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Trump non molla il blocco navale sull’Iran: Teheran costretta al razionamento del carburante. Brent a 120 dollari, una crisi che l’Europa non può ignorare

Trump mantiene il blocco navale sull’Iran: Teheran raziona il carburante mentre Brent vola a 120 dollari. Le conseguenze per l’Europa e per il resto del mondo non sono semplici, ma nessuno per ora cede

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Donald Trump continua a giocare la carta del blocco navale sull’Iran con determinazione assoluta. Nonostante le offerte di Teheran per riaprire lo Stretto di Hormuz, il presidente americano ha respinto l’ultima proposta iraniana perché non prevede la rinuncia definitiva al programma nucleare. «No more Mr. Nice Guy», ha ribadito per la seconda volta in pochi giorni, confermando che il blocco resterà in vigore fino a quando l’Iran non tornerà al tavolo con garanzie concrete. È una strategia calcolata: il blocco è considerato «più efficace dei bombardamenti» perché colpisce direttamente le entrate petrolifere di Teheran senza rischiare un’escalation militare immediata.

In risposta, l’Iran non ha altra soluzione che annunciare il razionamento del carburante e dell’energia. Il ministro del Petrolio iraniano lo ha giustificato apertamente con le «condizioni di guerra»: il Paese, stretto dal blocco navale americano e dalle sanzioni, vede crollare la propria valuta a un record storico di 1,8 milioni di rial per dollaro. Le importazioni sono ferme, le esportazioni di petrolio azzerate o ridotte al minimo, e l’economia interna è sotto stress. Fabbriche tessili e acciaierie chiudono o licenziano in massa. Per contenere il malcontento sociale, il regime ha alzato salari, sussidiato beni di prima necessità e distribuito aiuti in contanti ai più poveri. Ma la misura è temporanea: senza entrate dal petrolio, i soldi stanno finendo.

Il mercato ha capito subito che si va avanti con il blocco e che non c’è rapida uscita. Il Brent ha toccato i 120 dollari al barile, nuovo massimo della guerra in corso e il livello più alto dal 2022. Il WTI supera i 100 dollari. In soli due mesi di conflitto, l’Europa – come ricordato da Ursula von der Leyen solo pochi giorni fa – ha già speso 27 miliardi di euro in più per importare combustibili fossili senza ottenere un solo barile extra. Ora, con il blocco che prolunga l’impasse su Hormuz, il rischio è che questa bolletta energetica diventi strutturale.

Prezzo del petrolio Brent da Tradingeconomics

Perché l’Iran non ha alternative al razionamento

Il blocco navale americano impedisce non solo l’export di petrolio iraniano, ma anche l’import di prodotti raffinati e componenti essenziali per le raffinerie. Teheran può contare su scorte limitate e su una capacità produttiva interna già compromessa dalle sanzioni precedenti. Rationare il carburante diventa quindi l’unica leva interna per evitare un collasso totale della distribuzione: benzina e diesel vengono contingentati per famiglie e imprese, con l’obiettivo dichiarato di «non avere problemi interni di approvvigionamento». È una mossa difensiva, quasi obbligata, che segnala quanto il regime sia sotto pressione economica. Come nota un analista del Middle East Institute, quando «i soldi finiscono per il blocco», la resistenza diventa una questione di orgoglio nazionale, ma il rischio di proteste interne cresce.

Trump, dal canto suo, ha tenuto un incontro riservato alla Casa Bianca con i vertici del settore oil&gas (tra cui il CEO di Chevron) proprio per discutere le ricadute energetiche. Il messaggio è chiaro: gli Stati Uniti vogliono usare il blocco come leva negoziale senza interrompere del tutto i flussi globali, ma sapendo che i prezzi alti premiano anche i produttori americani. Una forma di realismo energetico che mescola pressione geopolitica e opportunità di mercato.

Le ricadute economiche: non solo bollette più care

Per l’Europa la situazione è particolarmente delicata. La seconda crisi energetica in quattro anni rischia di erodere ulteriormente la competitività industriale. Famiglie e imprese pagheranno di più benzina, diesel e jet fuel, con effetti a cascata su trasporti, logistica e produzione. L’autonomia energetica non è più un’opzione ideologica, ma una necessità di sicurezza nazionale ed economica. Senza di essa, l’UE resta ostaggio di dinamiche geopolitiche lontane, con inflazione importata che frena la domanda interna e gli investimenti privati. Nello stesso tempo eprò questo problema è sempre affrontato in modo ideologico, sempre con la lente “Verde” in mente, senza una reale differenziazione.

Sul fronte iraniano, il razionamento segnala un’economia in sofferenza profonda: inflazione galoppante, disoccupazione in crescita e un regime che deve scegliere tra stabilità sociale e resistenza. Per gli Stati Uniti il blocco è uno strumento efficace, ma non privo di rischi: i prezzi alti al distributore preoccupano già il Congresso repubblicano, e un prolungamento oltre i 60 giorni potrebbe generare «irrequietezza» tra i legislatori. Trump ha convocato i vertici delle società petrolifere per cercare di alleviare i problemi derivanti dal blocco.

Trump mantiene la linea dura sul blocco perché lo considera la leva più potente per costringere l’Iran a un accordo completo sul nucleare. Teheran, senza vie d’uscita immediate, raziona il carburante per sopravvivere. È un duello economico che, nel breve termine, spinge i prezzi del petrolio verso l’alto e complica la vita di consumatori e imprese in tutto il mondo. In questo momento quelli che riescono ad approfittarne sono i paesi che non sono chiusi da Hormuz, come quelli africani e sud americani, ma, comunque, non possono esportare quantità molto superiori nel breve termine. Tutti stanno praticamente perdendo in una guerra che è solo una prova di resistenza.

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