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Trump porta a casa il risultato: Groenlandia approva le basi USA per il “Golden Dome”

Groenlandia, Trump vince: approvate le basi USA per il “Golden Dome”. Ma l’opposizione indipendentista smaschera il paradosso — “Nessun vantaggio economico”

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Il parlamento di Nuuk ratifica l’accordo trilaterale con 16 voti favorevoli e zero contrari. Sette astenuti. Ma il diavolo si nasconde nei dettagli — e nelle promesse economiche tradite.

Il parlamento groenlandese ha approvato martedì l’accordo sulla sicurezza con Stati Uniti e Danimarca. Sedici voti a favore, nessun contrario, sette astenuti. Un risultato che Donald Trump può intestarsi come una vittoria strategica, dopo mesi di minacce — nemmeno troppo velate — di acquisire l’isola artica “con mezzi militari o economici”. La ratifica di Nuuk apre formalmente la strada a due nuove basi militari statunitensi e all’integrazione del sistema di difesa missilistica “Golden Dome”, il progetto faraonico di scudo spaziale tanto caro all’ex presidente.

L’accordo, firmato a settembre a margine dell’Assemblea Generale dell’ONU da Trump, dalla premier danese Mette Frederiksen e dal premier groenlandese Jens-Frederik Nielsen, segue mesi di negoziati riservati. Il testo prevede l’ampliamento e la modernizzazione della base spaziale di Pituffik, già operativa nel nord-ovest dell’isola, e getta le fondamenta per due nuovi siti militari. La Groenlandia resta sotto sovranità danese — ma l’intesa si applicherà anche in caso di futura indipendenza, un dettaglio non banale che lega il destino dell’isola agli interessi strategici di Washington indipendentemente dal suo status costituzionale.

Il ministro degli Esteri groenlandese Mute Egede ha parlato di “passo importante per l’autogoverno“, sottolineando come il percorso sia stato “difficile per noi come popolo”. Su Facebook ha scritto: “Abbiamo scelto il dialogo e preso responsabilità per gli interessi del nostro Paese”. Parole ponderate, ma che nascondono una realtà scomoda: la Groenlandia ha negoziato sotto pressione. Le minacce di Trump — incluso il rifiuto, lo scorso anno, di escludere un’invasione militare — avevano creato timori tra i 57.000 abitanti dell’isola, la maggioranza dei quali, secondo i sondaggi, respingeva il controllo americano.

Il paradosso è evidente: un territorio che aspira all’indipendenza dalla Danimarca si ritrova vincolato a un accordo che rafforza la presenza militare di una superpotenza terza. E non è tutto. Il partito di opposizione Naleraq, la voce più prominente dell’indipendentismo groenlandese, ha votato contro — non per ragioni di principio, ma economiche. “Cerchiamo un accordo migliore da cui trarre beneficio quando diventeremo uno Stato indipendente. Ma da questo accordo non è derivato alcun vantaggio economico“, ha dichiarato il presidente Pele Broberg. Tradotto: nessun dividendo concreto per Nuuk, solo basi e infrastrutture militari.

La tempistica è serrata. Il parlamento danese discuterà il testo in prima lettura l’11 novembre, con voto finale il 19. Non è richiesta l’approvazione del Senato americano, trattandosi di un executive agreement. Il che significa che l’amministrazione Trump può procedere speditamente, senza intoppi congressuali.

Dietro la retorica della “sicurezza artica” e della “stabilità regionale”, l’accordo serve anzitutto a consolidare il controllo strategico USA sull’Artico, una regione sempre più contesa per le rotte commerciali emergenti e le risorse minerarie — terre rare in primis. La Groenlandia, tra Europa e Nord America, è un avamposto geograficamente insostituibile. Trump lo sapeva quando ha pubblicato la mappa degli Stati Uniti, Canada e Groenlandia colorati di bandiere americane. E lo sapeva quando ha minacciato di prendersi l’isola con la forza.

La ratifica di Nuuk è, in definitiva, la certificazione di un rapporto di forza. La Groenlandia ottiene garanzie formali sulla propria sovranità e sul diritto all’autodeterminazione — ma nessun beneficio economico tangibile. La Danimarca mantiene la sovranità nominale — ma cede di fatto il controllo militare dell’isola a Washington. E Trump incassa il risultato: nuove basi, il Golden Dome, e una presenza strategica rafforzata nell’Artico, il tutto senza sparare un colpo e senza bisogno dell’approvazione del Senato.

Il “dialogo” invocato da Egede ha prodotto un accordo sbilanciato. La “responsabilità” rivendicata nasconde l’assenza di alternative reali. E mentre l’Europa osserva, la Groenlandia diventa sempre più un avamposto americano — indipendentemente da chi governerà a Nuuk.

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