Seguici su

DifesaIranUSA

Trump, l’Iran e la retromarcia: diplomazia del Golfo o paura dei missili di Teheran?

Trump ferma le bombe sull’Iran. Dietro la facciata diplomatica c’è l’allarme del Pentagono: Teheran ha riattivato i missili e abbattuto caccia USA. Il rischio di un tracollo economico globale è a un passo.

Pubblicato

il

Il presidente americano si trova davanti a un classico dilemma geopolitico: dichiarare vittoria e chiudere la partita, oppure sprofondare in un pantano militare senza fine. Nelle ultime ore, Donald Trump ha regalato al mondo una delle sue tipiche mosse a sorpresa. Prima ha minacciato un attacco su larga scala contro l’Iran, e poi, nello stesso giorno, ha fermato tutto.

La motivazione ufficiale fornita dalla Casa Bianca? Una richiesta diretta dei leader di Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. I paesi del Golfo si sono detti convinti di poter raggiungere un accordo nucleare pacifico e vantaggioso per tutti. Tuttavia, dietro questa rassicurante facciata diplomatica, emerge una realtà operativa ben diversa, portata alla luce dal New York Times.

Il Pentagono tira il freno a mano

Secondo diverse fonti militari americane, non sarebbero state le monarchie arabe a fermare i bombardieri di Washington, ma i generali del Pentagono. L’intelligence militare ha lanciato un allarme molto chiaro ai vertici politici: l’Iran non è in ginocchio. Al contrario, ha sfruttato abilmente l’ultimo mese di cessate il fuoco per riorganizzarsi e, a questo punto, con una diretta conoscenza delle tattiche operative USA.

Durante la tregua, Teheran ha lavorato senza sosta. I comandanti iraniani, con il probabile supporto tecnico di alleati come Russia e Cina, hanno studiato a fondo le rotte e le tattiche di volo dei caccia americani. La recente caduta di un caccia F-15E e i gravi danni subiti da un avanzatissimo F-35 dimostrano che le tattiche americane sono diventate troppo prevedibili.

I siti missilistici dell’Iran, nascosti in profonde caverne di granito e solo parzialmente ostruiti dai bombardamenti iniziali, sono stati liberati dalle macerie e riattivati. Nuovi e numerosi lanciatori mobili sono stati sparsi in tutto il paese. In sintesi, la superiorità aerea totale vantata dagli USA all’inizio dell’operazione sembra non essere così certa come vantato da Trump.

Bisogna dire che, in passato, report simili sono filtrati più volte sui quotidiani per essere spesso smentiti. Del resto è tipico degli americani preparare diversi scenari operativi, alcuni molto negativi, che, casualmente ma non troppo, poi riescono a filtrare sui giornali non amici del presidente. Nello stesso tempo è improbabile che le difese iraniane siano veramente azzerate, altrimenti non ci sarebbe quasi nessun freno a un intervento di terra.

Un E-3 in decollo da una portaerrei USA nel Golfo

Le ricadute economiche: il vero costo del conflitto

La narrazione iniziale di una guerra rapida, da risolvere in poche settimane, si è scontrata con il muro della realtà. Per l’America, i costi stanno diventando insostenibili, sia a livello economico, sia politico. L’economia americana e quella globale non possono sopportare a lungo un’incertezza simile.

Gli USa stanno spendendo molto in questa guerra che ha messo in grave difficoltà gli alleati del Golfo e quelli europei. Ricordiamo che Trump ha contato molto sull’amicizia degli Emirati e dell’Arabia Saudita, che ora sono di fronte a una situazione complessa proprio per questo scontro militare. Gli europei, da cui magari si aspettava qualche forma di aiuto, proprio per la loro dipendenza dal gas naturale del Golfo, si sono dimostrati invece ostili, anch

Inoltre, la guerra non piace agli elettori. I sondaggi mostrano che il 64% dei cittadini ritiene un errore questo conflitto, preoccupato proprio per i costi economici che le famiglie dovranno sostenere. Senza considerare che i prezzi dei carburanti sono volati in alto anche negli USA, nono

Tra inazione e pantano economico

Il portavoce iraniano Ebrahim Rezaei è stato molto diretto: l’America deve scegliere se sottomettersi alla diplomazia o affrontare i missili di Teheran. Potrebbe essere un bluff, ma il Pentagono per ora preferisce non rischiare i propri aerei.

Trump si trova bloccato in un angolo senza uscite facili. Se sceglie la pace, rischia di apparire politicamente debole. Se ordina un nuovo attacco, rischia perdite militari ignote. Forse, il ritardo dell’attacco è davvero un’ammissione di debolezza militare, ma prima o poi dovrà decidere se sinora ha scherzato o se intende arrivare in fondo alle proprie iniziative. Alla fine la scelta è sempre quella: TACO (Trump si tira sempre indietro, Trump Always Chickens Out) o non TACO?

Google News Rimani aggiornato seguendoci su Google News!
SEGUICI
E tu cosa ne pensi?

You must be logged in to post a comment Login

Lascia un commento