Conti pubbliciEconomiaEuropaOpinioni
Tassi più alti, crescita più debole: perché la critica alla BCE di Confindustria va ascoltata
La BCE alza ancora i tassi colpendo l’economia reale. Confindustria lancia l’allarme: un errore che ricorda il disastro del 2011 e rischia di stritolare le imprese italiane.

La decisione della Banca Centrale Europea di aumentare ancora una volta i tassi di interesse ripropone una domanda che dovrebbe essere al centro del dibattito economico europeo: ha senso utilizzare sempre lo stesso strumento quando le cause dell’inflazione sono profondamente diverse?
La presa di posizione del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, merita attenzione perché rappresenta una delle rare occasioni in cui il mondo produttivo italiano esprime apertamente le proprie perplessità nei confronti delle scelte della BCE. Non si tratta di una rivendicazione corporativa né di una disputa accademica. Si tratta piuttosto del richiamo alla realtà da parte di chi osserva quotidianamente gli effetti delle decisioni monetarie sugli investimenti, sulla produzione, sull’occupazione e sulla competitività delle imprese.
L’attuale aumento dei prezzi è infatti riconducibile soprattutto a fattori esterni: rincari energetici, tensioni geopolitiche, incertezza sulle forniture e aumento dei costi delle materie prime. Secondo le stesse analisi delle istituzioni europee, la componente energetica continua a esercitare un ruolo determinante nell’evoluzione del quadro inflazionistico. In uno scenario di questo tipo, il problema non nasce da un eccesso di consumi o da una crescita troppo sostenuta del credito, ma dall’aumento dei costi che imprese e famiglie sono costrette a subire dall’esterno.
Per questo motivo il nuovo rialzo dei tassi suscita più di una perplessità. L’aumento del costo del denaro non incrementa la disponibilità di energia, non riduce il prezzo del petrolio e non elimina le tensioni internazionali che stanno alimentando l’incertezza sui mercati. Può però rallentare investimenti, consumi e attività produttiva, con il rischio di aggravare una situazione già complessa.
Ciò che sorprende è che la BCE sembri non aver tratto insegnamento dagli errori del passato. Il precedente più noto resta quello di Jean-Claude Trichet che, nel 2011, in piena crisi del debito sovrano europeo, decise per ben due volte di aumentare i tassi di interesse. Quelle decisioni contribuirono ad accrescere le tensioni finanziarie in un momento di estrema fragilità per l’Eurozona e sono ancora oggi ricordate come uno degli errori più significativi della storia recente della politica monetaria europea.
Per questo è difficile non richiamare il celebre monito latino: errare humanum est, perseverare autem diabolicum.
Il punto centrale, tuttavia, non riguarda i singoli governatori. Il problema appare più profondo e affonda le sue radici nell’impianto stesso dell’Unione Monetaria Europea. A differenza della Federal Reserve statunitense, il cui mandato considera sia la stabilità dei prezzi sia il sostegno all’occupazione e alla crescita, la BCE continua a operare all’interno di una struttura che attribuisce alla lotta contro l’inflazione una priorità pressoché assoluta.
Questa impostazione può apparire coerente quando l’inflazione è alimentata da un eccesso di domanda interna. Diventa invece molto più discutibile quando gli aumenti dei prezzi derivano da shock energetici, tensioni geopolitiche o fattori esterni che sfuggono al controllo delle famiglie e delle imprese europee.
L’Europa continua a interpretare l’inflazione come il principale rischio economico sistemico anche quando le vere emergenze riguardano la perdita di competitività industriale, il costo dell’energia, la dipendenza strategica dall’estero e il rallentamento degli investimenti produttivi. In questo contesto, la stabilità dei prezzi viene spesso perseguita senza un adeguato bilanciamento con le esigenze della crescita, con il rischio di indebolire ulteriormente la base industriale del continente.
Le conseguenze risultano particolarmente rilevanti per l’Italia. Confindustria sa bene che il sistema produttivo nazionale resta fortemente bancocentrico. Le piccole e medie imprese, che rappresentano oltre il 90% del tessuto imprenditoriale italiano e costituiscono la spina dorsale dell’economia nazionale, continuano a dipendere in misura prevalente dal credito bancario per finanziare investimenti e attività operative.
Secondo le statistiche della BCE e della Banca d’Italia, il ricorso al credito bancario da parte delle imprese italiane rimane significativamente superiore rispetto a quello osservabile in sistemi economici caratterizzati da mercati dei capitali più sviluppati. Ciò significa che ogni irrigidimento della politica monetaria tende a trasmettersi con particolare intensità al sistema produttivo nazionale.
In altri Paesi europei il ricorso a emissioni obbligazionarie, mercati azionari e altre forme di finanziamento diretto offre alle imprese maggiori possibilità di diversificazione. In Italia, invece, il canale bancario continua a rappresentare la fonte prevalente di finanziamento, rendendo l’economia più sensibile alle decisioni della BCE.
Proprio per questo assume particolare rilievo la posizione espressa da Confindustria. Non perché rappresenti un interesse di parte, ma perché richiama l’attenzione su un aspetto che spesso sfugge al dibattito europeo: dietro ogni decisione sui tassi non vi sono soltanto variabili statistiche, ma imprese che investono, lavoratori che producono ricchezza e famiglie che programmano il proprio futuro.
In questo senso non può essere liquidata come una semplice provocazione l’osservazione di Orsini secondo cui sarebbe stato più comprensibile attendersi una riduzione dei tassi. Se imprese e famiglie stanno già pagando il prezzo di un’inflazione importata attraverso bollette più elevate e maggiori costi di produzione, sarebbe stato ragionevole interrogarsi sull’opportunità di una politica monetaria capace almeno di attenuare tali effetti, anziché amplificarli attraverso un ulteriore irrigidimento delle condizioni finanziarie.
Anche le famiglie potrebbero risentirne progressivamente di questo orientamento. Pur non esistendo una trasmissione automatica e immediata tra i tassi ufficiali della BCE e quelli applicati ai mutui, una politica monetaria più restrittiva tende inevitabilmente a riflettersi nel tempo sulle condizioni di finanziamento offerte dal sistema bancario, con effetti che possono manifestarsi sui nuovi mutui, sulle rinegoziazioni e più in generale sul costo del credito.
La vera questione è dunque se abbia ancora senso affrontare fenomeni economici profondamente diversi con strumenti concepiti per realtà completamente differenti. Il mondo di oggi non è quello degli anni Settanta. Le sfide principali non sono soltanto l’inflazione, ma anche la competitività industriale, la sicurezza energetica, la capacità di innovare e la crescita della produttività.
Il vero rischio non è soltanto che la BCE stia commettendo un errore di valutazione. Il rischio è che l’Europa continui a utilizzare strumenti concepiti per i problemi del passato mentre il resto del mondo affronta le sfide del presente. E quando una politica economica continua a produrre effetti indesiderati senza mettere in discussione i propri presupposti teorici, il problema non è più la singola decisione. È il modello che continua a generarla.
Antonio Maria Rinaldi







You must be logged in to post a comment Login