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Tirana brucia: dai fenicotteri alle molotov, ecco perché l’Albania è a un passo dal baratro

Dalla battaglia contro il resort di lusso della famiglia Kushner all’assalto incendiario ai ministeri: studenti e famiglie paralizzano l’Albania al grido di dimissioni per Edi Rama.

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Palazzi governativi avvolti dalle fiamme, idranti ad alta pressione, gas lacrimogeni che saturano i viali di Tirana e una rabbia popolare che non si vedeva da decenni. L’Albania sta vivendo ore drammatiche: una mobilitazione di massa, partita come una protesta pacifica, è degenerata in una guerriglia urbana che dalle porte della capitale si è allargata a macchia d’olio a Durazzo, Scutari, Valona, Elbasan e Argirocastro.

Il Paese considerato finora il “miglior allievo” dei Balcani nella marcia verso l’Unione Europea scopre all’improvviso la fragilità del proprio sistema di potere. L’esecutivo guidato dal premier socialista Edi Rama, al quarto mandato consecutivo, si trova oggi stretto d’assedio tra scandali giudiziari e una generazione di giovani decisa a non arretrare.

La scintilla: il resort di Kushner e la “Rivoluzione dei Fenicotteri”

Per capire come si sia arrivati agli incendi nei ministeri bisogna fare un passo indietro di cinque mesi. Tutto è iniziato lo scorso maggio attorno alla laguna protetta di Zvërnec, nei pressi di Valona.

Il governo albanese ha approvato un faraonico piano di sviluppo turistico extralusso dal valore stimato di oltre un miliardo di dollari. Il promotore del progetto è Affinity Partners, fondo d’investimento legato a Jared Kushner, genero dell’ex presidente statunitense Donald Trump. Il programma prevede la trasformazione dell’isola di Sazan e di tratti costieri vergini in un’enclave per miliardari.

Per residenti e ambientalisti, il piano distruggerà l’ecosistema della laguna di Narta, rifugio storico dei fenicotteri rosa. Da qui è nata la cosiddetta “Rivoluzione dei Fenicotteri”: per oltre 130 giorni consecutivi, migliaia di cittadini hanno manifestato ogni sera a Tirana esponendo l’immagine del volatile. Una protesta pacifica, ironica, intergenerazionale, che chiedeva trasparenza, tutela delle terre demaniali e le dimissioni del premier.

La risposta istituzionale è stata l’indifferenza, unita a blitz delle guardie private nei cantieri contro i residenti locali.

Chi protesta contro chi: la frattura generazionale

Chi pensa al solito scontro tra il Partito Socialista al potere e il Partito Democratico dell’ex premier Sali Berisha commette un errore grossolano. La piazza odierna ha superato i vecchi apparati. Lo slogan più scandito nelle strade non lascia spazio a dubbi: “Rama in prigione, Berisha in prigione“.

DimensionePosizione dei manifestantiRisposta del governo
Ambiente e territorioNo alla privatizzazione selvaggia di aree protette (Zvërnec/Sazan)“Investimenti strategici” per attrarre capitali esteri
Costo della vitaTaglio tasse universitarie, libri accessibili e salari dignitosiPromesse di commissioni d’ascolto senza impegni di bilancio
LegalitàAzzeramento vertici per corruzione; governo tecnicoAccuse di “regia occulta straniera” e strumentalizzazione politica

A scendere in prima linea questa settimana sono stati gli studenti universitari e delle scuole superiori. Chiedevano  misure concrete: stop al carovita, aiuti per gli alloggi e libri scolastici accessibili.

Quando martedì il corteo studentesco è stato disperso con violenza inaudita davanti al Ministero dell’Istruzione – lasciando a terra un ragazzo con una gamba fratturata trascinato via tra le urla – la miccia è deflagrata. Nei giorni successivi un piano dello stesso ministero è stato dato alle fiamme e la rabbia è tracimata in tutto il Paese.

Il fallimento del modello estrattivo

La questione di fondo non è solo ambientale, ma squisitamente economica. L’Albania ha basato la propria crescita recente su un modello sbilanciato: turismo d’élite a forte consumo di suolo, appalti concentrati nelle mani di pochi oligarchi e manodopera a basso costo destinata all’emigrazione.

Mentre l’inflazione sui generi di prima necessità comprime il potere d’acquisto delle famiglie, le grandi rendite fondiarie vengono cedute a investitori esteri con esenzioni fiscali di favore. Le inchieste della magistratura speciale (SPAK) hanno svelato falle enormi: un vicepremier è fuggito all’estero per evitare l’arresto, un altro ministro chiave è sotto indagine per manipolazione di gare d’appalto.

Il tessuto produttivo interno resta debole, privo di investimenti strutturali capaci di creare occupazione qualificata. Per i giovani albanesi l’alternativa era tra fuggire all’estero o subire costi universitari occidentali a fronte di prospettive salariali balcaniche. Ora hanno scelto la terza via: la piazza.

Il riflesso del potere: complotti e repressione

Di fronte alle sedi istituzionali assediate, il primo ministro Rama ha escluso categoricamente le dimissioni, dimostrando di aver appreso la migliore lezione della politica italiana. Nel suo discorso alla nazione ha attribuito i disordini prima alla “mano distruttiva” dell’opposizione di Berisha, poi a non meglio precisati “servizi segreti stranieri” (con velati riferimenti alla Serbia) invidiosi dei progressi albanesi verso l’adesione all’Unione Europea.

Siamo di fronte a un classico: quando esplodono contraddizioni materiali insostenibili, il potere evoca nemici esterni per non ammettere che il proprio modello di sviluppo ha impoverito la popolazione. Ma la stabilità fondata sui blindati della polizia ha il respiro corto. Se il governo non riuscirà a diffondere un po’ di ricchezza gli studenti torneranno in piazza.

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