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Terremoto politico in Israele: incarico a Gadi Eisenkot, Netanyahu messo all’angolo ma i numeri alla Knesset sono un rebus

:Svolta storica a Gerusalemme: il presidente Herzog affida all’ex generale Gadi Eisenkot il mandato per formare il nuovo governo. Netanyahu resta in minoranza e invoca l’unità nazionale, ma la tenuta della futura coalizione e dei conti pubblici è appesa a un filo.

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La lunga stagione al potere di Benjamin Netanyahu si scontra con il muro dei numeri parlamentari dopo il voto del 27 ottobre. Il presidente israeliano Isaac Herzog ha annunciato che affiderà a Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore dell’esercito e guida del partito Yashar, il mandato per formare il nuovo esecutivo. Un passaggio che apre una fase ad altissima tensione politica e finanziaria per il Paese, sospeso tra la nascita di una fragile coalizione e lo spettro di un ritorno anticipato alle urne.

Perché l’incarico va a Eisenkot (nonostante il primato del Likud)

A un osservatore esterno potrebbe sembrare un paradosso: il Likud di Netanyahu è risultato il primo partito con 27 seggi su 120, mentre la formazione centrista Yashar di Eisenkot si è fermata a 21.

Gadi Eisenkot

Come spesso in Europa, nella democrazia parlamentare israeliana non governa chi arriva primo, ma chi riesce a raccogliere almeno 61 raccomandazioni alla Knesset. Nelle consultazioni al palazzo presidenziale, il blocco di destra fedele al premier uscente (Likud, Otzma Yehudit di Ben-Gvir, Sionismo Religioso e gli ultra-ortodossi di Shas) si è arenato a quota 46 seggi.

Eisenkot ha invece incassato il sostegno del fronte d’opposizione — che include Beyachad (12 seggi), I Democratici di Yair Golan (8) e Yisrael Beytenu di Avigdor Liberman (7) — a cui si sono aggiunte le indicazioni esterne dei partiti arabi Ra’am (8) e Lista Comune (11), mentre gli ultra-ortodossi aschenaziti di Ebraismo della Torah Unito (UTJ, 7 seggi) hanno scelto di astenersi, scaricando di fatto Netanyahu sul tema della legge sulla leva militare.

Schieramento / PartitoSeggi alla KnessetPosizione nelle consultazioni
Blocco Opposizione (Yashar, Beyachad, Democratici, Liberman)48Mandato a Eisenkot
Blocco Destra-Netanyahu (Likud, Ben-Gvir, Smotrich, Shas)46Mandato a Netanyahu
Partiti Arabi (Lista Comune, Ra’am)19Sostegno esterno a Eisenkot
Ultra-ortodossi UTJ (Ebraismo della Torah Unito)7Astenuti

Come sarà la maggioranza: un incastro al limite dell’impossibile

Ottenere il mandato presidenziale è solo la parte semplice del lavoro; trasformarlo in una maggioranza di governo stabile entro i 28 giorni previsti dalla Legge fondamentale (prorogabili di altri 14) è tutta un’altra storia.

Il blocco di Eisenkot conta su una base effettiva di 48 deputati. Anche se i partiti arabi hanno raccomandato l’ex generale a Herzog per scalzare Netanyahu, la raccomandazione non equivale a un ingresso in maggioranza, osteggiato peraltro dalla destra laica di Liberman.

Per arrivare alla soglia di sicurezza di 61 voti senza dipendere dai deputati arabi, Eisenkot sta tentando una manovra spregiudicata: corteggiare i partiti ultra-ortodossi (Haredi). Proprio Liberman, storico avversario delle esenzioni militari per gli studenti delle scuole rabbiniche, ha improvvisamente tolto il veto a un’alleanza con i religiosi, aprendo a un compromesso sulla leva.

La strada resta però in salita: mentre UTJ valuta le offerte sul tavolo, il partito sefardita Shas guidato da Arye Deri ha bollato come “totali fake news” le indiscrezioni su un suo ingresso nel governo Eisenkot, ribadendo la propria fedeltà al blocco di destra.

Le mosse del Likud e i rischi per il bilancio dello Stato

Messo alle corde, il Likud gioca su due tavoli. Da un lato, Netanyahu ha lanciato un appello dell’ultima ora per un “governo di unità nazionale”, mettendo in guardia l’elettorato contro il rischio di coalizioni sostenute da forze islamiste (mossa che ha scatenato la dura replica del deputato arabo Ahmad Tibi). Dall’altro, l’opposizione teme manovre ostruzionistiche in aula per bloccare la sostituzione del presidente della Knesset.

La scadenza fissata dalla legge prevede tre passaggi obbligati:

  • Primo tentativo: 28 giorni a disposizione di Eisenkot, più eventuale proroga di 14 giorni concessa da Herzog.
  • Secondo tentativo: In caso di fallimento, il presidente può affidare un nuovo incarico di 28 giorni non prorogabili a un secondo candidato.
  • Ultima istanza: Se nessuno riesce nell’impresa, si apre una finestra di 21 giorni in cui 61 deputati possono convergere su un nome terzo, altrimenti la Knesset viene sciolta e si torna a votare.

Dal punto di vista economico, questa paralisi ha un prezzo salato. Israele deve gestire un fabbisogno miliardario per il rinnovo degli armamenti e il sostegno alla domanda interna dopo anni di conflitto, mentre i mercati obbligazionari e le agenzie di rating osservano con freddezza il deficit pubblico.

Un governo fondato sul corteggiamento dei partiti ultra-ortodossi costringerebbe Eisenkot a cedere sul fronte dei sussidi statali alle scuole religiose, spostando risorse dagli investimenti infrastrutturali e dalla difesa alla spesa corrente. Se invece i negoziati dovessero fallire portando il Paese a nuove elezioni in pieno esercizio provvisorio, lo stallo sul bilancio 2027 farebbe salire i rendimenti dei titoli di Stato in shekel, rallentando gli investimenti nel settore tecnologico, vero motore fiscale di Tel Aviv.

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