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Mercosur, Futuro Nazionale aveva avvertito il Governo: grossi rischi per l’agricoltura
L’accordo UE-Mercosur apre ai prodotti sudamericani: l’industria tedesca guadagna, ma l’agricoltura italiana rischia la crisi tra costi stellari e concorrenza sleale.

Quando Futuro Nazionale aveva sollevato il problema dell’accordo UE-Mercosur, la questione non era opporsi per principio al commercio internazionale, ma comprendere come sarebbero stati distribuiti costi e benefici fra economie e settori produttivi profondamente diversi. Oggi il problema è concreto: dal 1° maggio 2026 l’accordo commerciale interinale UE-Mercosur è applicato in via provvisoria, mentre l’accordo di partenariato complessivo segue ancora il proprio iter istituzionale.
I vantaggi sono rilevanti per la manifattura europea, soprattutto per i sistemi maggiormente orientati all’export, a cominciare da quello tedesco. La contropartita è una maggiore apertura del mercato europeo alle produzioni agricole provenienti dai Paesi del Mercosur. Ed è proprio qui che si concentra uno dei punti più delicati dell’intero accordo.
Non si tratta soltanto di carne bovina o pollame. L’impatto potenziale riguarda un insieme molto più ampio di produzioni agricole e agroalimentari: carni bovine, pollame, carni suine, zucchero, etanolo, riso, miele e altri prodotti che possono entrare in concorrenza, diretta o indiretta, con produzioni europee. La questione decisiva, pertanto, non è limitarsi a calcolare quale percentuale della produzione europea rappresentino i singoli contingenti concessi. Il vero problema è capire a quali condizioni economiche quei prodotti possono essere realizzati e immessi sul mercato europeo e quale effetto possa produrre questa concorrenza sui prezzi e sui margini di settori agricoli già sottoposti a fortissime pressioni.
Gli agricoltori e gli allevatori europei devono infatti rispettare un sistema di norme ambientali, sanitarie, fitosanitarie, di tracciabilità e di benessere animale fra i più stringenti al mondo. Sono prescrizioni che possono essere condivisibili nelle loro finalità, ma che hanno un costo e incidono inevitabilmente sulla competitività delle imprese. A questo si aggiunge il differenziale del costo del lavoro e, più in generale, delle condizioni di produzione rispetto a numerose realtà sudamericane.
È questo il nodo che non può essere aggirato sostenendo semplicemente che i prodotti importati dovranno rispettare le norme europee di sicurezza alimentare. Un conto è verificare la conformità del prodotto che arriva alla frontiera, altro conto è pretendere che quel prodotto sia stato realizzato lungo tutta la filiera secondo condizioni equivalenti a quelle imposte ai produttori europei. Sicurezza del prodotto ed equivalenza delle condizioni di produzione non sono la stessa cosa.
Ed è proprio questa asimmetria a poter determinare differenziali di costo e di prezzo estremamente rilevanti. Se a un produttore europeo vengono imposti determinati standard ambientali, sanitari, sociali e di benessere animale, mentre un concorrente può produrre sostenendo costi inferiori e sottostando a obblighi non perfettamente equivalenti, la concorrenza rischia di essere squilibrata alla radice. In queste condizioni non siamo più di fronte soltanto alla normale competizione generata dall’apertura commerciale: per alcune filiere europee il rischio è una compressione dei margini tale da compromettere progressivamente la sostenibilità economica delle aziende e mettere fuori mercato le imprese più vulnerabili.
Il punto politico è esattamente quello che Futuro Nazionale aveva indicato: non esiste un generico “interesse europeo” capace di cancellare le profonde differenze fra le strutture produttive nazionali. L’apertura dei mercati sudamericani offre nuove opportunità ad automotive, meccanica, farmaceutica e altri comparti industriali, mentre contemporaneamente una parte dell’agricoltura e dell’allevamento europei viene esposta a una pressione competitiva aggiuntiva. La Germania ha tutto il diritto di difendere il proprio modello manifatturiero ed esportatore. Molto più discutibile è che quell’interesse venga automaticamente assunto come interesse dell’intera Unione e che altri settori produttivi debbano sopportarne una parte del prezzo.
