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Trump e il Pentagono: La Spagna fuori dalla NATO? Tra ritorsioni belliche, il “conto” del 5% e il nodo Falkland

Trump minaccia l’Europa: l’ipotesi di espulsione della Spagna dalla NATO per forzare la spesa militare al 5% e il ricatto sulle Falkland che fa tremare il Regno Unito.

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Il clima a Washington non è più quello della diplomazia felpata, ma quello di un “Dipartimento della Guerra” – nome che l’amministrazione Trump ha riesumato per il Pentagono – che non fa sconti a nessuno. Una email interna, intercettata da Reuters, ha scosso le cancellerie europee: gli Stati Uniti starebbero valutando seriamente l’espulsione della Spagna dalla NATO. Un evento che segnerebbe il punto di rottura definitivo dell’architettura di sicurezza post-1945.

La “colpa” di Madrid e il bluff giuridico del Pentagono

Il casus belli è la gestione del conflitto in Iran. Pedro Sánchez, nel tentativo di ergersi a leader globale del nuovo movimento pacifista, ha negato agli USA l’uso delle basi strategiche di Morón e Rota e ha chiuso lo spazio aereo spagnolo. Una mossa che a Washington è stata letta come un tradimento operativo durante lo stallo nello Stretto di Hormuz.

Tuttavia, l’espulsione formale di un Paese membro è, in punta di diritto, tecnicamente complessa: il Trattato Nord Atlantico non prevede infatti alcun meccanismo per “cacciare” un alleato. Più che un iter giuridico, la minaccia del Pentagono si profila come una spregiudicata strategia di “estrema pressione”.

L’obiettivo reale è economico e politico:

  • Il target del 5%: Costringere i partner europei ad accettare l’aumento della spesa per la difesa al 5% del PIL, spingendo affinché tale parametro venga integrato nei trattati o diventi oggettivamente vincolante.
  • L’arma dei rapporti bilaterali: Se l’espulsione de jure dalla NATO dovesse rivelarsi impraticabile, Washington ha in canna la rescissione unilaterale e totale dei programmi militari e industriali bilaterali con la Spagna.

Il Regno Unito, l’asse Trump-Milei e il salasso delle Falkland

Non va meglio a Londra. Nonostante il rapporto storico, Keir Starmer è finito nel mirino per non aver partecipato tempestivamente allo sblocco di Hormuz. La ritorsione ipotizzata è di quelle che fanno sudare freddo il Tesoro di Sua Maestà: la revisione del sostegno statunitense alla sovranità britannica sulle Isole Falkland (Malvinas).

Un disimpegno americano nel Sud Atlantico significherebbe costi aggiuntivi astronomici per Londra, che si troverebbe costretta a garantire in proprio, e in totale isolamento, il controllo delle isole. Una scelta economicamente gravosa, resa ancor più pericolosa da un dettaglio geopolitico non da poco: l’Argentina non ha mai rinunciato alla sovranità sull’arcipelago e l’attuale presidente argentino, Javier Milei, vanta una solida sintonia politica con Donald Trump.

Valutazioni economiche e geopolitiche

Da un punto di vista strettamente economico e keynesiano, le ricadute di queste mosse sarebbero asimmetriche e devastanti per i bilanci europei:

  1. Shock industriale iberico: La fine dei programmi bilaterali USA-Spagna taglierebbe fuori Madrid da contratti tecnologici e di difesa vitali, azzerando l’indotto generato dalle basi di Rota e Morón.
  2. Riallocazione inefficace dei costi: Senza l’ombrello NATO e la cooperazione bilaterale, la Spagna dovrebbe paradossalmente spendere di più per la propria sicurezza, ma perdendo le economie di scala dell’Alleanza. Ricordiamo che il confine sud del Paese, quello che guarda ad Algeria e Marocco, non è esattamente calmo, se non altro per i continui flussi migratori.
  3. Il deficit navale britannico: Per difendere le Falkland senza la copertura americana, il Regno Unito dovrebbe distrarre massicci investimenti  verso la Royal Navy e la RAF, sottraendo risorse preziose all’economia civile interna in un momento di già complessa tenuta fiscale, il tutto per difendere isole lontanissime con poche migliaia di abitanti.

Mentre Sánchez liquida la questione dicendo di “non lavorare sulle email”, il portavoce del Pentagono, Kingsley Wilson, avverte che gli alleati devono smettere di essere “tigri di carta”. Il problema è che per diventare vere tigri bisogna spendere di più nella difesa, esattamente quello che vorrebbero gli USA. Nello stesso tempo è chiaro che Trump desidera una posizione NATO molto più allineata alle posizioni USA, ma non è chiaro se questa sia la strada giusta per ottenere questo risultato.

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