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Tempesta perfetta a Downing Street: l’ammutinamento contro Starmer, mezzo partito e molti ministri vogliono le dimissioni
Oltre 70 deputati e ministri chiedono le dimissioni di Keir Starmer. Il governo laburista britannico è nel caos: tra ammutinamenti e scandali, ecco quali sono i gravissimi rischi per l’economia e la sterlina se il Premier si rifiuta di lasciare Downing Street

Il governo laburista britannico è in caduta libera. Non si tratta più di semplici malumori di corridoio, ma di un vero e proprio ammutinamento istituzionale. Sir Keir Starmer, l’uomo che doveva riportare stabilità a Londra dopo gli anni caotici dei Conservatori, si trova ora accerchiato dai suoi stessi fedelissimi. Oltre 70 deputati laburisti, un quarto dei backbenchers, e almeno tre ministri di primo piano – tra cui la titolare degli Interni Shabana Mahmood – hanno formalmente suggerito al Primo Ministro di preparare le valigie e delineare un chiaro cronoprogramma per le sue dimissioni. Un suggerimento che suona come un secco invito.
Il tentativo di Starmer di “resettare” la sua leadership con un discorso alla nazione si è rivelato un disastro tattico, trasformandosi in un boomerang politico che ha accelerato la rivolta.
EXCLUSIVE:
Sir Keir Starmer has been told by Shabana Mahmood and other senior Cabinet ministers to consider setting out a timeline for his depature from Number 10
The Times has been told that Mahmood, the home secretary, is one of at least three cabinet ministers to suggest…
— Steven Swinford (@Steven_Swinford) May 11, 2026
I numeri della crisi
La situazione a Westminster è drammatica e i numeri parlano chiaro:
Oltre 77 deputati hanno pubblicamente chiesto un passo indietro.
Quattro assistenti ministeriali (PPS) si sono dimessi, un segnale inequivocabile che la sfiducia ha intaccato l’esecutivo dall’interno.
Soglia critica: Starmer si sta pericolosamente avvicinando a quota 81 deputati, il numero necessario per innescare formalmente una sfida per la leadership del partito, farlo dimettere e azzerare in modo forzato la situazione.
Le motivazioni della fronda interna sono variegate. Si va dai risultati disastrosi alle elezioni locali, fino allo sdegno per lo scandalo legato a Peter Mandelson, la cui nomina è stata definita da molti colleghi, come il deputato Alex McIntyre, una scelta che dimostra una totale “mancanza di polso” sulle questioni domestiche.
Le ricadute economiche: il paradosso dell’inazione
Da un punto di vista macroeconomico, l’agonia politica di Downing Street rappresenta il peggior scenario possibile per il Regno Unito. Il Paese necessita disperatamente di politiche industriali chiare e di un massiccio intervento statale – in pura ottica keynesiana – per rimettere in moto un’economia stagnante, gravata da infrastrutture obsolescenti e da una produttività al palo. Bisogna dire che l’ultima fase del governo Starmer è stata contrassegnata dall’immobilismo, combattuto fra un programma “Green” e la realtà economica della crisi energetica.
Un esecutivo paralizzato dalle faide interne è un esecutivo che non spende, non investe e, soprattutto, non rassicura: infatti i rendimenti dei titoli di stato britannici si sono impennati seguendo la grande incertezza della crisi.
L’ostinazione del “Capitano”
In una situazione normale, con il partito in rivolta e il gabinetto ministeriale che prepara il foglio di via, un Primo Ministro rassegnerebbe le dimissioni per evitare lo sfacelo istituzionale, peggiorata dal fatto che queste non sarebbero immediate, ma seguite da mesi di trattative, fino a settembre, per la nomina del successore. Politicamente un disastro.
Però la politica britannica ci ha insegnato che le regole non scritte spesso vengono ignorate. Starmer è noto per la sua caparbietà, un leader “zuccone” che potrebbe decidere di arroccarsi al Numero 10, sfidando i ribelli a sfiduciarlo apertamente o minacciando il ritorno anticipato alle urne.
Tuttavia, come ha sottolineato la deputata Mary Kelly Foy, “il partito è sul letto di morte” e le semplici scuse non bastano più. Il Regno Unito ha bisogno di stabilità, ma l’ostinazione di un solo uomo rischia di trascinare il Paese in un pantano politico ed economico da cui sarà difficile uscire senza pesanti contraccolpi sul PIL reale.








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