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Economia

Superbonus, la sentenza europea: il fallimento del “tutto gratis” che Conte continua a difendere

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Alla fine è arrivata anche la bocciatura della Corte dei conti europea. Non una polemica di parte, non un regolamento di conti politico, ma il giudizio dei magistrati contabili dell’Unione: il Superbonus è stato un gigantesco esperimento di spesa pubblica fuori controllo, costruito sull’illusione del “tutto gratis” e scaricato sulle generazioni future.

Il dato è pesantissimo. Secondo la Corte dei conti europea, il Superbonus italiano assorbe da solo quasi un terzo dei fondi RRF destinati all’efficienza energetica delle abitazioni, circa 14 miliardi di euro, ma il costo per unità di energia risparmiata è risultato quasi quattro volte superiore alle attese iniziali. In più, il meccanismo arrivava a coprire fino al 110% dei costi di ristrutturazione: cioè lo Stato poteva pagare più del costo reale dell’intervento. Per i giudici europei, questo “chiaramente” non rappresenta un uso efficiente dei fondi UE.

È la fotografia perfetta di una stagione politica: promettere tutto a tutti, senza coperture vere, senza selezionare i beneficiari, senza misurare i risultati, senza chiedersi chi avrebbe pagato il conto. Giuseppe Conte ancora prova a difendere quella misura come se fosse stata una grande intuizione sociale. Ma i numeri raccontano altro: il Superbonus è stato una misura folle, costosissima, regressiva e inefficiente. Una misura che ha drogato il mercato edilizio, gonfiato i prezzi, arricchito chi poteva anticipare lavori e pratiche, e lasciato allo Stato una montagna di crediti fiscali da smaltire.

È lo stesso schema politico del Reddito di cittadinanza: un intervento venduto come rivoluzione, ma incapace di costruire davvero lavoro stabile, formazione efficace e inclusione produttiva. Anche lì la promessa era enorme; il risultato, soprattutto sul fronte delle politiche attive, è stato debole. I dati Anpal sui beneficiari indirizzati ai servizi per il lavoro mostravano un tasso di occupazione che passava da circa il 18% all’ingresso a poco più del 23% a dodici mesi: un incremento troppo modesto per una misura presentata come strumento di reinserimento nel mercato del lavoro.

Il Superbonus, però, ha avuto un effetto ancora più devastante sui conti pubblici. L’Istat ha certificato per il 2025 un deficit al 3,1% del Pil, sopra la soglia europea del 3%, e un debito pubblico salito al 137,1% del Pil. Nella stessa nota, l’Istat ricorda che le revisioni dei dati hanno riguardato anche l’acquisizione di informazioni complete sui crediti d’imposta del Superbonus.

Non è un dettaglio tecnico. L’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani ha spiegato che l’obiettivo del 3% è stato mancato per circa 1,64 miliardi e che il Superbonus ha pesato attraverso una “coda” di crediti d’imposta pari a circa 5 miliardi nel 2025, oltre a maggiori interessi stimabili in 2-3 miliardi per l’aumento del debito generato negli anni precedenti. In sostanza: senza quell’eredità, l’Italia avrebbe avuto ben altro margine sui conti pubblici.

La responsabilità politica è chiara. Il Superbonus non è stato un normale incentivo edilizio. È stato un meccanismo senza freni, reso esplosivo dalla cedibilità dei crediti e dallo sconto in fattura. Eurostat aveva chiarito che, proprio per queste caratteristiche, quei crediti andavano contabilizzati come “pagabili” e quindi caricati interamente sulla spesa pubblica nell’anno di maturazione dell’agevolazione.

Nella maggior parte dei casi – secondo il report – si sono preferite le ristrutturazioni più semplici e veloci. Anzi, le visite di audit negli Stati membri hanno accertato che i criteri di selezione non servivano a stilare una graduatoria dei progetti in base al loro impatto atteso. Così facendo, si riduce la probabilità che il sostegno finanziario vada a quei progetti che potrebbero consentire i maggiori risparmi energetici o alle famiglie che ne hanno più bisogno. La relazione evidenzia infine come non si tenga conto del rapporto costi-efficacia degli interventi. L’analisi della Corte, che prende in esame diverse tipologie di interventi, edifici e scelte d’intervento, mostra che il costo dei risparmi ottenuti per unità di energia varia enormemente da uno Stato membro all’altro se esaminato in maggiore dettaglio

Il governo Meloni ha avuto il merito politico di mettere fine a quella stagione. Non era semplice, perché smontare una misura popolare costa consenso. Ma governare significa anche dire dei no, soprattutto quando una misura apparentemente generosa diventa una bomba sui conti dello Stato. Il centrodestra ha dovuto gestire una pesante eredità: crediti incagliati, imprese in difficoltà, conti pubblici appesantiti e una procedura europea da cui uscire con fatica.

 

Mentre i cinque stelle e le opposizioni sono impegnati ora a criticare il nuovo Piano Casa del governo Meloni che è stato approvato ed è entrato nel decreto-legge n. 66 del 7 maggio 2026, con l’obiettivo di rendere disponibili circa 100 mila alloggi in dieci anni, mobilitando oltre 10 miliardi di euro tra interventi pubblici, housing sociale e investimenti privati. La differenza del superbonus grillino, appena bocciato dalla Corte europea, con il nuovo Piano Casa è netta. Lì non c’è il “110% per tutti”, non c’è il bonus senza selezione, non c’è la logica della spesa pubblica incontrollata. Il Piano Casa punta ad aumentare l’offerta di alloggi attraverso il recupero del patrimonio pubblico, l’edilizia residenziale sociale e interventi integrati anche con capitali privati. L’obiettivo indicato dal Governo è rendere disponibili circa 100 mila alloggi in dieci anni, con oltre 10 miliardi di interventi, recuperando circa 60 mila alloggi popolari e attivando investimenti privati per case da vendere o affittare a prezzi calmierati.

Questa è la differenza tra assistenzialismo edilizio e politica abitativa. Il Superbonus pagava ristrutturazioni anche a chi non aveva bisogno; il Piano Casa prova a mettere nuove abitazioni sul mercato per chi una casa non riesce a permettersela. Il primo ha creato debito; il secondo prova ad attrarre risorse, recuperare patrimonio inutilizzato e dare una risposta concreta al disagio abitativo.

 

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