Né può essere sufficiente richiamare l’esistenza delle cosiddette clausole di salvaguardia. Questi meccanismi possono certamente consentire un intervento in presenza di perturbazioni del mercato, ma proprio per loro natura agiscono quando il problema si è già manifestato o quando esistono elementi sufficienti per dimostrarne l’esistenza. Non eliminano preventivamente l’asimmetria competitiva e soprattutto non garantiscono che l’intervento sia abbastanza rapido ed efficace da impedire danni economici alle imprese coinvolte.
Per un’azienda agricola, infatti, perdere quote di mercato, subire per un periodo prolungato una compressione dei prezzi o vedere ridotti drasticamente i propri margini non rappresenta un fenomeno astratto da correggere successivamente con una procedura amministrativa. Può significare indebitamento, cessazione dell’attività e abbandono della produzione. Una salvaguardia che interviene dopo che una parte del tessuto produttivo è stata compromessa rischia quindi di essere una protezione soltanto sulla carta.
Per questo le garanzie previste non possono essere considerate, da sole, sufficienti ad assicurare la tenuta dei comparti agricoli maggiormente esposti. Il problema riguarda l’agricoltura europea nel suo complesso, ma assume una rilevanza particolare per Paesi come Italia e Francia, nei quali il settore agricolo e agroalimentare non rappresenta soltanto una componente economica: significa occupazione, presidio del territorio, qualità delle produzioni, sicurezza alimentare e tutela di filiere costruite nel corso di decenni.
Resta poi una questione tutta italiana. Nel dicembre 2025 Italia e Francia avevano contribuito a rinviare la firma dell’accordo, chiedendo maggiori garanzie per gli agricoltori. Nel gennaio successivo, dopo ulteriori concessioni e rassicurazioni europee, Roma ha cambiato posizione e sostenuto il via libera, mentre Parigi ha mantenuto la propria opposizione. È certamente legittimo modificare una valutazione quando mutano le condizioni negoziali; è però altrettanto legittimo domandarsi se quanto ottenuto abbia realmente cambiato la natura dell’accordo oppure abbia soltanto attenuato alcuni dei rischi che ne avevano inizialmente motivato le riserve.
Futuro Nazionale aveva posto la questione prima che l’accordo diventasse operativo: commercio sì, ma fondato su una reciprocità effettiva. Non è accettabile imporre alle imprese agricole europee costi, obblighi e standard sempre più stringenti e contemporaneamente aprire il mercato a produzioni realizzate in condizioni che non siano sostanzialmente equivalenti. La reciprocità non è protezionismo: è il presupposto affinché la concorrenza possa definirsi leale.
Ed è soprattutto necessario evitare che l’agricoltura diventi la variabile di compensazione utilizzata per conquistare nuovi mercati all’industria europea. Se i benefici dell’accordo tendono a concentrarsi nei Paesi e nei settori nei quali la capacità industriale ed esportatrice è maggiore, mentre una parte rilevante dei rischi viene trasferita sui comparti agricoli maggiormente esposti, chiamare tutto questo semplicemente “interesse europeo” non è sufficiente.
Tanto meno per l’Italia, che dopo aver manifestato le proprie riserve ha infine scelto di dire sì. Saranno i dati dei prossimi mesi e dei prossimi anni a stabilire quale sarà l’impatto effettivo dell’accordo. Ma proprio per questo il Governo dovrà spiegare con chiarezza quali strumenti intenda utilizzare se la pressione competitiva dovesse mettere in difficoltà le nostre filiere agricole. Perché quando un’azienda chiude e una produzione scompare, intervenire dopo può essere troppo tardi.
Antonio Maria Rinaldi







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