico reale e condiviso. La guerra di attrito sta consumando risorse belliche preziose senza garantire alcun successo tangibile.
Purtroppo la sensazione che hanno gli americani, e non solo, è che il Presidente abbia preso le proprie decisioni su informazioni parziali e distorte, e questo abbia portato al suo comportamento “TACO”, altalenante:
The U.S. Intelligence Community assessed this & consistently briefed it. Unfortunately, it was the Israeli government & their lobbyists who convinced the President that Iran would be as easy as Venezuela. https://t.co/C1Vw7L06OH
— Joe Kent (@joekent16jan19) August 7, 2026
Oltre all’aspetto materiale, sul tavolo ci sono i costi umani dell’operazione. Nel corso dei cinque mesi di operazione sono già morti almeno 18 militari statunitensi e oltre 600 sono rimasti feriti. Per i generali del Pentagono, proseguire l’azione senza una strategia chiara significa mettere a rischio la vita dei soldati senza ottenere alcun ritorno difensivo reale. La strategia attualmente seguita non è chiara, non ha finalità precise, appare umorale e contraddittoria.
Arsenali svuotati: i dati sulle munizioni
Il motivo principale di tanta cautela risiede nei numeri freddi e impietosi della logistica militare americana. Le forze armate degli Stati Uniti hanno consumato una quantità enorme di armi ad alta precisione in soli cinque mesi di operazioni intense.
Secondo report di intelligence e analisi di centri studi indipendenti, la situazione dei magazzini statunitensi è arrivata a livelli di guardia:
| Tipologia di Arma | Stato attuale delle riserve | Impatto strategico sul campo |
| Missili ATACMS e PrSM | Quasi completamente esauriti | Impossibilità di attacchi terrestri di precisione a lungo raggio |
| Intercettori Patriot | Riserve ridotte di circa il 65% | Vulnerabilità crescente per le basi americane nel Golfo |
| Sistemi antimissile THAAD | Calo stimato di oltre il 38% | Copertura difensiva degli alleati fortemente indebolita |
| Missili da crociera Tomahawk | Utilizzata circa la metà della scorta globale | Limiti operativi immediati per le navi della Marina USA |
Non sono a rischio solo le armi offensive, ma soprattutto quelle difensive. Se l’Iran dovesse lanciare una risposta massiccia con droni e missili balistici, gli Stati Uniti e le monarchie arabe non avrebbero intercettori sufficienti per proteggere infrastrutture e basi militari.
I limiti del potere aereo e il rischio di un boomerang
Durante un’audizione parlamentare, il generale Caine lo ha espresso con estrema chiarezza: il potere aereo presenta limiti invalicabili. Distruggere le rampe di lancio iraniane è diventato un gioco infinito a schiacciare le talpe. Appena un sito viene colpito, ne spunta un altro in una geografia montuosa e protetta.
Alcuni consiglieri d’ispirazione più radicale hanno ipotizzato di colpire le infrastrutture civili dell’Iran, come le centrali elettriche. Questa opzione nasconde però trappole gravissime sul piano politico e sociale.
Un attacco alle infrastrutture essenziali provocherebbe l’effetto opposto a quello sperato, spingendo la popolazione locale a unirsi attorno al governo di Teheran. Invece di far crollare il regime, un’escalation finirebbe per rafforzarne la tenuta interna e lo spirito di resistenza, o almeno questo è uno dei possibili avvenimenti.
Inoltre, un incremento dei raid non consentirebbe di garantire la riapertura sicura dello Stretto di Hormuz. Allo stesso modo, il programma nucleare iraniano non verrebbe scalfito in modo risolutivo, svelando le fragilità delle motivazioni usate per giustificare il conflitto. Insomma una campagna di puri bombardamente, anche ampliati, come quella attuale non garantirebbe il raggiungimento di nessun obiettivo. Forse questa è la maggiore logica per leggere la recente cancellazione degliu utlimi attacchi
Tensioni strategiche tra gli alleati
La divergenza di vedute a Washington rispecchia un profondo spaccamento tra i partner internazionali degli Stati Uniti. Il Comando Centrale americano (CENTCOM) e il governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu hanno spinto per mesi a favore di un’azione militare implacabile.
I paesi arabi del Golfo sostengono una linea del tutto opposta. La scorsa settimana, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman è intervenuto con decisione verso la Casa Bianca.
Riyadh teme rappresaglie iraniane catastrofiche contro i propri giacimenti petroliferi e le città costiere. Questo intervento diretto ha convinto Trump a congelare all’ultimo minuto un piano che prevedeva l’attacco più imponente dalla Seconda Guerra Mondiale. Il recente “Accordo della Mecca” non è altro che un modo per sganciarsi dalle conseguenze delle azioni dirette degli USA, ma non è detto che anche questa strategia ottenga dei risultati: anzi per ora l’Iran ha risposto piuttosto male.
La comunità d’intelligence degli Stati Uniti aveva previsto esattamente questa evoluzione, avvertendo il presidente fin dalle prime fasi. Tuttavia, la pressione di lobby esterne ha inizialmente fatto prevalere l’illusione che l’Iran fosse un avversario facile da piegare.
L’ombra del Vietnam e il dilemma di Trump
Ci troviamo di fronte a una situazione già vista nella storia recente americana. Gli stessi vertici militari, messi di fronte alla dura realtà del terreno, chiedono alla politica di fermarsi prima che sia troppo tardi, ma si trovano anche di fronte alla necessità di esprimere una strategia che non sia immediatamente letta come perdente e remissiva.
Siamo nella classica dinamica che ha caratterizzato le fallimentari campagne del Vietnam e dell’Afghanistan. Il Pentagono ha preso atto che non esiste una vittoria militare pulita e rapida, ma solo la concreta prospettiva di un impantanamento lungo e distruttivo.
Spetta ora al comandante in capo scegliere come gestire questo vicolo cieco strategico:
- L’opzione Nixon: Cercare una trattativa di disimpegno mantenendo una pressione apparente, per salvare la faccia ed uscire dal conflitto senza ammettere apertamente la sconfitta. Si tratta dellaq strategia utilizzata negli anni ’70 per il Vietnam: prima la “vietnamizzazione” del conflitto, quindi gli accordi di Pace di Parigi, il tutto alternato a campagne di bombardamenti. Una strategia che però non impedì la caduta di Saigon e la fuga dei Boat People.Una sconfitta, appena mascherata.
- L’opzione Biden: Prendere atto della realtà operativa ed effettuare un ritiro pragmatico, affrontando le polemiche politiche pur di interrompere il consumo di munizioni e risorse umane. Magari un po’ meglio della fuga di Biden dall’Afghanistan, una scelta per molti ancora inspiegabile e che è stato il segno più evidente della sconfitta americana nel Paese.
- Una soluzione diversa, che però deve essere chiaramente espressa e che, per ora, non si vede all’orizzonte.m
Il generale Dan Caine ha posto il problema sul tavolo con spietata lucidità. Tocca ora a Donald Trump decidere se dare ascolto ai propri generali e finalmente predisporre un piano organico d’azione, oppure continuare con una campagna a senso alterno e, per ora, senza nessun risultato.







You must be logged in to post a comment Login