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Pechino chiude le frontiere: il passaporto diventa un’arma di Stato

Pechino vara il nuovo regolamento sull’espatrio: passaporti sequestrati e divieti di uscita per fermare la fuga di cervelli e capitali. Una stretta autoritaria che trasforma il turismo in un’arma geopolitica, destinata a svuotare le casse delle città europee che festeggiavano la fine dell’overtourism.

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Un giro di vite improvviso e senza precedenti blocca milioni di cittadini cinesi dentro i confini nazionali. Con il decreto numero 841, entrato in vigore a metà settembre 2026, il governo di Pechino trasforma il viaggio all’estero da diritto individuale a concessione politica discrezionale.

Chiunque lavori nella tecnologia avanzata, nelle aziende pubbliche, nella ricerca o nella sanità rischia ora di vedersi negato l’espatrio senza nemmeno un preavviso scritto.

La motivazione ufficiale parla di sicurezza nazionale e protezione dei segreti industriali contro le sanzioni occidentali. Nella sostanza, il presidente Xi Jinping ha deciso di fermare la fuga di cervelli e la fuoriuscita di capitali, blindando le competenze strategiche del paese all’interno della grande muraglia normativa.

Il ritorno al passato: viaggiare è un privilegio, non un diritto

La nuova normativa formalizza una prassi che per anni è strisciata nell’ombra. Funzionari di medio livello, docenti, ricercatori e persino medici ospedalieri sono già abituati a dover consegnare il passaporto ai propri datori di lavoro statali. Per riaverlo serve un’autorizzazione complessa, che spesso viene negata senza spiegazioni.

Ora la stretta colpisce direttamente il settore privato. L’articolo 4 del regolamento stabilisce che chiunque violi o rischi di violare le regole sull’esportazione di tecnologie può subire un divieto di espatrio da sei mesi a tre anni, o a tempo indeterminato.

La formula utilizzata dai burocrati è volutamente vaga: basta un’azione che «possa mettere in pericolo» la sicurezza industriale. Il caso pilota è già avvenuto: i fondatori della piattaforma di intelligenza artificiale Manus si sono visti bloccare i passaporti dopo il tentativo di vendere la propria azienda al colosso americano Meta.

Persino le agenzie private di emigrazione hanno ricevuto l’obbligo di denunciare i funzionari pubblici o gli esperti tecnici che chiedono visti o residenze all’estero.

Il turismo di massa come leva di ricatto geopolitico

Oltre a difendere i brevetti e trattenere la valuta pregiata in patria, Pechino manovra da sempre i flussi dei viaggiatori come uno strumento di pressione internazionale. Per il Partito, il movimento dei propri cittadini non è una scelta privata, ma un rubinetto economico da aprire o chiudere a seconda delle alleanze.

Basta un attrito diplomatico per cancellare dall’oggi al domani le partenze verso un intero paese. È già accaduto in passato con la Corea del Sud; sta accadendo in queste settimane con il Giappone, diventato una meta sconsigliata dopo le frizioni politiche su Taiwan. Anche chi prenota per gli Stati Uniti riceve telefonate preventive dalle autorità di frontiera che suggeriscono di rinunciare al viaggio.

I vincoli stabiliti dal governo cinese funzionano su tre livelli precisi:

  • Controllo preventivo del personale strategico: ritiro dei passaporti e verifiche minuziose per dipendenti pubblici, ricercatori e tecnici informatici.
  • Blocchi dell’espatrio arbitrari: stop immediato alla dogana per motivi generici legati al rischio di fuga di notizie industriali o di capitali.
  • Indirizzamento politico delle mete: campagne mediatiche interne per scoraggiare i viaggi verso paesi rivali e deviare le comitive verso stati partner.

L’Europa fra minaccia e Overtourism

Ovviamente uno dei principali obiettivi della limitazione potenziale del turismo cinese è proprio l’Europa, quando si parola di limitazioni all’export industriale cinese, nel tentativo di riaggiustare la bilancia commerciale fortemente squilibrata a favore di Pechino.  Quindi, come contrappasso, si minaccia di limitare i flussi turistici.

A questo punto emerge un paradosso: negli ultimi anni, le capitali europee e città d’arte come Venezia, Barcellona o Firenze hanno fatto della lotta all’«overtourism» una vera e propria bandiera politica. Tasse di soggiorno raddoppiate, tornelli di accesso ai centri storici, divieti per gli affitti brevi e proteste di piazza contro l’eccesso di visitatori hanno riempito i telegiornali. A sentire certi amministratori locali, il turismo sembrava essere diventato la disgrazia principale del continente.

Tra l’altro la Cina si è arricchita con un flusso turistico europeo che ha approfittato del regime privo di visti concesso sino ad ora, esattamente come i paesi europei hanno sfruttato il turismo cinese. La rottura potrebbe portare conseguenze anche per Pechino.

Anche se la clientela cinese era, negli ultimi anni, benestante e disposta ad aprire il portafoglio per acquistare servizi e beni artigianali e di lusso, nello stesso tempo la tensione turistica resta molto alta. La minaccia di mandare qualche milione di turisti in meno ad affollare le ramblas di Barcellona o il Colosseo di Roma rischia di essere poco efficace, nel momento in cui le stesse città hanno grossi problemi di gestione dei flussi.

Pechino trasforma il passaporto in una sanzione economica invisibile, ma bisogna vedere se questa viene ad essere veramente efficace. Se non altro metterà in evidenza se questo discorso sull’overtourism occidentale, di cui si lamentano i sindaci di alcune città meta, sia un problema effettivo oppure no.

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