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Il collo di bottiglia di Hormuz schiaccia Baghdad: dimezzate le esportazioni di petrolio iracheno. L’economia rischia il collasso
La chiusura dello Stretto di Hormuz fa crollare le esportazioni irachene di greggio da 3,4 a 1,5 milioni di barili al giorno. Baghdad tenta la corsa alle rotte alternative, ma il bilancio statale è a rischio.

L’Iraq si trova improvvisamente di fronte a una paralisi energetica ed economica senza precedenti. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha bloccato la principale arteria da cui scorre la linfa vitale del Paese: le esportazioni di greggio.
I volumi spediti sul mercato globale sono letteralmente crollati. Si è passati da circa 3,4 milioni di barili al giorno ad appena 1,5-1,7 milioni. Un dimezzamento drammatico che prosciuga le casse dello Stato in tempi record.
Il ministro de Petrolio di Baghdad, Basim Mohammed Khudair, ha confermato la gravità della situazione durante una conferenza stampa. La produzione nazionale è stata ridotta d’urgenza a circa 2,7 milioni di barili al giorno.
I serbatoi di stoccaggio si stanno riempiendo rapidamente. Allo stesso tempo, le petroliere non riescono più a varcare il braccio di mare bloccato dalla crisi geopolitica. Il petrolio iracheno resta sottoterra.
Geografia crudele: perché Baghdad soffre più degli altri
L’Iraq è forse la vittima più vulnerabile di questo blocco navale. A differenza di altri Paesi del Golfo Persico, che dispongono di condotti verso il Mar Rosso o l’Oceano Indiano, la geografia irachena è una vera trappola.
Escludendo il limitato oleodotto di Kirkuk verso la Turchia e qualche rischioso trasporto via camion attraverso la Siria, l’Iraq dipende quasi totalmente dai terminal del Sud, attorno a Bassora.
Senza l’accesso libero allo Stretto di Hormuz, l’oro nero iracheno semplicemente non ha dove andare.
I numeri dello shock petrolifero
Per capire la dimensione del danno economico, basta confrontare i dati operativi forniti dal ministero:
| Indicatore Petrolifero | Prima della crisi | Situazione attuale | Variazione |
| Esportazioni giornaliere | ~3,4 milioni di barili | 1,5 – 1,7 milioni di barili | -50% / -55% |
| Produzione totale | ~4,2 milioni di barili | ~2,7 milioni di barili | -35% |
| Forniture mercato interno | Garantite | Garantite | Invariata |
Questo crollo delle vendite estere provoca un buco finanziario immediato. L’Iraq utilizza i proventi del petrolio per finanziare oltre l’80% della spesa pubblica, compresi gli stipendi statali e i sussidi alla popolazione. Adesso si fa del debito in attesa di riprendere ad esportare il petrolio
I rimedi tardivi: la corsa alle rotte alternative
Di fronte all’emergenza, il governo di Baghdad ha annunciato di voler accelerare la diversificazione dei condotti di esportazione.
Tra i progetti rispolverati dal ministro Khudair figurano:
- L’oleodotto Bassora-Aqaba: una condotta diretta verso il porto giordano sul Mar Rosso, da anni ferma sulla carta.
- L’infrastruttura Bassora-Fishkhabur: un progetto strategico da realizzare tramite modello BOT (Build-Operate-Transfer) verso il confine turco

Oleodott iracheni in realizzazione
Si tratta di soluzioni sulla carta eccellenti, ma che richiedono anni. Un oleodotto non si pianifica e si costruisce durante una crisi già in corso. Nel breve periodo, Baghdad non ha vere opzioni tattiche, se non l’esistente oleodotto Kirkuk Ceyhan e i trasporti, via terra e costosi, attraverso la Siria.
Il mercato interno e il nodo del gas
In questo scenario critico, il ministero assicura di essere riuscito almeno a proteggere i consumi interni. La raffinazione locale per ora regge e garantisce benzina e carburanti alla popolazione.
Sul fronte del gas, l’Iraq tenta di proseguire il piano per azzerare il flaring (la combustione del gas associato, che può essere recuperato) e sviluppare giacimenti propri. Sono stati assegnati 14 contratti a compagnie internazionali per valorizzare queste risorse. Tuttavia, senza i soldi del petrolio, anche i futuri investimenti esteri rischiano una forte frenata.
Se lo Stretto di Hormuz resterà chiuso a lungo, l’Iraq dovrà tagliare ancora la produzione, accumulando perdite di bilancio devastanti e un’instabilità sociale difficilmente gestibile. Bisognerà vedere sino a quale punto il governo riuscirà a mantenere la stabilità interna in queste condizioni.








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