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Tassi BCE al 2,5%: con il petrolio vicino ai 100 dollari, Francoforte rischia di strangolare la fragile ripresa europea?

La BCE alza i tassi al 2,5% mentre il petrolio corre verso i 100 dollari: una mossa che rischia di bloccare mutui, prestiti e investimenti in un’Europa già ferma.

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L’Europa economica cammina su un filo sottilissimo, schiacciata tra i venti di guerra in Medio Oriente e il pugno di ferro monetario. Con il barile di greggio che punta dritto ai 100 dollari per le tensioni attorno all’Iran, la Banca Centrale Europea torna a colpire. Questo giovedì il costo del denaro salirà ancora, portando il tasso sui depositi al 2,5%.

È una mossa annunciata, ma carica di rischi per un continente già esausto, che rischia di vedere soffocata sul nascere ogni timida speranza di ripresa produttiva.

La riunione di questo giovedì, ospitata a Berlino, sancisce la fine della tregua estiva decisa a luglio. A Francoforte hanno deciso di rimettere mano alle forbici all’insù dopo i dati di agosto: l’inflazione nell’Eurozona è balzata al 3,3% su base annua, toccando il livello più alto da settembre 2013.

Inflazione area euro

Allo stesso tempo, il Prodotto Interno Lordo europeo ha segnato un asfittico +0,3% su base trimestrale nel secondo trimestre. Una crescita modesta (che sale allo 0,6% solo grazie ai trucchi contabili delle multinazionali in Irlanda), ma che per i vertici della banca centrale è sufficiente per giustificare una nuova stretta. Del resto i dipendenti della Banca Centrale non rischiano, per ora di perdere il lavoro a causa della crisi. Si parte dal 2,4% attuale:

Tassi d’interesse applicati dalla BCE – Tradingeconomics

L’illusione di una presunta resistenza dell’economia reale serve da copertura per difendere la reputazione dell’istituto. Peccato che, dietro le formule rassicuranti, la Germania – prima manifattura del continente – mostri già crepe allarmanti.

I numeri sul tavolo mostrano chiaramente le contraddizioni di questa fase:

IndicatoreValore recenteImpatto economico reale
Tasso sui depositi BCE2,50% (atteso)Massimo di ciclo: restringe l’offerta di credito
Inflazione complessiva (IPC)3,3% (agosto)Picco dal 2013, guidata da rincari energetici esteri
Inflazione di fondo (Core)2,5% circaIn calo: esclude spirali salari-prezzi interne
Petrolio BrentVerso 100 $/barileRincaro importato dovuto alla crisi iraniana
Crescita PIL Eurozona+0,3% t/t (Q2)Stagnazione diffusa, con l’industria tedesca al palo

Nel mondo finanziario nessuno dubita del rialzo di oggi, ma la spaccatura su cosa accadrà in autunno è profondissima. Da un lato c’è chi avverte che il livello del 2,5% rappresenta una linea invalicabile.

Konstantin Veit, gestore di portafoglio presso Pimco, spiega:

Oltre settembre, prevediamo una pausa prolungata, sebbene l’emergere di qualsiasi rischio per le aspettative di inflazione potrebbe indurre la BCE a continuare ad aumentare i tassi”.

Veit individua un limite preciso:

“Qualsiasi ulteriore aumento porterebbe il tasso sui depositi al di sopra del limite superiore delle stime della BCE per il tasso neutrale e richiederebbe probabilmente un nuovo shock energetico, prove di effetti di secondo ordine sui salari o un disancoraggio delle aspettative di inflazione, nessuno dei quali attualmente emerge dai dati”.

Sulla stessa linea si posiziona Roman Ziruk, responsabile della strategia valutaria di Ebury, per il quale insistere con i rialzi sarebbe un errore pericoloso:

“Settembre potrebbe essere l’ultimo rialzo dei tassi di questo ciclo. I mercati stanno prezzando un altro aumento a dicembre e un altro ancora a marzo, ma riteniamo che queste aspettative siano troppo aggressive”.

Ziruk mette in luce come l’inflazione di fondo si stia moderando e i salari non stiano creando pressioni. Spingere i tassi oltre significherebbe entrare in pieno territorio restrittivo, mettendo sotto pressione i titoli di Stato e frenando la crescita.

Dalla sponda opposta, i colossi di Wall Street continuano a premere per il rigore a oltranza. Gli analisti di JP Morgan vedono spazio fino a quattro rialzi complessivi:

“Per la BCE, la combinazione di una crescita resiliente, un’inflazione significativamente superiore all’obiettivo e una crisi energetica più persistente rafforza le argomentazioni a favore di ulteriori rialzi dei tassi di interesse. Ci aspettiamo un terzo rialzo a dicembre e un quarto a marzo non può essere escluso”.

Ma cosa significa tutto questo per l’economia quotidiana? La realtà taciuta dalle teorie monetariste è che, per un’Europa priva di slancio, un tasso al 2,5% è già una mazzata.

Le ricadute pratiche sono pesanti:

  • Mutui per le famiglie: il costo dei finanziamenti per l’abitazione resta elevato, paralizzando il mercato immobiliare e sottraendo reddito disponibile ai consumi.
  • Prestiti alle imprese: le aziende, già strozzate dalle bollette energetiche, pagano interessi bancari insostenibili per rinnovare macchinari o finanziare le scorte.
  • Debiti sovrani e conti pubblici: i governi dell’area euro dovranno versare miliardi aggiuntivi per pagare gli interessi sui titoli di Stato, tagliando risorse a sanità, manutenzione e investimenti.

C’è un paradosso evidente nel voler curare un rincaro energetico esterno con la leva del credito. Alzare i tassi a Francoforte non farà scendere il prezzo del greggio in Medio Oriente, né ridurrà il costo del trasporto marittimo.

L’unico esito certo di questa ricetta è punire la domanda interna e penalizzare il lavoro, mentre le altre aree del globo continuano a sostenere la propria produzione.

Durante la conferenza stampa, Christine Lagarde cercherà come sempre di ripararsi dietro la consueta formula della “dipendenza dai dati”, nel tentativo di non irritare i falchi del Nord. Ma la corda è tesa: continuare a tirare il freno a mano su un motore già quasi spento rischia di mandare l’Eurozona in testacoda e aggiunge altre nubi alla prospettiva di sopravvivenza della UE e dell’Euro. In questa situazione l’unica vera possibile prospettiva sarebbe il ritorno al “Whatever it takes” di Draghi.

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