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Transizione ideologica, dipendenza inevitabile: l’Europa si consegna alla Cina

Scelte miopi, assenza di responsabilità e dogmi energetici stanno trasformando l’Unione Europea in un sistema sempre più fragile, strutturalmente dipendente e privo di una reale visione strategica di lungo periodo.

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Ancora una volta, Ursula von der Leyen dimostra che la Commissione europea non solo non ha imparato nulla dagli ultimi cinque anni, ma continua ostinatamente a perseverare negli errori più gravi. Non è più miopia politica: è una incapacità strutturale, persistente e ormai evidente di leggere la realtà.

Dopo la pandemia, dopo il disastro energetico seguito al conflitto russo-ucraino, e ora con l’instabilità crescente in Medio Oriente, l’Unione Europea si muove sempre secondo lo stesso schema: in ritardo, senza visione, con strumenti sistematicamente inadeguati. Insegue gli eventi invece di governarli. Non pianifica, non anticipa, non protegge, non corregge.

Le dichiarazioni sull’accelerazione della transizione verde e sull’elettrificazione forzata dell’economia non sono una strategia: sono un dogma ideologico ripetuto meccanicamente. Ed è proprio questo dogma ad aver prodotto uno degli errori più gravi degli ultimi decenni: vincolare la transizione quasi esclusivamente all’elettrico, svuotando nei fatti il principio di neutralità tecnologica e comprimendo ogni alternativa credibile. Questo è il nodo strutturale, non un dettaglio tecnico.

Invece di sostenere un mix di soluzioni – dall’idrogeno ai biocarburanti avanzati, dalle tecnologie ibride fino al nucleare di ultima generazione – Bruxelles ha imposto una traiettoria unica, rigida, ideologica e autoreferenziale. Così facendo ha compresso l’innovazione, distorto gli investimenti, scoraggiato la diversificazione industriale e, soprattutto, ha costruito consapevolmente una nuova dipendenza. Una dipendenza che ha un nome preciso e un indirizzo chiaro: Cina.

Il risultato è evidente. L’Europa ha puntato sull’elettrico senza controllare né le materie prime né le filiere produttive. Litio, rame, cadmio, terre rare, componenti strategici, chip: tutto converge verso Pechino. Non è una fatalità, né una conseguenza inevitabile della globalizzazione. È l’esito diretto di scelte sbagliate, reiterate e mai corrette.

Altro che autonomia strategica: siamo di fronte a una resa industriale progressiva, silenziosa ma estremamente concreta. E il dato più grave è che tutto questo era prevedibile. Non si tratta di errori inevitabili, ma di decisioni prese ignorando segnali evidenti. La pandemia aveva già mostrato la fragilità delle catene globali. La crisi energetica aveva dimostrato il rischio delle dipendenze unilaterali. Le tensioni geopolitiche attuali confermano che la sicurezza degli approvvigionamenti è centrale. Eppure, Bruxelles continua ad agire come se queste lezioni non fossero mai esistite.

A questo punto le alternative sono due: o esistono interessi opachi che sfuggono al controllo democratico, oppure siamo di fronte a una classe dirigente strutturalmente e drammaticamente inadeguata. Figure di basso profilo, prive di visione industriale, incapaci di interpretare le dinamiche globali e stabilmente rifugiate in una burocrazia autoreferenziale e impermeabile alla realtà. Ed è sempre più difficile non propendere per questa seconda ipotesi. Ma il problema è ancora più profondo. È un problema istituzionale e sistemico.

I vertici della Commissione europea non sono eletti direttamente dai cittadini. Non rispondono agli elettori. Non pagano il prezzo delle loro decisioni. Questo genera un classico azzardo morale: chi sbaglia non subisce conseguenze. E in assenza di conseguenze, gli errori non solo si ripetono, ma si consolidano fino a diventare prassi. Nel frattempo, i governi nazionali gestiscono le ricadute. Pagano il costo politico, affrontano cittadini sempre più penalizzati da politiche inefficaci e costose. È una distorsione democratica evidente: chi decide non risponde, chi risponde non decide.

Questo è il vero fallimento dell’Unione Europea. Non solo politiche sbagliate, ma assenza totale di responsabilità, di controllo e persino di autocritica. Un sistema chiuso, autoreferenziale, incapace di correggersi. Continuare così significa accettare il declino. Non per mancanza di risorse, ma per un evidente e crescente deficit di classe dirigente. L’Europa non è vittima degli eventi. È vittima delle proprie scelte.

E soprattutto di chi continua, sistematicamente e senza pagarne il prezzo, a sbagliarle.

Antonio Maria Rinaldi

Antonio Maria Rinaldi è stato direttore generale di SOFID,  capogruppo finanziaria di ENI e presidente di Trevi Holding, oltre che Professore di Finanza aziendale presso l’Università di Pescara e di Politica Economica presso la Link University. Europarlamentare dal 2019 al 2024.

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