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Trump mette nel mirino la Digital Tax di Londra: minaccia di dazi pesanti. Avviso ai naviganti (e all’Italia)
Trump minaccia pesanti dazi contro il Regno Unito se non abolirà la tassa sui giganti del web. Una mossa che fa tremare anche l’Italia, dove è in vigore una Web Tax al 3%.

Re Carlo III e la Regina Camilla atterrano oggi a Washington per una visita di Stato di quattro giorni. Troveranno ad attenderli i tappeti rossi della diplomazia, ma anche un clima decisamente rovente sul fronte commerciale. Donald Trump, dal suo Studio Ovale, ha infatti lanciato un avvertimento che suona come un vero e proprio ultimatum al governo britannico: o si cancella la tassa sui servizi digitali, o arriveranno dazi pesanti contro il Regno Unito.
Il casus belli è noto, ma le sue ramificazioni geopolitiche ed economiche si espandono ben oltre la Manica, arrivando a lambire direttamente anche l’Italia e l’Europa continentale.
La difesa dei giganti del web
Nel mirino del Presidente americano c’è la Digital Services Tax (DST) britannica, un prelievo del 2% introdotto originariamente nel 2020 e applicato sui ricavi generati nel Regno Unito da motori di ricerca, social media e marketplace. Parliamo, per capirci, dei giganti di Big Tech: da Alphabet (Google) a Meta, fino ad Apple.
Secondo Trump, l’imposta è un tentativo di fare “soldi facili” alle spalle delle aziende americane. “Se non abbandonano la tassa, probabilmente metteremo un grosso dazio sul Regno Unito, quindi faranno meglio a stare attenti”, ha tuonato il Presidente, senza per ora specificare le percentuali della rappresaglia commerciale.
Dal punto di vista economico, la posizione di Londra (ribadita dal governo laburista di Keir Starmer, già bersaglio di recenti critiche trumpiane) è cristallina: la tassa è una misura fiscale di buon senso per recuperare gettito dove il valore viene effettivamente creato. Nel solo anno finanziario 2024-2025, il prelievo ha garantito alle casse pubbliche britanniche circa 800 milioni di sterline (oltre 1 miliardo di dollari). Rinunciarvi significherebbe aprire una falla nel bilancio in un momento in cui lo Stato ha un disperato bisogno di risorse per sostenere la domanda e i servizi pubblici.
Nello stesso tempo Trump ha preso una poszione molto decisa nella difesa delle big del eb, nonostante queste, alla fine, vadano a rifugiarsi in paradisi fiscali come l’Irlanda, lasciando limitati introiti fiscali agli USA. Però pare che l’amministrazione non voglia condividere neppure questi.
Sebbene l’accordo commerciale USA-Regno Unito dello scorso anno avesse lasciato intatta la misura, Trump ha ricordato con la sua consueta e ruvida schiettezza che i termini degli accordi “possono sempre essere cambiati”. La diplomazia del dollaro e dei dazi non fa sconti.
L’ombra dei dazi sull’Europa: il caso italiano
Se Londra piange, Roma non ha motivo di ridere. La crociata di Trump contro la tassazione di Big Tech non è solo una ripicca contro Starmer, ma una precisa dottrina di politica commerciale. E l’Italia si trova esattamente sulla stessa linea di faglia.
Anche il nostro Paese, così come molte altre nazioni europee, applica infatti una propria Digital Tax, persino più incisiva di quella britannica. L’imposta italiana sui servizi digitali si applica con un’aliquota del 3% e colpisce:
- I ricavi derivanti dalla veicolazione di pubblicità mirata su interfacce digitali.
- La messa a disposizione di piattaforme multilaterali che connettono gli utenti (anche per la fornitura di beni o servizi).
- La trasmissione di dati raccolti dagli utenti, generati dall’utilizzo dell’interfaccia.
L’impianto normativo italiano è chirurgico: colpisce le imprese che realizzano un ammontare complessivo di ricavi globali non inferiore a 750 milioni di euro. Insomma, una norma cucita su misura per i titani della Silicon Valley. Inoltre, la territorialità è ferrea: se l’indirizzo IP del dispositivo è localizzato in Italia, il ricavo è imponibile in Italia.
Guerra commerciale o trattativa?
Il punto economico centrale è questo: gli Stati Uniti, campioni del libero mercato a parole, utilizzano lo scudo dei dazi per proteggere le posizioni di rendita monopolistica dei propri giganti tecnologici all’estero. Dall’altra parte, gli Stati sovrani europei cercano, timidamente, di recuperare una base imponibile che sfugge attraverso le maglie dell’elusione fiscale internazionale.
Ci sarà da attendersi una nuova ondata di scontri tariffari globali? È altamente probabile. Se Trump deciderà di colpire il Regno Unito, creerà un precedente che l’Europa e l’Italia non potranno ignorare. La diplomazia economica dei prossimi mesi si giocherà sul filo del rasoio: cedere alle pressioni americane rinunciando al gettito, o mantenere il punto rischiando dazi che colpirebbero aspramente il nostro export manifatturiero (agroalimentare, moda, meccanica)?
Mentre Re Carlo stringe mani a Washington, a Roma l’esecutivo farebbe bene a preparare i piani di contingenza.







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